Neurobiologia e Cervello

Neuroscienze e medicine alternative

Oggigiorno emergono sempre di più spiegazioni neuroscientifiche nell’ambito delle medicine alternative; gli approcci di medicina integrata stanno prendendo piede, e le medicine occidentali, basate soprattutto su rimedi farmacologici, si confrontano largamente con le medicine non convenzionali, come l’agopuntura o le terapie ayurvediche. Approcci di medicina integrata È vero che le medicine occidentali sembrerebbero a un […]

Neuroscienze e medicine alternative
Oggigiorno emergono sempre di più spiegazioni neuroscientifiche nell’ambito delle medicine alternative; gli approcci di medicina integrata stanno prendendo piede, e le medicine occidentali, basate soprattutto su rimedi farmacologici, si confrontano largamente con le medicine non convenzionali, come l’agopuntura o le terapie ayurvediche.

Approcci di medicina integrata

È vero che le medicine occidentali sembrerebbero a un primo approccio più efficaci, ma è altrettanto vero che sono sistemi terapeutici molto recenti, basati su farmaci che nascono sì da rimedi naturali ma che sono improntati molto su artificialità e chimica e sempre caratterizzati da effetti collaterali, per cui la compliance del paziente non è molto spesso buona. È soprattutto vero che le medicine cosiddette alternative, complementari, non convenzionali, sono invece tradizionali, poiché originano con l’origine della scienza, del pensiero, della cultura umani. Sia l’ayurveda che la medicina tradizionale cinese datano a più di 4000 anni fa, forse addirittura al terzo millennio prima di Cristo. Ciò che è importante è sapere che le neuroscienze spiegano scientificamente il meccanismo d’azione di tali pratiche. Questo significa che non sono solo basate sull’effetto placebo, secondo cui il paziente positivamente orientato già si sente meglio e questo avviene di fatto, ma si fondano anche su meccanismi molecolari neurali essenziali per il processo di cura e guarigione.

È interessante vedere come ciò che oggi sembrerebbe una novità di protocollo, ovvero integrare tra loro branche che sono a oggi a sé stanti, come psicologia e dieta, sport e meditazione, farmaci e soluzioni olistiche, fossero invece strategie fondanti alla base delle terapie orientali classiche.

Infatti sia per l’ayurveda che per la medicina cinese non soltanto i rimedi di farmacopea sono un sistema di cura, ma il lifestyle, lo stile di vita della persona diventa arma preventiva e metodo di guarigione.

Per l’ayurveda esistono sette chakra, dal sacrale risalendo verso i due mentali di cui uno più spirituale: sono praticamente centri energetici che devono essere armonizzati tra loro per dare un equilibrio alla persona e al suo benessere. Esistono pratiche dietetiche basate sull’uso di particolari spezie, e c’è lo yoga, che grazie a posture particolari e all’applicazione degli asana e degli esercizi di respirazione fa sport associato alla meditazione, alla ripetizione dei mantra, agli esercizi spirituali della persona.

Similmente per la medicina tradizionale cinese esistono dei centri energetici, i cinque elementi uniti tra loro dai cinque movimenti: il legno, elemento associato al fegato e alla vescica biliare, organi correlati alla rabbia, ai muscoli, allo hun cioè l’anima che sogna; il fuoco, elemento associato al cuore e al piccolo intestino, organi correlati allo shen, la mente o lo spirito per eccellenza; la terra, che corrisponde alla milza e allo stomaco, organi preposti alla digestione e all’elaborazione del qi, l’energia vitale dell’individuo correlata al metabolismo della persona, e la cui anima corrispondente è lo yi, l’intelletto; il metallo, coincidente con i polmoni a cui si correla il viscere grosso intestino, a cui corrisponde il po, l’anima vegetativa; l’acqua, l’elemento di rene e vescica, organi che regolano il metabolismo dei liquidi e correlati alla gelosia, a cui si riferisce l’anima zhi, la memoria. Oltre a occuparsi dei 360 punti per tutti i meridiani cutanei che hanno come sede eletta il cou li, uno spazio comprendente cute e sottocute con i rispettivi piccoli fasci vascolo-nervosi, la medicina cinese si occupa di dietetica, dove gli elementi yin e yang sono sempre armonizzati sia nella scelta degli alimenti da preferire in base alla ipotetica disarmonia energetica presente, sia nella gestione della preparazione del piatto, con una gradazione di modalità di cottura dal vapore (il più yin), alla bollitura, fino a soffritti, fritture, grigliature e braciature (i più yang, perché apportano calore al cibo); esistono poi cibi jing che apportano più energia poiché ricchi in sé di jing, l’energia propulsiva dell’essere vivente. Anche la medicina cinese ha sport eletti: oltre alle arti marziali orientali, il qi gong rappresenta un modo per fare esercizio fisico senza affaticarsi ma armonizzando le funzioni cardio-respiratorie, e permette anche di concentrarsi sull’aspetto mentale. Come vediamo, la psiche è in medicina cinese un elemento cardine, affiancato sempre al concetto di organo. La pratica zen è essenziale: la persona cerca l’equilibrio, l’affrancarsi dal patire dell’esistenza e trova così il senso della vita; basta meditare sui sutra posti quotidianamente dai maestri, magari riordinando il giardino comune, e trovare così il satori, la pace interiore.

Il sistema del reward come chiave di lettura

Oggi c’è bisogno di approcci integrati di questo tipo: come ho scritto in un poster presentato a Venezia nel maggio 2018, è fondamentale che ogni operatore sia olistico, abbia cioè nozioni di dietoterapia, di fitness, di pratiche di meditazione, qualsiasi sia il nostro ambito di specializzazione principale. Questo perché in realtà tutte queste pratiche agiscono, come ho già scritto altre volte, sul sistema di reward, quel sistema inquadrato dalla psicologia positiva che sempre ha contraddistinto la ricerca del bene per la pratica filosofica umana. Il reward system è un sistema neurale che ha come centro la VTA, area tegmentale ventrale mesencefalica, connesso: a livello del sistema nervoso centrale, con i gangli della base (claustro, caudato, putamen), con il lobo limbico sede delle emozioni, con l’insula che regola il sistema nervoso autonomo, con il sistema ipotalamo-ipofisario che regola le funzioni endocrine, e con il lobo frontale sede della coscienza e dei comportamenti; a livello periferico esistono substrati vari che elaborano dopamina. Recentemente studi hanno dimostrato che i linfociti T stimolano i linfociti B a secernere anticorpi grazie a segnali dopaminergici, e recettori della dopamina sono stati reperiti negli organi interni come interruttori a funzione positiva, enhancer sulle loro funzioni fisiologiche e metaboliche. Il sistema del reward, della ricompensa, è stato classificato e studiato all’imaging soprattutto nel secolo scorso, quando la VTA venne categorizzata; poi Pavlov ha intrapreso gli esperimenti su animali, dimostrando come un comportamento venga incentivato se a un’azione neutra associamo una ricompensa positiva. Tra gli studiosi più rilevanti in tale ambito vi sono Dreher, un matematico autore del manuale “Reward and decision making” che fa una cernita di tutti gli aspetti neuroscientifici, psicologici e psichiatrici del reward e dimostra che il reward system sia l’insieme di circuiti eletto per la scelta cosciente e la presa di decisioni subconsce; Helen Fisher, un’antropologa che si occupa delle correlazioni tra reward ed emozioni amorose; P. S. Grigson Kennedy, ricercatrice della Pennsylvania che studia il reward nell’ambito delle dipendenze.

Il reward è fondamentale in psicologia, in psicologia positiva, in ipnoterapia, perché è la prima sede di azione in tutte quelle tecniche che tendono a rafforzare nel cliente un comportamento, un atteggiamento, un sistema di pensieri positivi, adeguati, vincenti e risolutivi per ogni bisogno.

Ma è anche chiamato in causa dalle medicine alternative, che per un verso andrebbero integrate nei sistemi sanitari e per un altro ci danno l’idea di come un sistema di cura debba essere olistico. L’ayurveda è una stimolazione sensoriale e del reward, per quanto rimanga pratica filosofica, come ci suggerisce anche il nome, scienza della vita. Io personalmente ho svolto studi di review del materiale scientifico presente sui comuni motori di ricerca medici, e molti dimostrano come: gli oppioidi endogeni siano stimolati dal sistema dello stress, ovvero quando una persona vive uno stress il CRH attiva anche gli oppioidi endogeni, così da percepire meno il dolore connesso alla sofferenza (gli oppioidi endogeni sono endomorfina, dinorfina, endorfine, endocannabinoidi, encefaline); il sistema dello stress stimola le funzioni del reward system, che così bilancia gli effetti negativi della condizione stressogena; il cou li è ricco di qi e di molecole secrete variamente in base alle condizioni psicofisiche, dato che è una zona molto vascolarizzata, quindi stimolandolo con l’acupressione o l’infissione dei sottilissimi aghi significa effettivamente determinare un ricircolo delle molecole presenti nell’organismo e favorire il cosiddetto de qi, la sensibilizzazione e il libero fluire del qi, l’energia corporea della persona.

Come le neuroscienze leggono l’agopuntura

Possiamo quindi sintetizzare dicendo che l’agopuntura ha molteplici effetti, che possono essere in parte fatti risalire alle sue funzioni variamente dirette verso il reward system: l’effetto antinocicettivo affiancato dalle percezioni positive dovute al rilascio di dopamina e serotonina; il riequilibrio endocrino grazie alle azioni a cascata su insula e ipotalamo-ipofisi; il ricircolo del qi e delle molecole stoccate nel cou li, sempre ascrivibili a una sorta di reward pathway periferico, che comprenda quindi anche i fasci vascolo-nervosi sottocutanei con tutte le funzioni molecolari connesse.

Voglio poi concludere dicendo che è appunto fondamentale integrare nelle pratiche neuroscientifiche e psicologiche ogni approccio integrato: sia le meditazioni orientali, che hanno probabilmente dato ispirazione a tutte le tecniche di ipnoterapia e di più moderno mental training, che sta spopolando passando dalla pratica sportiva a ogni ambito psicologico che può appropriarsi quindi di metodi come rilassamento, training autogeno, focalizzazioni e visualizzazioni per migliorare sia un gesto atletico sia un approccio di pensiero più complesso; sia anche ogni base di conoscenza che possa far vivere meglio la persona, agendo quindi sul reward, facendo percepire la gradevolezza di un cibo (che può essere quindi quantitativamente ridotto, essendo la qualità un buon compenso), la soddisfazione di un esercizio fisico (che può ridurre uno stress globale per quanto variamente percepito), o l’utilità di pratiche meditative che rendono meno meccanico un approccio psicologico classico, permettendo alla persona di vivere come piacevoli i propri pensieri, le proprie attività, le proprie giornate, la propria vita.

Domande frequenti

Le medicine alternative agiscono solo per effetto placebo?

Secondo la lettura proposta nell’articolo, non solo. Oltre alla componente placebo, che è reale e ha un suo peso, le neuroscienze individuano meccanismi molecolari e neurali coinvolti in queste pratiche. Resta però un punto di equilibrio critico: l’ayurveda, per esempio, viene descritta come pratica anche filosofica, per cui il valore terapeutico va sempre distinto dalla cornice culturale e spirituale in cui nasce.

Che cos’è il reward system?

È il sistema neurale della ricompensa, con centro nella VTA (area tegmentale ventrale mesencefalica). A livello centrale si collega ai gangli della base, al lobo limbico, all’insula, all’asse ipotalamo-ipofisario e al lobo frontale; a livello periferico coinvolge substrati che elaborano dopamina. È considerato il circuito chiave per la scelta cosciente e per molte decisioni subconsce.

Come le neuroscienze spiegano l’agopuntura?

L’articolo la riconduce a più effetti orientati verso il reward system: un effetto antinocicettivo con rilascio di dopamina e serotonina, un riequilibrio endocrino tramite insula e asse ipotalamo-ipofisario, e un ricircolo di molecole nel cou li, la zona sottocutanea molto vascolarizzata su cui agiscono acupressione e aghi.

Che cosa significa approccio di medicina integrata?

Significa affiancare ai rimedi farmacologici lo stile di vita: dietoterapia, attività fisica, pratiche di meditazione. Sono strategie oggi presentate come innovative, ma che erano già fondanti nelle terapie orientali classiche, dove alimentazione, movimento e dimensione psichica venivano trattati come parti di un unico processo di cura.

Le medicine non convenzionali non vanno lette come magia né liquidate come semplice suggestione: dove esistono evidenze, le neuroscienze ne descrivono i correlati molecolari, in particolare l’azione sul sistema del reward. Il punto di equilibrio resta distinguere ciò che è documentato dal contorno filosofico e culturale: l’integrazione ha senso quando poggia su meccanismi verificabili, non su credenze.
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