Neurobiologia e Cervello

Neuroscienze e Antropologia Cognitiva

Come fa una mente umana a costruire un’immagine ordinata del mondo, a classificare cio’ che la circonda, a dare nomi alle cose e a condividere queste conoscenze con gli altri? E’ la domanda al centro dell’antropologia cognitiva, una disciplina che intreccia il modo in cui pensiamo con la cultura in cui siamo immersi. Oggi questo […]

Neuroscienze — Neuroscienze e Antropologia Cognitiva
Come fa una mente umana a costruire un’immagine ordinata del mondo, a classificare cio’ che la circonda, a dare nomi alle cose e a condividere queste conoscenze con gli altri? E’ la domanda al centro dell’antropologia cognitiva, una disciplina che intreccia il modo in cui pensiamo con la cultura in cui siamo immersi. Oggi questo intreccio dialoga sempre piu’ strettamente con le neuroscienze, alla ricerca di un ponte tra cervello, linguaggio e cultura.

Che cos’e’ l’antropologia cognitiva

L’antropologia cognitiva e’ un indirizzo di ricerca dell’antropologia che ha come oggetto di studio privilegiato i rapporti fra linguaggio, cultura e realta’. Si propone l’obiettivo di far luce sui processi cognitivi di base attraverso i quali gli esseri umani elaborano le loro conoscenze sul mondo. Non si limita a descrivere le usanze di un popolo, ma cerca di capire come una comunita’ organizza mentalmente la propria esperienza.

Sviluppatasi a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti, l’antropologia cognitiva ha progressivamente consolidato metodologie ed elaborazioni teoriche, divenendo intorno agli anni Ottanta uno degli indirizzi di punta della ricerca antropologica contemporanea. La sua ascesa ha accompagnato quella piu’ generale delle scienze cognitive, di cui condivide molte domande di fondo.

La cultura come sistema di conoscenze

Alla base di questa disciplina c’e’ una concezione della cultura come sistema di conoscenze. Si tratta di una posizione opposta all’idea, comunemente accettata in antropologia, di cultura come insieme di norme e valori da cui derivano i modelli di comportamento degli individui. Per l’antropologia cognitiva la cultura non e’ anzitutto un codice di regole, ma un patrimonio condiviso di sapere: come si classificano le piante, i colori, i legami di parentela, le malattie.

Da questa prospettiva, studiare una cultura significa ricostruire le categorie mentali con cui i suoi membri organizzano la realta’. Le parole di una lingua diventano allora una finestra preziosa, perche’ riflettono il modo in cui una comunita’ ritaglia e ordina il mondo dell’esperienza.

Linguaggio, cultura e cervello

Il rapporto fra linguaggio, cultura e realta’ tocca uno dei nodi piu’ antichi del pensiero: in che misura la lingua che parliamo influenza il modo in cui pensiamo. L’antropologia cognitiva ha esplorato a lungo questo terreno, osservando come comunita’ diverse organizzino in modo diverso domini apparentemente universali, dai termini di colore alle categorie di parentela.

Le neuroscienze entrano in gioco quando ci si chiede dove e come, nel cervello, prendano forma queste categorie. Lo studio del linguaggio e della memoria semantica mostra che la conoscenza del mondo non e’ immagazzinata in un unico luogo, ma distribuita in reti di aree corticali che collaborano. Riconoscere un oggetto, nominarlo e collocarlo in una categoria coinvolge regioni diverse, integrate in modo dinamico.

Un dialogo, non una riduzione

L’incontro tra neuroscienze e antropologia cognitiva non significa ridurre la cultura alla biologia. Significa piuttosto riconoscere che le categorie culturali si radicano in un cervello plastico, capace di modellarsi sull’esperienza. La cultura fornisce i contenuti e le distinzioni rilevanti; il cervello fornisce i meccanismi di apprendimento, classificazione e memoria che permettono di acquisirli e trasmetterli.

E’ un dialogo che procede con cautela. Le tecniche di studio del cervello illuminano i processi generali, mentre l’indagine antropologica mette in luce la straordinaria variabilita’ dei modi in cui questi processi vengono riempiti di contenuto nelle diverse societa’. Le due prospettive si completano piu’ di quanto si escludano.

Categorie, prototipi e tassonomie popolari

Uno dei contributi piu’ duraturi dell’antropologia cognitiva riguarda il modo in cui le persone classificano la realta’. Le ricerche su domini come i colori, le piante o gli animali hanno mostrato che le categorie non sono insiemi rigidi con confini netti, ma si organizzano spesso attorno a esempi piu’ rappresentativi, i prototipi. Un pettirosso, per molti, e’ un uccello piu’ “tipico” di un pinguino, pur appartenendo entrambi alla stessa categoria.

Lo studio delle tassonomie popolari, cioe’ dei sistemi di classificazione usati spontaneamente dalle comunita’, ha rivelato regolarita’ sorprendenti ma anche differenze profonde tra culture. Alcune distinzioni sembrano ricorrere quasi ovunque, suggerendo basi cognitive comuni; altre variano molto, riflettendo l’ambiente, le pratiche e gli interessi di ciascun gruppo.

Il dibattito tra universalita’ e variabilita’

Da qui nasce una delle questioni centrali della disciplina: quanto delle nostre categorie e’ universale, comune a tutti gli esseri umani, e quanto e’ invece plasmato dalla cultura specifica in cui si cresce. Le neuroscienze offrono un possibile chiarimento, distinguendo tra i meccanismi generali con cui il cervello apprende e categorizza, presumibilmente condivisi dalla specie, e i contenuti particolari su cui questi meccanismi vengono esercitati, che variano da una cultura all’altra.

In questa prospettiva universalita’ e variabilita’ smettono di essere alternative inconciliabili. Esiste un’architettura cognitiva comune, ma e’ un’architettura aperta, che ogni cultura riempie con le proprie distinzioni e i propri saperi. E’ precisamente questo equilibrio tra struttura condivisa e contenuto variabile a rendere cosi’ interessante il dialogo tra le due discipline.

Metodi di ricerca, tra parole e cervello

Anche sul piano dei metodi le due discipline si completano. L’antropologia cognitiva lavora tradizionalmente sul campo: intervista i membri di una comunita’, raccoglie i termini con cui nominano le cose, analizza come raggruppano e ordinano gli oggetti, ricostruisce a partire dal linguaggio le mappe mentali condivise. E’ un approccio attento alle differenze e al contesto, capace di cogliere sfumature che sfuggirebbero a una misurazione di laboratorio.

Le neuroscienze cognitive, dal canto loro, osservano cosa accade nel cervello mentre una persona riconosce, nomina o classifica qualcosa, individuando le reti di aree coinvolte e i tempi con cui entrano in gioco. Mettere insieme questi due sguardi, quello sul comportamento e sul linguaggio da una parte e quello sui meccanismi cerebrali dall’altra, permette di formulare domande piu’ precise su come nascono e si trasmettono le conoscenze condivise.

Resta la consapevolezza che ricostruire il legame tra una categoria culturale e la sua base cerebrale e’ un’impresa complessa, che richiede prudenza nell’interpretare i dati. Proprio per questo l’incontro tra antropologia cognitiva e neuroscienze e’ un cantiere aperto, in cui ogni risultato apre nuove domande piu’ che chiuderne di vecchie.

Domande frequenti

Che cosa distingue l’antropologia cognitiva dall’antropologia classica?

L’antropologia classica si e’ spesso concentrata su norme, valori e comportamenti osservabili. L’antropologia cognitiva sposta l’attenzione sui processi mentali: come gli esseri umani classificano, conoscono e organizzano l’esperienza. Concepisce la cultura prima di tutto come un sistema di conoscenze condivise.

Che ruolo ha il linguaggio in questa disciplina?

Il linguaggio e’ una via d’accesso privilegiata alle categorie mentali di una comunita’. Il modo in cui una lingua nomina e distingue le cose, dai colori ai legami familiari, rivela come quella cultura ritaglia e ordina la realta’, e diventa quindi materiale di studio centrale.

Come si collegano neuroscienze e antropologia cognitiva?

Le neuroscienze studiano i meccanismi cerebrali di linguaggio, memoria e categorizzazione; l’antropologia cognitiva studia come questi meccanismi vengono impiegati per costruire conoscenze diverse nelle diverse culture. Insieme cercano di capire come un cervello plastico acquisisca e trasmetta il sapere culturale.

Studiare il cervello significa spiegare la cultura come pura biologia?

No. L’idea non e’ ridurre la cultura alla biologia, ma riconoscere che le categorie culturali si radicano in un cervello capace di apprendere. La cultura fornisce i contenuti, il cervello i meccanismi: le due dimensioni vanno comprese insieme.

In sintesi: l’antropologia cognitiva studia i rapporti tra linguaggio, cultura e realta’, concependo la cultura come un sistema di conoscenze piuttosto che come un insieme di norme. Nata negli Stati Uniti negli anni Sessanta e affermatasi negli anni Ottanta, oggi dialoga con le neuroscienze. Il punto d’incontro e’ un cervello plastico che apprende e organizza categorie: la cultura ne fornisce i contenuti, la biologia i meccanismi, in un dialogo che arricchisce entrambe le discipline senza ridurre l’una all’altra.
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