Che cos’e’ l’afasia
L’afasia e’ un disturbo del linguaggio che consegue a un danno cerebrale, spesso provocato da un ictus, da un trauma cranico o da un processo degenerativo che colpisce le aree del cervello dedicate alla produzione e alla comprensione delle parole. Non si tratta di una difficolta’ intellettiva ne’ di un problema di volonta’: la persona afasica conserva pensieri, ricordi ed emozioni, ma perde in tutto o in parte la capacita’ di tradurli in linguaggio verbale.
La comunicazione, cosi’, si trasforma in un ostacolo quotidiano. Frasi che “navigano dentro senza trovare un approdo”, parole che restano sospese, momenti in cui il silenzio non e’ una scelta ma un limite imposto dalla malattia. Proprio da questa condizione nasce l’esigenza di cercare linguaggi alternativi, capaci di aggirare la barriera verbale e restituire alla persona un canale espressivo.
Il teatro come terapia
Il teatro offre a chi vive l’afasia un terreno particolarmente fertile. Sulla scena il corpo, il gesto, lo sguardo, il ritmo e l’azione diventano veicoli di significato tanto quanto la parola, e talvolta piu’ della parola. Attraverso il racconto, le immagini e il movimento e’ possibile costruire una relazione efficace con se stessi e con gli altri, allenando il gruppo a comunicare oltre i confini del linguaggio verbale.
In questa prospettiva il teatro non e’ solo un’attivita’ artistica, ma un vero e proprio strumento di cura: il “Teatro come Terapia”. Le difficolta’ comunicative smettono di essere solo un deficit da compensare e diventano materia drammaturgica, punto di partenza per una ricerca condivisa. Il silenzio stesso, invece di essere subito, viene ascoltato ed esplorato.
Perche’ funziona con l’afasia
Il lavoro teatrale valorizza i canali comunicativi che l’afasia lascia intatti. La persona afasica puo’ avere difficolta’ a nominare un oggetto, ma resta capace di indicarlo, di mimarlo, di caricarlo di emozione con la voce o con il volto. La scena mette in gioco proprio queste risorse residue, spostando l’attenzione da cio’ che manca a cio’ che c’e’. Il gruppo, inoltre, riduce l’isolamento che spesso accompagna il disturbo, restituendo alla persona un ruolo attivo e riconosciuto.
Il workshop “Parole Dentro” del Teatro Babel
Un esempio concreto di questo approccio e’ il workshop “Parole Dentro”, laboratorio dedicato al rapporto tra teatro e afasia condotto dalla regista Lorena La Rocca insieme agli attori del Teatro Babel. L’iniziativa e’ stata pensata come un incontro tra chi vive la condizione afasica e chi sente di voler affrontare il proprio silenzio, intendendo l’afasia anche come limite comunicativo simbolico, quel “non detto” che riguarda tutti.
Il percorso ha preso le mosse da “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett, testo in cui la parola registrata, riascoltata e interrotta diventa metafora del tempo e della memoria. A partire da questo spunto, il laboratorio ha puntato a una scrittura drammaturgica nata dall’interno, dall’analisi delle poetiche e delle criticita’ emerse dal gruppo composito di partecipanti: una scrittura collettiva destinata a fare da fondamento a un nuovo spettacolo.
Chi era il Teatro Babel
Il Teatro Babel nasce nel 2013 come gruppo teatrale aperto ad attori afasici e a studenti in formazione, nell’ambito del Laboratorio teatrale permanente del Centro Afasia CIRP, sostenuto dalla Fondazione Carlo Molo onlus. Dopo lo spettacolo “Come guerrieri senza spada”, creato da un gruppo di persone afasiche, studenti infermieri e logopedisti, il gruppo ha consolidato con “Parole Dentro” la propria linea di ricerca teatrale, sviluppata in collaborazione con il Social and Community Theatre Centre dell’Universita’ di Torino.
Un linguaggio che va oltre le parole
L’esperienza di “Parole Dentro” invita a un cambio di sguardo. Di fronte a un disturbo che sottrae le parole, la risposta non e’ soltanto clinica ma anche creativa: cercare un linguaggio artistico che vada oltre il verbale per dare forma ai silenzi di chi vive la malattia. E’ un percorso che coinvolge tanto la persona afasica quanto chi le sta accanto, perche’ il “non detto” e il silenzio, in fondo, appartengono all’esperienza di tutti.
Il valore di questi progetti sta anche nel loro carattere inclusivo. Riunendo attori con afasia, studenti, operatori teatrali e socio sanitari, il laboratorio costruisce una comunita’ in cui il limite di ciascuno diventa risorsa per il gruppo. Il risultato non e’ solo uno spettacolo, ma una relazione nuova con la propria voce e con quella degli altri.
Domande frequenti
L’afasia si puo’ curare con il teatro?
Il teatro non sostituisce la riabilitazione logopedica, che resta il trattamento di riferimento per l’afasia. Rappresenta pero’ un supporto complementare: allena la comunicazione non verbale, riduce l’isolamento sociale e restituisce alla persona un ruolo attivo. In questo senso viene proposto come “Teatro come Terapia”, cioe’ come strumento che affianca il percorso clinico lavorando sulla relazione e sull’espressivita’.
Chi puo’ partecipare a un laboratorio di teatro e afasia?
Iniziative come “Parole Dentro” sono rivolte non solo a chi vive la condizione afasica, ma anche a studenti, operatori teatrali e socio sanitari o semplicemente a persone interessate al tema del “non detto”. Di norma non sono richieste competenze teatrali specifiche: il valore del laboratorio sta proprio nell’incontro tra esperienze e ruoli diversi.
Cosa c’entra Beckett con l’afasia?
“L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett mette in scena un uomo che riascolta le proprie parole registrate anni prima, tra pause, silenzi e interruzioni. Questo gioco tra parola e silenzio lo rende un punto di partenza efficace per riflettere sul limite comunicativo e sul “non detto”, temi al centro del lavoro teatrale con persone afasiche.
Che differenza c’e’ tra afasia e difficolta’ cognitive?
L’afasia riguarda specificamente il linguaggio, cioe’ la capacita’ di produrre o comprendere le parole, e non implica di per se’ una compromissione dell’intelligenza. La persona afasica conserva pensieri, memoria ed emozioni: cio’ che si interrompe e’ il ponte tra il mondo interiore e la sua espressione verbale. E’ una distinzione importante, perche’ evita di confondere un limite comunicativo con un deficit intellettivo.
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