Bioetica e neuroscienze: due approcci di fondo
Quando si riflette sul legame tra neuroscienze e bioetica conviene partire da una distinzione generale. Esistono due modi opposti di concepire l’origine stessa della bioetica. Il primo sostiene che essa debba nascere dall’interno della prassi e della ricerca scientifica, senza essere imposta dal di fuori. Questo approccio prende atto del pluralismo esistente in campo bioetico e assume tale situazione di fatto come l’unica possibile di diritto, ritenendo impossibile o inapplicabile un’etica assoluta, valida per tutti e per sempre.
Di conseguenza propone di cercare il massimo accordo possibile tra i soggetti coinvolti sui valori ritenuti preminenti. Si parla a questo proposito di bioetica procedurale o contrattualistica: non un fondamento dato una volta per tutte, ma un equilibrio negoziato tra posizioni diverse.
I modelli etici di riferimento
All’interno di questo primo approccio convivono nella società odierna più modelli, accomunati dal fatto di legare il valore della vita alla sua qualità.
Il modello liberal-radicale
Il criterio guida è la libertà di scelta individuale: tutto è lecito, purché venga scelto liberamente. La decisione del singolo diventa il metro ultimo di ciò che è ammissibile.
Il modello pragmatico-utilitarista
Qui il criterio guida è l’utilità e il piacere: è lecito ciò che è utile e soddisfa la maggioranza delle persone. Il bene si misura sul risultato e sul numero di chi ne trae vantaggio.
Il modello socio-biologista
Secondo questa prospettiva non esistono criteri guida assoluti e immutabili, ma solo relativi al contesto sociale, storico, culturale ed economico. Le uniche certezze riconosciute sono quelle scientifiche.
In tutti e tre i modelli si ritrova una sostanziale equazione tra valore e qualità della vita. Da un lato si distingue la vita umana personale da quella non personale a seconda del grado di sviluppo; dall’altro si valuta la qualità della vita fisica di alcune persone, fino a giudicare quali vite siano degne di essere vissute e quali no. Questi modelli tendono inoltre ad assegnare un posto di rilievo assoluto al progresso scientifico e tecnologico, considerato un fine in se stesso, secondo l’idea che la ricerca debba comunque andare avanti.
Il modello personalista
Il secondo approccio caratterizza il cosiddetto modello personalista, che considera la bioetica una parte dell’etica. In questa prospettiva l’uomo è un essere vivente che manifesta una superiorità rispetto agli altri viventi, in quanto dotato di piena autocoscienza, della capacità di conoscere intellettualmente e di scegliere e amare in modo libero.
La bioetica, se non vuole limitarsi a offrire risposte meramente descrittive, deve esaminare la liceità del comportamento umano rispetto ai possibili interventi sulla vita dell’uomo. L’uomo, essere libero e intelligente, risponde sempre di fronte alla propria coscienza e alle leggi morali di ogni atto compiuto con piena avvertenza e deliberato consenso.
Il criterio guida diventa allora la dignità ontologica della persona, che vale per ciò che è e non per ciò che fa. Una dignità da rispettare sempre e in modo assoluto, a prescindere dallo stadio di sviluppo, dalla qualità della vita fisica, psichica e relazionale e dalle mutevoli circostanze spazio-temporali, socio-culturali ed economiche. Ne deriva un principio netto: non tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è per ciò stesso eticamente accettabile. Il compito che la bioetica personalista si assume è orientare le scelte della ricerca verso il bene di ogni persona, considerata sempre, con le parole di Kant, “fine e mai come mezzo”.
Perché il dibattito bioetico resta acceso
Considerate queste premesse, non sorprende che il dibattito bioetico sia oggi particolarmente vivo. Si confrontano concezioni radicalmente diverse della bioetica, in un panorama culturale in cui si stenta a trovare un minimo comune denominatore. La stessa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, Magna Charta del diritto internazionale approvata nel 1948 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, è nei fatti spesso disattesa.
Ciò che spiega l’esistenza dei diversi modelli etici è, in ultima analisi, la diversa concezione che essi hanno dell’uomo. Per questo cercare una risposta razionalmente convincente alle domande del filosofo di Königsberg (“Che cosa posso sapere? Che cosa posso sperare? Che cosa devo fare?” e infine “Che cosa è l’uomo?”) non è un mero esercizio speculativo. È il primo e fondamentale passo verso una comprensione più adeguata di noi stessi e della realtà che ci circonda, e quindi anche verso un uso responsabile delle neuroscienze.
Domande frequenti
Quali sono i due approcci di fondo alla bioetica?
Il primo ritiene che la bioetica debba nascere dall’interno della prassi scientifica, senza essere imposta dall’esterno, e punta a un accordo procedurale tra le parti. Il secondo, di matrice personalista, considera la bioetica una parte dell’etica e fonda le scelte sulla dignità della persona.
Quali modelli etici rientrano nel primo approccio?
Tre principali: il modello liberal-radicale, centrato sulla libertà di scelta individuale; quello pragmatico-utilitarista, centrato sull’utilità e sul piacere della maggioranza; e quello socio-biologista, per cui i criteri sono relativi al contesto e le sole certezze sono quelle scientifiche.
Che cos’è la dignità ontologica della persona?
È il criterio guida del modello personalista: la persona vale per ciò che è e non per ciò che fa, e va rispettata sempre, a prescindere dallo stadio di sviluppo o dalla qualità della sua vita fisica e psichica.
Perché la domanda “che cosa è l’uomo?” riguarda le neuroscienze?
Perché ogni intervento sulla mente e sulla vita umana presuppone un’idea di uomo. È la concezione dell’uomo che si adotta a stabilire quali interventi siano leciti, e quindi a orientare in modo responsabile la ricerca neuroscientifica.
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