Ovvero: la Malattia Mentale non Esiste

Per qualcuno, il titolo di questo articolo potrebbe apparire provocatorio, soprattutto nella parte della mente malata. E forse in parte lo è. Infatti, se nel linguaggio comune utilizziamo con estrema disinvoltura il termine malato, o malattia, in ambito psicologico le cose cambiano. Innanzitutto, perché l’espressione malattia mentale porta con sé memoria di maltrattamenti e squalificazione dell’essere umano; secondariamente, perché il termine malattia non è connotativo di alcunché di specifico; infine, ma non per ultimo, perché la malattia mentale non esiste.

Ma andiamo per gradi. 

Breve storia della malattia mentale

Prima che si parlasse di una mente malata, che la malattia mentale esistesse, esisteva il demonio. La devianza comportamentale, che oggi rappresenta un buon campanello di allarme per suscitare un interesse clinico, veniva generalmente spiegata con la possessione demoniaca. Nella cultura ebraica, ad esempio, come in altre culture del resto, la devianza era attribuita alla possessione da parte del demonio. Già nei Vangeli (Matteo, 8, 28-34), infatti, si narra di Gesù che libera i due indemoniati di Gerasa dai demoni che, scacciati dai loro corpi, si rifugiano in quelli di un branco di porci che pascola nei pressi. Il motivo della possessione veniva attribuito più o meno indirettamente a Dio stesso che, in preda alla sua ira, privava la persona della sua protezione. La terapia, ove non si potesse ricorrere all’intervento miracoloso, consisteva in veri e propri rituali di esorcismo, caratterizzati da preghiere, suoni fragorosi e intrugli che l’indemoniato era costretto a bere, periodi di digiuno e fustigazioni, così da rendere il suo corpo inospitale al demone.

Già qualche secolo prima, però, anche se in altra sede, Ippocrate aveva abbandonato l’idea che le malattie fisiche e mentali fossero inviate dagli dei agli uomini come punizione, ricercandone la causa in specifiche circostanze della vita. Per Ippocrate, il cervello era l’organo della coscienza, dell’intelletto, delle emozioni e pertanto pensiero e comportamento erano il risultato di un substrato fisiologico. Per questo motivo, Ippocrate è considerato tra i primissimi a proporre la teoria della somatogenesi, forzandovi l’inclusione anche di quadri clinici, come quello dell’isteria, che oggi trovano il loro giusto spazio in quella che chiamiamo Psicosomatica. Nel pensiero di Ippocrate, la malattia derivava da uno squilibrio tra gli umori del paziente; l’equilibrio poteva essere ripristinato rimuovendo la materia peccans, la materia in eccesso. 

L’approccio organicistico, se così possiamo chiamarlo, alla malattia rimase in voga fino al 200 d.C. circa, vale a dire fino alla morte di Galeno, ricordato da alcuni come l’ultimo dei medici. Da quel periodo in poi, l’interesse per la malattia mentale divenne sempre più appannaggio della Chiesa, divenuta più forte in quegli anni perché riconosciuta indipendente dal potere dello Stato. Nei monasteri e nei santuari trovavano rifugio i malati, sia fisici che mentali, e qui venivano curati dai monaci con preghiere e decotti di erbe, somministrati in fase di luna calante. Curare la malattia equivaleva quindi a curare l’anima del malato e non il suo corpo. Secondo questa modalità di interpretazione, che potremmo chiamare psicogenesi (nell’accezione più letterale del termine greco psyché, cioè anima), la malattia, pur manifestandosi attraverso il corpo, ha origine nell’anima, vale a dire in una dimensione non organica dell’essere umano.

A distanza di un migliaio di anni, in un clima caratterizzato da carestie e pestilenze, e come naturale reazione all’egemonia pseudo-terapeutica di matrice cristiana, le persone cominciarono a rivolgersi nuovamente alla demonologia per trovare una spiegazione, e forse anche una cura, alla malattia mentale. Ma in uno scenario ove già faceva da padrona, la Chiesa rivendicò la prelazione sulla terapia dell’anima, questa volta condannando la malattia mentale come inequivocabile indicatore di coalizione col demonio. Nel Malleus Maleficarum (Il Martello delle Streghe), è riportato che la perdita improvvisa della ragione era sintomo di possessione diabolica. Così, oltre a quelle donne costrette a dichiarare il falso per evitare la tortura, anche quelle probabilmente affette da psicosi o da isteria perdevano la vita tra le fiamme purificatrici del rogo.

Dal XIV secolo circa, gli ospedali iniziarono a essere soggetti alla giurisdizione dello Stato, e i malati a quella dei medici. Sia in Europa, che negli Stati Uniti, i pazzi venivano tenuti “in condizioni di sicurezza”, fino a che non avessero recuperato la ragione, all’interno degli allora lebbrosari, che nei duecento anni successivi si sarebbero progressivamente trasformati in manicomi. Ma, come ci ricorda Foucault (1972), gli ospedali per matti fuori dall’Europa esistevano già da tempo: a Fez nel VII secolo, a Baghdad nel XII e al Cairo nel XIII. Al loro interno venivano segregati non solo i cosiddetti malati di mente ma anche gli ubriachi, i mendicanti e tutti coloro che, con la loro diversità, costituivano una minaccia alla “normalità” della società. Nei manicomi, i trattamenti erano piuttosto grossolani e brutali, derivanti da teorie arbitrarie e approssimative sull’eziopatogenesi della malattia. Ad esempio, Benjamin Rush, ritenuto uno dei padri della psichiatria americana, riteneva che i disturbi mentali fossero causati da un eccessivo afflusso di sangue al cervello e per questo sottoponeva il malato a  salassi. Un altro metodo utilizzato da Rush era quello di incutere paura, facendo capire al pazzo che gli restava ancora poco da vivere: veniva legato e immerso in un serbatoio pieno d’acqua per alcuni minuti, dopodiché veniva estratto e rianimato. Se non era già morto.

Nel 1753, in piena rivoluzione francese, Philippe Pinel fu nominato direttore del Bicêtre, il più grande manicomio di Parigi. Di lui si ricorda che “liberò i pazzi dalle catene”. E non era certo una metafora, visto che i pazzi venivano realmente tenuti in stato di segregazione, costretti al muro della cella da un anello di ferro che girava loro attorno al busto e che non consentiva né di sdraiarsi, né di sedersi, né di giorno, né di notte. Di Pinel si ricorda che restituì ai pazzi la dignità di esseri umani, quella che avevano perduto varcando la soglia del manicomio. Pinel riteneva infatti che la ragione del pazzo fosse andata perduta a seguito di gravi accadimenti di ordine sociale o personale e che pertanto gli si potesse restituire tale ragione attraverso l’ascolto, la comprensione e i consigli. Quello che di Pinel si tende a dimenticare è che il suo approccio innovativo alla malattia mentale riguardava soltanto i rappresentanti delle alte classi sociali. I più sfortunati continuavano ad essere oggetto di azioni di terrore e di pseudo-cure basate su mezzi coercitivi che poco avevano a che fare col riconoscimento della dimensione umana del malato.

Nei secoli successivi, le cose non cambiarono molto, anche se le teorie eziopatogenetiche dalle quali derivava poi la pratica clinica trovavano fondamento su qualche base scientifica in più, e forse i metodi si erano parzialmente ammorbiditi. Si è dovuto aspettare la cosiddetta “Legge Basaglia” (L. 180/78) perché il malato di mente venisse veramente liberato dalle catene, catene che non sempre erano solo metaforiche.

Cervello, Mente e Malattia Mentale

Come abbiamo visto, attraverso i secoli, l’origine della malattia mentale è stata fondamentalmente rinvenuta in tre luoghi di diversa natura: un luogo interno, ovvero il corpo, il quale genera una malattia che si riflette nella mente; un luogo a cavallo tra l’interno e l’esterno, ovvero l’anima (i cui confini col concetto di mente sono in molti punti assai sfumati), che con la malattia manifesta il proprio disagio, anche attraverso il corpo; ed un luogo esterno, o meglio un agente esterno, il demonio, che dispone a suo piacimento sia della mente che del corpo.

Oggigiorno, il concetto di malattia mentale è decisamente più articolato di quando si riteneva fosse l’effetto di un eccessivo afflusso di sangue al cervello, o di quando si cercava di eliminarla con la preghiera e le tisane; anche se, per gli addetti ai lavori ancorati ai vecchi paradigmi di matrice riduzionista, la questione di fondo risiede tuttora nella ricerca del punto di confine tra mente e cervello, quindi tra psicogenesi e somatogenesi (il demonio sembra non essere più una causa plausibile per la malattia mentale…) Uno degli intenti della ricerca è ancora quello di individuare in maniera univoca il luogo di origine della psicopatologia, sia esso un luogo fisico o psichico. Il punto è capire se la mente, intesa come l’insieme delle attività cognitive di un organismo dotato di pensiero, linguaggio e coscienza, sia il prodotto di molteplici configurazioni di reti neurali, o se possa essere considerata un qualcosa di a sé stante, di ontologicamente distinto dal cervello. La difficoltà dell’impresa, che ancora non ha visto un punto d’arrivo, risiede ovviamente nel dibattito di natura epistemologica tra due storiche correnti di pensiero, il riduzionismo e il dualismo. Secondo i riduzionisti, la mente non è un’entità distinta dal cervello e per questo motivo tutte le attività umane sono riconducibili alle strutture fisiologiche del cervello, eliminando così la possibilità di concepire una qualsiasi dimensione metafisica della mente. In quest’ottica, per comprendere la mente è sufficiente studiare il cervello e il comportamento. Di contro, i dualisti, di cartesiana memoria, mettono invece in contrapposizione mente e cervello, ritenendoli due entità ontologicamente separate e ben distinte, forti del fatto che molte proprietà della mente non sono a oggi spiegabili in termini neurologici, come ad esempio la coscienza, e di conseguenza le alterazioni della coscienza. In un’ottica dualista, il fatto che con tecniche di neuroimaging come fRMN o PET, si possa rilevare che determinati processi di pensiero accadono simultaneamente a cambiamenti metabolici in specifiche aree cerebrali, non dimostra che i processi cerebrali siano generati da questi cambiamenti. In altre parole, l’osservare che le funzioni del cervello sono associate alla coscienza non equivale a dire che il cervello crei la coscienza (Laszlo, 2009). Di contro, però, l’ottica dualista non fornisce spiegazione del perché la coscienza sia associata proprio al cervello e non, ad esempio, ai polmoni, o al fegato, o a un ginocchio.

La stessa malattia mentale, la psicopatologia, com’è più propriamente definita oggi, assume profili diversi in relazione a ciascuna delle due lenti teoriche attraverso le quali viene osservata. Un riduzionista, infatti, potrebbe affermare che segni e sintomi associati a uno specifico quadro clinico, definibile come psicopatologico, siano il prodotto di un cervello malfunzionante, magari perché morfologicamente difforme o con qualche altro difetto di comunicazione interna per eccesso o carenza di specifici neuromediatori, o per qualche difetto nei recettori. In effetti, non è raro rinvenire difformità cerebrali concomitanti a psicopatologie conclamate. Per fare un esempio, nella schizofrenia, in più sedi sperimentali, sono stati osservati una dilatazione e un’asimmetria dei ventricoli cerebrali, una riduzione della sostanza grigia e della massa cerebellare, una riduzione volumetrica di ippocampo e amigdala, nonché un incremento volumetrico dei nuclei della base (per una review esaustiva sull’argomento: Pearlson, G.D. e Marsh, L., 1999). In un’ottica riduzionista, la schizofrenia appare allora come il bizzarro esito, comportamentale e di pensiero, di un cervello difettato

Ora, che alcuni quadri clinici definiti psicopatologici siano secondari a una lesione organica non è un segreto, né una sorpresa, per nessuno. L’esempio per eccellenza ci arriva dalla neuropsicologia, la cui nascita può essere collocata a metà del XIX secolo col famoso caso di Phineas Gage, un operaio delle ferrovie che a seguito di un’esplosione subì gravi danni al cervello, nell’area del lobo prefrontale sinistro. Damasio (1995) racconta che, dopo la lesione, Gage “non era più lo stesso” e, a differenza del suo modo di essere abituale, si lasciava andare a comportamenti impulsivi e disinibiti, senza preoccupazione per le conseguenze delle proprie azioni, né per il proprio futuro (caratteristiche queste che contraddistinguono quelli che oggi vengono più generalmente chiamati pazienti frontali). Il lobo prefrontale, dunque, sembra mediare il rapporto dell’individuo col mondo e un danno a quest’area del cervello sembra compromettere questa capacità di mediazione, tanto da indurre nel paziente frontale una sorta di cambiamento di personalità. Ma questo esempio, e altri come questo, ci danno solo la conferma del fatto che in corrispondenza di un cervello rotto si hanno produzioni mentali anomale. Come già ci siamo chiesti precedentemente circa la coscienza, possiamo realmente rinvenire nella schizofrenia, e negli altri quadri psicopatologici oggi definiti a base organica, o derivanti da una lesione organica, una correlazione unidirezionale tra alterazioni della morfologia cerebrale e produzioni anomale della mente, che interessino coscienza, linguaggio o pensiero? Non potrebbe allo stesso modo in taluni casi valere la correlazione a senso inverso, ed essere quindi la mente a produrre nel tempo una trasformazione delle strutture neuroanatomiche, ad esempio inducendo un trofismo di alcune aree cerebrali per l’ossessivo ripetersi degli stessi pensieri e degli stessi schemi comportamentali, attraverso quindi la riattivazione degli stessi pattern neuronali? Siegel (1999), ad esempio, avvalora questa posizione sostenendo che le strutture e le funzioni del cervello sono direttamente influenzate dalle esperienze interpersonali. Ma ancora, mente e cervello non potrebbero essere legati da una correlazione spuria? Non potrebbe quindi esistere un terzo fattore da cui far dipendere sia i cambiamenti morfologici cerebrali che le produzioni anomale della mente? Una cosa del tipo: le cicogne che si annidano sui tetti durante i mesi invernali portano realmente bambini, oppure è il freddo il responsabile sia del fatto che le cicogne cerchino il caldo sui tetti delle case, che del fatto che le coppie durante i mesi freddi escano meno di casa aumentando così le probabilità di concepimento?

Ma questa è solo filosofia. E se è vero che le evidenze scientifiche non si ottengono con la filosofia (anche se è spesso la filosofia a scovare nuovi intriganti sentieri inesplorati da battere) è anche vero che una parte della scienza sembra disporre di un numero limitato di gradi di libertà con cui dare una lettura realistica del mondo. È quella scienza che tenta ancora oggi di spiegare certi fenomeni del mondo secondo principi lineari, dovendosi per sua natura avvalere d’impianti teorico-pratici che consentano la misurabilità delle variabili in gioco e la riproducibilità degli esperimenti.

Ma tutto ciò che ha a che fare con la vita non origina forse da sistemi complessi?

Psicopatologia “emergente”

A riportarci alla ragione, e a fare in un certo qual modo da ago della bilancia nella diatriba riduzionismo/dualismo, è il concetto di emergenza, il quale sembra smussare gli spigoli di entrambe le fazioni. Considerare la mente come un processo emergente di un sistema complesso, quale è il cervello, oltre ad essere la chiave di lettura che meglio si adatta al reale stato delle cose, avvalora la posizione epistemologica di ciascuna delle parti, confutandone allo stesso tempo il rigido assolutismo. La mente che emerge (nel suo essere un “più della somma delle parti” derivante dall’interazione degli elementi che compongono il sistema complesso cervello), da un lato avvalora la convinzione dualistica di una mente che trascende il semplice e lineare prodotto di specifiche, per quanto complesse, connessioni neuronali; dall’altro sostiene la tesi riduzionista secondo la quale la mente è un diretto effetto dell’attività neuronale che per il suo manifestarsi non necessita dell’intervento di costrutti metafisici. Calissano (2007) nel ritenere la mente una proprietà emergente del cervello, la considera il risultato esclusivo dell’attività neuronale, della quale però non è una semplice e diretta espressione funzionale. La mente quindi non dipende da altro che dalla capacità che hanno le reti neuronali di autorganizzarsi (Oliverio, 2004). 

Le proprietà emergenti derivanti dalla capacità di autorganizzarsi in processi di tipo bottom up non sono una peculiarità del solo cervello, ma di tutte le forme di vita, quindi dell’uomo stesso e delle collettività formate dagli stessi uomini, semplicemente perché la Natura non ama gli sprechi e tende a ripetere le strutture che funzionano. Dagli anni ’50 del secolo scorso con la Scuola di Palo Alto in California, la Psicologia ha iniziato a interessarsi all’uomo non come singolo individuo, ma come elemento facente parte di un sistema complesso, formato da (singoli) individui legati tra loro da un qualche tipo di relazione o interazione (per la psicologia sistemica, il sistema per eccellenza è la famiglia). Il funzionamento di base del sistema nel quale si muove il singolo è regolato dalla comunicazione (o non-comunicazione) con gli altri singoli, comunicazione che non segue più una legge lineare di tipo causa-effetto, ma che è circolare, per cui ogni singolo influenza, ed è influenzato da ogni altro, dando così vita a una specifica, caratteristica configurazione del sistema, i cui parametri globali (la cui forma, in senso gestaltico) prevalgono su quelli del singolo. In questo scenario, anche la psicopatologia trascende, per così dire, “la responsabilità personale”. La malattia mentale non è più malattia del singolo, ma del sistema, dal quale quel singolo è stato in un certo qual modo designato.[1] E non è da considerarsi come la devianza da un’ideale, ipotetica norma (la salute mentale), ma piuttosto la normale espressione di un adattamento, necessario al sistema per mantenere una stabilità, un equilibrio (forse possiamo azzardare anche a dire una coerenza). In quest’ottica, la malattia mentale è da leggersi come un effetto secondario conseguente alla capacità di adattamento che caratterizza ogni sistema vivente, un adattamento che in quello specifico contesto prende quella specifica strada, che arbitrariamente chiamiamo malattia mentale.

Nosografia “non emergente”

Per parlare di malattia mentale, di psicopatologia, la comunità scientifica ha creato delle strutture diagnostiche (come l’ICD o il DSM) attraverso le quali è possibile leggere segni e sintomi della persona, per poi catalogarli all’interno di uno specifico contenitore. Il DSM, ad esempio, adesso alla quinta edizione (DSM-5), è utilizzato e riconosciuto da clinici e ricercatori di diversi orientamenti che a esso fanno riferimento per trarre diagnosi. Fino alla sua quarta edizione rivista (DSM-IV-TR) la diagnosi di un particolare disturbo veniva tratta in base alla presenza o meno (e per alcuni disturbi anche in base alla frequenza) riscontrabile nel soggetto, di un certo numero di indicatori (segni e sintomi) proposti dal manuale per quel particolare disturbo. Per questo motivo, fino ad allora, il DSM operava una classificazione di tipo categoriale che suddivideva i disturbi mentali in base a gruppi di criteri di tipo descrittivo.

Ma se da un lato questa impostazione facilitava (e faciliterebbe tuttora) la comunicazione e la condivisione delle informazioni tra i clinici, dall’altro, per certi aspetti semplificava e sminuiva la complessità multidimensionale della natura umana, soprattutto se utilizzato da persone non adeguatamente preparate dal punto di vista clinico e con poca esperienza nella diagnosi. In altre parole, quello che il DSM-IV-TR faceva era di fornire un’etichetta. Ma non sempre un’etichetta rivela l’effettivo contenuto del contenitore. Con la sua quinta edizione, quella attuale, il DSM tenta di superare le limitazioni imposte da un approccio categoriale-multiassiale alla psicopatologia, insufficiente per rendere ragione dell’eterogeneità della malattia mentale. Cambia quindi lo strumento di misura e si fanno passi avanti verso una definizione più realisticadella psicopatologia. Ma ancora non è abbastanza. Ogni scienziato sa bene quanto dallo strumento di misura dipenda la lettura della realtà. Sì, certo, conta il modello dal quale nasce la teoria sul funzionamento di un fenomeno che non possiamo padroneggiare come vorremmo. Ma conta anche lo strumento di misura, e conta parecchio. Con un righello non possiamo misurare una lunghezza “al micron”, se la risoluzione più alta del righello è al massimo il millimetro. E questo è un problema di accuratezza dello strumento. Qui lo scenario è molto semplice, lo abbiamo provato tutti di persona, fin dalle scuole elementari. Ma in un contesto non lineare, ove ciò che si tenta di definire, di misurare, è l’emergenza dell’interazione tra più fattori, non è sufficiente definire e conoscere ogni singolo fattore per avere una descrizione del prodotto della loro interazione. “Puoi conoscere ogni singolo albero, ma non per questo conoscerai la foresta”, dicevano agli inizi del ‘900 i primi esponenti della Psicologia della Gestalt. E già avevano capito un aspetto fondamentale della realtà, da molti trascurato per troppo tempo.

La Malattia non Esiste

Vorrei concludere questo mio breve contributo sintonizzandomi sullo stesso tono provocatorio col quale è iniziato, spendendo qualche parola su come, in realtà, la malattia mentale non esista. Non è questa l’idea che abbiamo osservando un paziente schizofrenico in piena fase produttiva, o un ossessivo compulsivo, o ancora un franco disturbo dell’umore. La malattia mentale esiste eccome, ci diciamo, eccola lì, davanti ai nostri occhi! Pacifico. La provocazione, infatti, non sta nel cercare di confutare l’inequivocabile evidenza delle cose, quanto nel muovere una critica nei confronti del modo in cui le cose vengono interpretate ed usate. In quella che chiamiamo malattia mentale i segni e i sintomi ci sono, certo, e sono evidenti. Ma (ed ecco il nocciolo della provocazione!), a quale titolo li raggruppiamo in un nucleo di senso che arbitrariamente riteniamo coerente e patologico? La scienza ci dice che esiste una norma e che ciò che si allontana dalla norma è anormale. Ma la norma chi la stabilisce? Sì, lo sappiamo tutti, la norma è l’occorrenza che nella popolazione si manifesta con la maggior frequenza. Ma allora, ciò che non si uniforma al resto della popolazione è sbagliato? È malato? Dove finisce l’individualità del singolo? E cosa dire dell’importanza del ruolo rivestito dai fattori socio-culturali nella definizione di malattia mentale? Per fare solo un esempio, in un atollo del Pacifico, gli uomini Kiribati usano asportare la punta del naso delle mogli ritenute infedeli, tagliandola con un coltello, con un rasoio oppure con un morso (Okimura e Norton, 1998). La spinta che porta gli uomini Kiribati a tale gesto prende il nome di koko, una forza che deriva da una potente ed incontenibile gelosia sessuale; attraverso l’asportazione della punta del naso, il marito non solo deturpa l’aspetto della moglie, ma lascia su di lei un segno permanente del proprio koko, visibile agli occhi della comunità. È evidente come tale pratica, condivisa e promossa dal sistema culturale dei Kiribati, agli occhi di noi occidentali possa apparire aberrante. Ma allora, un Kiribati è sano a casa sua e malato a casa nostra? Il Kiribati non è sempre lo stesso, là e qua? 

Domandiamoci allora: dove finisce l’importanza della storia della persona che, trascendendo gli pseudolimiti imposti da una scienza deterministica, l’ha portata a una specifica espressione di personalità? È vero, in realtà il DSM non è poi così irrispettoso nei confronti dell’individualità, invitando a ritenere psicopatologica una manifestazione che “compromette il normale svolgimento delle attività quotidiane, anche lavorative, e/o che è motivo di marcata sofferenza per la persona”. Resta però il fatto che, una volta che si vede appiccicata l’etichetta, la persona perde gran parte di quell’individualità che la contraddistingue dal resto delle persone, per uniformarsi a una nuova sotto-popolazione, formata da tutti quelli che, come lei, portano la stessa etichetta. Non a caso Thomas Szasz parla di “etichetta patologizzante” (Szasz, 1966) a significare che è l’etichetta stessa a creare la patologia (e Szasz amplia ulteriormente la visione della faccenda), per il vantaggio di una psichiatria interessata più al mantenimento del potere che alla salute del paziente. Piuttosto, per Szasz, ciò che viene identificato come malattia mentale è il risultato dell’incapacità della persona di comunicare la volontà di perseguire i propri scopi, in un contesto controllante e, appunto, patologizzante.

Esiste dunque una mente malata? Di certo esiste una mente, e ne abbiamo più o meno ampiamente discusso nelle pagine precedenti, da ritenersi come l’effetto dell’emergenza del sistema complesso cervello. Quanto poi la mente possa essere realmente malata dipende solo da cosa intendiamo per malattia.

Con buone probabilità, quando Szasz scriveva “Il mito della malattia mentale” non aveva in mente la Teoria dei Sistemi, ma attribuendo più o meno direttamente ad un difetto di comunicazione le manifestazioni ritenute psicopatologiche è riuscito a individuare perfettamente il centro di una questione estremamente attuale, che negli anni futuri vedrà sicuramente nuovi importanti e determinanti sviluppi che ci aiuteranno sempre più a comprendere la complessità della mente e della psicopatologia. 

Bibliografia

  • Calissano (2007). Mente e Cervello, in Enciclopedia del Novecento. VII appendice, p. 374. Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
  • Damasio, A. (1995). L’errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano. Milano: Adelphi
  • Foucault, M. (1972). Storia della follia nell’età classica. Milano: BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2011.
  • Laszlo, E. (2007). Science and the Akashic Field: An Integral Theory of Everything. Inner Traditions; 2nd edition. Trad. it: La scienza e il campo akashico. Connessione e memoria nel cosmo e nella coscienza: una teoria integrale del tutto. Milano: Urra, 2009.
  • Okimura, J., e Norton S.A. (1998). Jealousy and mutilation: nose-biting as retribution of adultery. The Lancet352, 2010-2011.
  • Oliverio, A. (2004). Neuroscienze. Basi biologiche dei processi mentali, in Enciclopedia del Novecento. Terzo supplemento. 2° vol., pp. 230-37. Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
  • Pearlson, G.D. e Marsh, L. (1999). Structural brain imaging in schizophrenia: A selective review. Biological Psychiatry, 46(5), 1999, pp. 627-649
  • Siegel, D. (1999). La mente relazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2001, p. 1
  • Szasz, T. (1966). Il mito della malattia mentaleFondamenti per la teoria del comportamento individuale. Milano: Il Saggiatore

[1] Di conseguenza, le strategie d’intervento non sono più rivolte all’individuo, ma mirano a modificare e riorganizzare i comportamenti e le strutture dell’intero sistema.

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