Shakespeare, Pirandello, la psicoanalisi ed una “irresistibile” pulsione per il potere

Chi non ha sognato almeno una volta di diventare ” re”? Ma siamo stati Enrico IV o Enrico V, o piuttosto Enrico VI, o un altro Enrico IV? Tentazione, merito o maledizione della corona? Analisi “psico-letteraria” di una pulsione.

Lowen in “Paura di vivere” dice che quando una persona oltrepassa il “livello di sopravvivenza”, cioè quando supera il primo gradino della scala sociale, diventa consapevole della propria condizione, a differenza di coloro che vivono ancora al livello di sopravvivenza, non coscienti di se stessi perché impegnati con tutte le energie proprio per sopravvivere. Ma chi ha oltrepassato questa fase, pur sentendosi superiore a quelli che stanno sotto di lui, si sente inferiore a quelli che sono al di sopra, e continua a cercare di andare oltre.
E’ così che l’individuo cosciente di sé inizia a lottare per innalzarsi nella gerarchia sociale e questa pulsione dell’Io non conosce limiti, né è limitata a individui o famiglie, ma investe ogni sfera della condizione umana. La pulsione per il potere costituisce il desiderio dell’uomo civile di controllare vita, natura e destino. Anche quando sicurezza, comodità, vantaggi che il potere procura sono raggiunti, la pulsione ad avere più soldi e più potere continua, anche per coloro che sono al vertice, i quali continuano ad affannarsi per avere ancor maggiore potere.
Il progresso esige che ogni generazione sia superiore alla precedente. Si vogliono figli che devono fare meglio e avere più prestigio del padre, figlie che abbiano una casa più bella, una vita migliore, una posizione sociale più elevata della madre, magari perché per la madre il successo dei figli ripaga del sacrificio della propria realizzazione e della propria felicità, o per il padre è un sostituto del proprio fallimento.
Un prepotente stimolo alla competizione a tutti i livelli genera talvolta paura di chi sembra più forte ma anche pericolosi sensi di superiorità dai quali nasce l’idea che chi è più anziano, o più giovane, è anche meno capace.
L’illusione del potere sembra allora sconfiggere la paura e procurare la sicurezza di appartenere ad una generazione libera.

Ma potere non è sinonimo di felicità, né ci libera da tutte le nostre insicurezze.

La tentazione della corona

“Ma d’ora in poi, potete star sicuri,
sarò me stesso, potente e temibile,
senza più cedere alla mia natura stata finora liscia come l’olio”
Shakespeare, Enrico IV, atto I, scena III

Quanti Enrico IV, come quello di Shakespeare, incontriamo per le strade del mondo…
Emblema del potere raggiunto con intrighi e finzioni, oggi magari raccomandazioni e corruzione, Enrico ha deposto dal trono suo cugino Riccardo II Plantageneto e ne ha usurpato la corona lasciandolo morire in prigione ; vorrebbe che il figlio Harry fosse come il giovane Percy, intrepido eroe sempre in battaglia, mentre Harry frequenta taverne e gente di malaffare, insieme al nobile decaduto Falstaff, campione di anarchia e scetticismo .
Ma la corona diventa presto per Enrico solo un simbolo di un potere temporaneo ed effimero, di un breve momento di gloria destinato a finire , e quando ormai sta per morire, di fronte al figlio che ha sorpreso a provare su di sé la corona, lo rimprovera di essere come in realtà era stato lui e come l’avrebbe voluto. E’ allora Harry che lo mette di fronte alla tragicità della sua condizione, dicendogli:


“Mi volsi, mio signore, alla corona
come a creatura che potesse intendere,
e mi venne così di apostrofarla:
“L’ ansie e gli affanni da te generati han divorato il corpo di mio padre,
e così tu, che sei del miglior oro
ti riveli esser fatta del più vile”.”

Anche Harry raggiungerà il potere, ma solo attraverso un percorso di ravvedimento e crescita spirituale. Sarà un altro Enrico.

Il merito della corona

“Voi siete qui in faccia a un re cristiano,
non davanti a un tiranno;
un re cristiano in cui divina grazia
mantiene ben costrette le passioni”
Shakespeare,Enrico V, atto I, scena II

Harry , ora Enrico V, è il re che vorremmo, non un tiranno, ma uno che vuole esercitare un potere illuminato. Non vuole imporre la sua volontà come un dittatore, ma preferisce convocare subito il Parlamento per scegliere i suoi consiglieri e, contrariamente a Falstaff, il suo primo maestro, che vorrebbe far sparire giudici e giustizia insieme ad ogni valore non strettamente legato ai suoi vantaggi, prima della battaglia di Azincourt vuole capire, conoscere, ascoltare, scegliendo di mescolarsi in incognito ai suoi soldati per parlare liberamente con loro, sondarne gli animi, chiamandoli “fratelli, amici, compatrioti”.
Anche Falstaff è un uomo dei nostri giorni, uno di quelli che vorrebbero distruggere l’ordine giuridico e sociale dello Stato, disposti a tutto pur di soddisfare le proprie mire e i propri desideri, E’ amico del giudice Shallow, campione non di giustizia ma solo di corruzione e imprese sessuali, antitesi dello Chief Justice, che è orgoglioso di avere agito “secondo onore e seguendo imparziale la sua coscienza”, anche quando aveva fatto arrestare il futuro re. Enrico non può che riconoscere che solo un giudice onesto , che afferma l’importanza della legge e della giustizia, è in grado di contribuire alla tutela del re e del regno, poiché “mantiene la bilancia e la spada della giustizia”, garanzia della stabilità di un ordine politico. Allora Falstaff non può essere che bandito, pagato per allontanarsi e abbandonare la sua vita viziosa, che poi in realtà non abbandonerà mai , rimanendo uno sciocco “ripetitore pappagallesco di errori distruttivi”.
Enrico V diventa un grande re e condottiero, sconfigge la Francia, restituisce all’Inghilterra la Normandia, ma la sua vita è breve , e muore a soli 37 anni di febbre tifoide.
Sono bellissime a tal proposito le parole che Shakespeare fa pronunciare ad un altro re , Riccardo II:

“Poiché nel cerchio di quella corona
che cinge le mortali tempie a un re
Madonna Morte tiene la sua corte,
e lì siede, grottesca commediante,
a farsi scherno della sua maestà,
a sogghignar a tutta la sua pompa,
concedendogli un alito di vita,
una piccola parte sulla scena,
perch’ egli possa, in veste di monarca,
signoreggiare, incutere timore
col fulminante sguardo;
infondendogli boria e vanità,
come se questa frale nostra carne
che ci cinge la vita come un muro
fosse fatta di bronzo inespugnabile;
e, dopo averci così lusingato,
arriva lei e, con un spillino,
perfora, tic, il muro, ed addio re!…”

La maledizione della corona

“Ora mi siedo qui, su questo tumulo,
questo breve rialzo di terreno,
e vinca chi Dio vuole…
Avesse la bontà di Dio voluto
ch’io fossi morto! Che c’è infatti al mondo
se non sventure e triboli?
Oh, Dio; quanto felice la mia vita sarebbe stata, penso, foss’io nato,
un umile pastore!”
Shakespeare, Enrico VI, parte III, atto II, scena V

C’ è anche un altro volto del potere, quello che è imposto per diritto , che non è voluto ma subito, e di cui si porta il peso. Ecco un altro Enrico.
La nobiltà inglese è agitata da odio e rivalità ed Enrico VI diventa un re bambino, travolto da un potere troppo grande, che non comprende, ma che gli è toccato. Per un lungo periodo governa per interposta persona, ma è presto vittima di inganni, crede nelle persone sbagliate e viene trascinato in una sanguinosa guerra fratricida che dura più di 30 anni, in un gioco tremendo di alleanze e tradimenti. Il potere lo distrugge, e anche quando crederà di essere finalmente felice, sposando la bella Margherita, sarà la vittima di chi gli sta intorno.
Il potere diventa ne l’“Enrico VI” fatalità e maledizione. E’ il potere che pesa come un macigno ed opprime non solo chi, come Enrico, se lo ritrova senza averlo cercato, ma anche su chi vive solo per raggiungerlo e conservarlo e deve continuamente guardarsi dal perderlo e per il potere sacrifica ogni altro affetto. Amare, ma piene di significato le parole di Enrico:

“ Ci fu mai monarca che occupasse un trono in terra
e fosse meno felice di me?
Appena uscito dalla culla fui fatto re
all’età di nove mesi; e non vi fu mai suddito
che desiderasse essere sovrano
quanto io desidero essere suddito”.

Sembra lo stato d’animo del principe Andrea Bolkònski di Dostoevskij mentre si recava nella tenuta di Riasàn, le parole che pareva dire a lui la vecchia quercia del bosco:
“Primavera, amore, felicità!” pare dire quella quercia “ come mai non vi annoia sempre lo stesso sciocco e insensato inganno! E’ sempre la stessa cosa, ed è sempre un inganno. Non esistono né la primavera, né il sole, né la felicità. Ecco, guardate, stanno gli abeti morti, schiacciati, sempre soli, ed ecco anch’io ho distese le mie dita spezzate, scortecciate, in qualunque punto siano cresciute, – dalla schiena, dai fianchi;-come sono cresciute, così io sto eretta, e non credo alle vostre speranze e ai vostri inganni”.
Ma sappiamo bene che la stessa esperienza può assumere un significato diverso per ognuno di noi.
Sperimentiamo e perdiamo affetti importanti, occasioni, oggetti particolarmente significativi e simbolici , rincorriamo, ma possiamo perdere, prestigio sociale, lavoro, benessere economico. La sconfitta del bisogno e del desiderio è spesso seguita dall’angoscia.
“Il neonato- secondo Bibring- possiede un’onnipotenza che non possiederà mai più. Basta che alzi la voce e i suoi bisogni sono soddisfatti. E’ l’onnipotenza dell’impotenza; ma è nutrito, pulito, abbracciato, fornito di ogni comodità. Le sue energie sono usate per la crescita e i turbamenti del suo equilibrio sono corretti rapidamente . In lui rimane indistintamente la sensazione di una indisturbata calma da nirvana, che però servirà come meta retrogressiva verso la quale si sforza di tornare mentre cresce allontanandosene per entrare in un mondo esigente e scomodo”.
L’Io può anche reagire alla frustrazione delle pulsioni sprofondando nella “Hilflosigkeit”, impotenza fondamentale, ferito nella sua immagine in via di formazione.
La disperazione insorge quando l’Io si sente definitivamente schiacciato, impotente di fronte ad un super-Io severo e sadico che blocca l’Io annullandone la capacità, e di fronte ad un Ideale dell’Io megalomaniaco, impossibile da soddisfare.
Toffler ha definito “efemerizzazione” il fenomeno di non-permanenza, cioè del carattere effimero e transitorio delle situazioni della società post-industriale. L’individuo che non riesce a prevedere eventi e conseguenze dei suoi comportamenti, così come il valore che verrà loro attribuito dagli altri, solo rimanendo se stesso può evitare di sentirsi minacciato nella sua stessa identità.
”Effettivamente noi non possiamo rinunciare a nulla e solo barattiamo l’una cosa con l’altra, così che ciò che sembra una rinuncia altro non è in realtà che la formazione di un sostitutivo o surrogato” aveva già detto Freud in “Il poeta e la fantasia”.
Il processo di lutto permette il reinvestimento da parte della libido di oggetti presenti nell’ambiente e capaci di dare delle gratificazioni; il suo successo dipende dalla capacità dell’Io di affrontare l’esame di realtà.
“Il possibile- dice Kierkegaard- è la più pesante delle categorie” perché rimanda a ciò che avrebbe potuto essere, e “l’uomo non comincia con la libertà ma con il limite e con la linea dell’invalicabile”.
Ma a quanti non è capitato di pensare, in qualche momento, come Enrico IV?

“O Dio, se fosse mai concesso all’uomo
di leggere nel libro del destino
e contemplare il tempo, nel suo volgere,
ripianare perfino le montagne,
e i continenti della terraferma
stanche della lor solida saldezza,
dissolversi nel mare;
o la sabbiosa cinta degli oceani
estendersi da farsi troppo larga
pei fianchi di Nettuno; e constatare
come i tempi di noi si faccian gioco
col riempire di liquidi diversi
la coppa delle loro metamorfosi;
oh, si potesse antivedere tanto,
il più felice dei giovani d’oggi
mirando al corso della propria vita,
ai pericoli corsi nel passato
ed alle avversità dell’avvenire,
chiuderebbe quel libro,
ansioso sol di viver adagiato
nella supina attesa della morte”.

La follia della corona

“Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio,
quieto! Il guaio è per voi che la vivete agiatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia”
Pirandello, Enrico IV, atto III

Di fronte alla sconfitta delle pulsioni la tentazione della fuga è forte. Nella realtà o nella finzione.
Si diventa allora ancora un altro Enrico ancora, il protagonista de l’ “Enrico IV” di Pirandello. Aveva scelto una finzione, quella di mascherarsi da Enrico IV per poter punire la crudeltà della donna amata, travestita da Matilde di Canossa, ma anche per gettarsi ai suoi piedi come l’imperatore a Canossa.
Dopo 12 anni, però, la pazzia, insorta a seguito della caduta da cavallo durante quella mascherata, ha un giorno avuto fine e lui si è accorto che solo la dimensione storica che gli si era creata intorno, in una splendida finzione in cui tutti lo assecondavano, era l’unico mondo capace di dargli sicurezza, proprio perché immobile e immutabile. Enrico ha scelto la contemplazione contro la tragicità di una vita “normale, in contrapposizione con la relatività e l’incomunicabilità che ha soggiogato il mondo moderno. E arriva ad uccidere chi lo ha smascherato, per difendere la sua finzione. E’ una scelta definitiva quella di rimanere pazzo, estrema ribellione alla “mascherata” continua, d’ogni minuto, di cui siamo i “pagliacci involontari”.
Lucida follia come alternativa all’angoscia. E Pirandello aveva affermato in una intervista:
“il pazzo costruisce senza logica. Essa è forma e la forma è in contrasto con la vita. La vita è informe e illogica. Perciò io credo che i pazzi siano più vicini alla vita. Niente c’è di fissato in noi. Noi abbiamo dentro tutte le possibilità”
Ecco perché Enrico dice :
“Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un’alba. Questo giorno che ci sta davanti-voi dite-lo faremo noi! Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!”

“..Nel cerchio di quella corona che cinge le mortali tempie a un re…”

“L’uomo vuole disperatamente sia essere se medesimo sia non esserlo. Talvolta vuole essere così pietosamente se stesso, che fa di sé un orribile Dio. In un furore demoniaco, l’uomo vuole, in odio all’esistenza, in odio a se medesimo, essere se stesso in tutto il proprio orrore e protestare con questo tormento contro tutto l’essere. Talvolta egli esce da se medesimo e va verso l’estrema distrazione e non vuol più riconoscersi. In entrambi i casi, sia che si cerchi, sia che si fugga,egli non si possiede…malinteso dell’io con se stesso.” (Wahl).
Noi siamo incapaci di sopportare il pensiero della nostra radicale finitezza, sia assumendone l’angoscia con il piglio di virile padronanza che è nello sguardo del “cavaliere della morte” di Dürher, sia vincendone lo sconforto deprimente con il divino slancio della speranza, ed allora tendiamo piuttosto a dimenticarcene, abbandonandoci all’anestesia di una vita esteriorizzata e occupata.
Eppure la strada per uscire dal vortice è quella di Edipo, il raggiungimenti della saggezza e dell’umiltà attraverso la rinuncia all’arroganza, perché , come nella mitologia greca, ci avverte Neumann, se “l’eroe agisce mosso dalla superbia e dall’esaltazione del proprio Io (hybris) e non rispetta né teme il numinoso, contro cui combatte” soccomberà al disastro, alla morte o alla follia. Edipo solo in questo modo aveva trovato la pace della mente che tutti cerchiamo.
E allora

“Devo perdere il titolo di re?
Vada anche quello, nel nome di Dio!
I miei splendidi ori,
per un filo di grani di rosario”

Shakespeare, Riccardo III,atto III, scena III

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Bibliografia

  • E. BIBRING, Il meccanismo della depressione, in W.Gaylin, “”l significato della disperazione”, Astrolabio, 1973
  • F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov, trd. P.Maiani, Sansoni, 1966
  • S. FREUD, Hemmung, Symptom und Angst, in Gesamnelte Werke, XIV
  • S. KIERKEGAARD, Il concetto dell’angoscia, Sansoni, 1965
  • A. LOWEN, paura di vivere,Astrolabio, Roma, 1982
  • E. NEUMANN, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, 1978
  • L. PIRANDELLO, Enrico IV, Mondadori, 1978
  • W. SHAKESPEARE, Enrico IV, in The Complete Works, Collins, London, 1960
  • W. SHAKESPEARE, Enrico V, in The Complete Works, Collins, London, 1960
  • W. SHAKESPEARE, Enrico VI, in The Complete Works, Collins, London, 1960
  • W. SHAKESPEARE, Riccardo II, in The Complete Works, Collins, London, 1960
  • L. TOLSTOJ, Guerra e pace, trad. E. cadei, Mondadori,1956
  • A. TOFFLER, The future of Law and Order, in “Encounter”, 41/1, 1973
  • J. WAHL,, La coscienza infelice nella filosofia di Hegel, Laterza, 1994

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