Questo spirito della malinconia vespertina

Riflessioni sul senso della depressione

“…Ma già questo spirito della malinconia, questo demone crepuscolare mi assale e mi costringe; e in verità, o uomini egregi, il capriccio lo prende: – aprite ben gli occhi! – il capriccio di mostrarsi qui nudo, se in forma di femmina o di maschio ancora non so: ma già viene, già mi costringe, ahi! State ben attenti! Il giorno declina, tutte le cose, anche le migliori, avvolge l’ombra della sera; ascoltate e guardate, egregi uomini, che demone, se uomo, se donna, sia questo spirito della malinconia vespertina!”

Friedrick Nietzche

 

Patomorfosi di una crisi

Una sera un uomo di un tempo vicino a noi, Marcel Proust, si chiuse in una stanza  dalle pareti tappezzate di sughero, lontano da ogni voce che disturbasse la sua opera di creazione.

Gli sarebbero state necessarie cento, forse “mille e una notte” per ritrovare il tempo perduto, disse egli stesso, e sarebbe vissuto nell’ansia di non sapere se il Padrone del suo destino, “meno indulgente del sultano Sharyar”, il mattino dopo avrebbe acconsentito a soprassedere alla sua condanna concedendogli di riprendere il lavoro la sera successiva.

Ma“L’univers est vrai pour nous et dissemblable pour chacun”, e il mondo terreno che troppo spesso noi crediamo di conoscere solo perché lo viviamo e lo ritroviamo ogni giorno attraverso le apparenze che si proiettano sui nostri occhi  non è forse fatto di una sostanza sconosciuta, inesplorata, di composizione misteriosa, dove  la verità è da cercarsi in un’altra dimensione, quella di un’anima segreta?

“Più profonda è l’angoscia e più grande è l’uomo” dice Kierkegaard: e l’angoscia è una dimensione del nostro tempo, come l’insoddisfazione, l’inquietudine, il desiderio di novità che investe l’individuo nelle sue conoscenze e nelle sue azioni.

Nella nostra storia concezioni del mondo, prospettive etico-politiche, soluzioni estetiche, scelte operative molto diverse tra loro e per lo più in conflitto affiorano con una rapidità straordinaria e tramontano nel breve volgere di pochi anni, di mesi talvolta, lasciando soltanto qualche traccia dietro di sé.

Il volto dell’uomo del terzo millennio, che emerge oggi, tra i mille che il pensiero ha disegnato, non è più quello della greca “paideia”, rivolto alla vita sociale, sorretto da una educazione vigorosa e rigorosa alla virtù, né quello dell’umanesimo, costruttore della propria fortuna, specchio delle virtù divine, celebratore in terra della potenza della creazione, rivolto alla conquista dei beni mondani. Nè l’uomo hegeliano,particella nel turbine della storia universale, ma rivelatore egli stesso, nella propria coscienza, del processo dello Spirito. Non è l’uomo del materialismo, fatto di tare ereditarie e di abitudini sociali, chiuso in un vasto mondo di cose naturali e di esseri sociali che lo determinano..

L’uomo del XXI secolo è piuttosto un uomo che non ha né la sanità del primo né l’orgoglio del secondo, non accoglie in sé il respiro dell’universo né è immerso nell’universo egli stesso; è  isolato pu in  mezzo ad una  moltitudine. E ripiegato su di sé. Ha interrotto ogni legame con in trascendente imprigionando dentro di sé lo spirito universale e rompendo i ponti con la natura.

Già la prima guerra mondiale aveva provocato gravi lacerazioni nella vita economica, politica e sociale dell’umanità, lasciando insoluti la maggior parte dei problemi che ne avevano motivato il sorgere. E inquietante, in un rapido declino della libertà imposto da terrore e oppressione di nuove dittature, impietosamente l’accento cadde sulla finitezza delle facoltà conoscitive, sull’instabilità della volontà, sulla variabilità e sfrenatezza dei desideri.

La scoperta dell’inconscio, spogliato di ogni ottimismo, ha suscitato inquietudine e sgomento..

Non  più l’affermazione romantica sui limiti angusti del contingente, in cui dolore e sofferenza assumevano significato perché l’eroe che si elevava al di sopra della mediocrità, nel romanticismo  segno di un destino privilegiato.

L’uomo disincantato, e deluso,  tende a ritirarsi dalla partecipazione attiva alla vita pubblica, diventa solo, smarrito, sgomento di fronte ad un turbine di pulsioni istintuali, con un Io che si manifesta in narcisismo, esibizionismo, volontà di potenza, sado-masochismo, DEPRESSIONE.

E la  vita diventa un “mestiere” da apprendere con grande pena, un dovere che schiaccia.

Il termine “depressione”  viene usato abitualmente in diverse accezioni: in ambito medico-fisiologico è riduzione di una attività biologica; in ambito clinico-psichiatrico è  sintomo e malattia; in psicoanalisi “la parola depressione, oltre ad indicare un penoso affetto conscio e soggettivo, riguarda un processo inconscio evolutivo e/o regressivo connesso alla separazione e alla perdita”( F. Giberti) .

Tutta la poesia del Novecento  è pervasa da un senso quasi ossessivo di angoscia e solitudine, a tutti i livelli ( individuale, familiare, sociale, cosmico), di più varia natura(religiosa, laica, marxista), in direzioni le più disparate (storica, naturalistica, psicologica, freudiana).

Sia che denunci l’incapacità cronica dell’uomo a risolvere i suoi problemi, poiché l’uomo è e rimane un microcosmo malato, sia che affronti i grossi problemi politico-sociali contrapponendo alla miseria del mondo e all’egoismo dei potenti l’aspirazione alla lotta per la giustizia e la democrazia, l’angoscia pervade gli animi più sensibili e li porta, per fuggire alla realtà esterna, a rientrare in loro per scoprirvi il vuoto o la nausea o un dolore assurdo, o fremiti di coscienza e ribellione, o illusioni infrante e ideali smarriti. Perché  c’è in fondo un’incapacità di comunicare veramente con gli altri, nel senso di empatia, nonostante il gigantismo dei  progressi delle tecnologie .

Ma non è forse il ritmo che stordisce e annulla le reali possibilità comunicative, acuisce il silenzio…

“Non vivo, solo, gelido, in disparte, sorrido e guardo vivere me stesso. Il mio sogno è nutrito d’abbandono. Di rimpianto. Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state. Aridità larvata di chimere” (G. Gozzano).

L’affetto depressivo fa parte del repertorio umano delle risposte ed è uno dei mezzi attraverso i quali l’uomo non riesce a superare ma tenta di dominare conflitti, frustrazioni, delusioni e perdite. Un mezzo antico quanto l’uomo, e inscindibile dalla imperfezione e dalla finitezza della stessa condizione umana.

Strane linee di forze si dipartono dalla nascita, dalla separazione dalla madre, dai modi di dominare la separazione, attraverso la creazione di “oggetti di sopravvivenza”, e di fantasmi, i nostri “demoni”, fino alla separazione ultima. E sempre in funzione della perdita, della mancanza minacciosa e della DEPRESSIONE.

L’inconscio è un buon custode delle nostre rimozioni, negazioni, conversioni, e ci protegge dal dolore troppo grande che nascerebbe dalla consapevolezza. Ci permette di mentire, perfino a noi stessi, senza pudore e senza vergogna.

Ma in ognuno di noi si genera un conflitto tra desiderio, morale e realtà esterna al quale l’Io cerca di rispondere attraverso personaggi interni ed esterni che veicolano desideri e leggi. E forse, come dice Rilke, “le sole tristezze cattive e pericolose sono quelle che si portano nella folla perché questa le copra”.Noi riusciamo a tollerare la caducità del presente solo conservando in noi stessi ciò che rischiamo di perdere attraverso una introiezione ubiquitaria e onnipresente, nel senso di Ferenczi. “Er-innerung”, la memoria, è l’introiezione costante del presente. La memoria ed il pensiero colmano il vuoto della minaccia della perdita del presente.

Mnemosyne, la memoria, ha generato le nove Muse, figlie di Zeus, e da lei nascono le arti, l’istinto creativo dell’uomo, la sua “difesa”.

 

Lo Specchio Graffiato

“La mia mente era uno specchio:
vedeva ciò che vedevo, sapeva ciò che sapevo.
In gioventù la mia mente fu proprio uno specchio
in un vagone che fuggiva veloce
afferrando e perdendo squarci di paesaggio.
Poi col tempo
grandi graffi si incisero sopra lo specchio
lasciando che vi affiorasse il mio io più segreto.
Perché questa è la nascita dell’anima nel dolore, una nascita con guadagni e perdite.
La mente vede il mondo come una cosa sola con se stessa.
Uno specchio graffiato non riflette immagini:
e questo è il silenzio della saggezza”.

E.L. Masters

 

Rabbia, malinconia, vuoto. Illusione e delusione, rassegnazione, disperazione. E’ ancora l’Io che cerca il sopravvento.

Tutti, in qualche momento, crediamo di aver motivo di rancore verso la natura e il destino e pretendiamo una riparazione che ci indennizzi delle mortificazioni che ha subito il nostro narcisismo, il nostra amore per noi stessi.

“Si. Conosco troppo la mia faccia; me la sono sempre fatta, troppo fatta: ora basta! Ora voglio la “mia”, così com’è, senza ch’io me la veda” sono le parole della  pirandelliana Donata di “Trovarsi”.

Eliminando così ogni specchio, eccetto gli occhi di colui che ama, ella respinge il suo personaggio di attrice per “trovarsi”.

L’uomo moderno vive nel mondo, abita una dimora della quale non può avere altra immagine che quella che egli stesso si crea a compensazione della propria cecità. Una sensazione di sgomento deriva da troppi interrogativi privi di risposta, dal silenzio che incombe sull’interpellanza dell’essere. Il silenzio è insopportabile per chi vive solo ad attendere parole di verità e di spiegazione . E allora la grande tentazione può essere quella del sonno, dell’oblio e del sogno; ha come sfondo un arazzo in via di esecuzione, ogni motivo del quale precisa l’ineluttabilità della morte.

La morte, l’”enigma” che ha dato corso all’umana ricerca è all’origine della cultura umana, dall’uomo di Neanderthal, che imbiancava le tombe dei suoi morti, alle statue delle sepolture elleniche e alle tragedie greche.

Ma l’atteggiamento naturale dell’uomo rispetto al mondo e ai suoi simili è la lotta: la coscienza risponde all’ostilità dell’ambiente sviluppando intelligenza, astuzia, attenzione volontaria, desiderio di imparare, volontà di dominare e possedere.

L’enigma del male, della mancanza, della frustrazione impone un costante lavoro alla psiche umana: al momento dell’insorgere del complesso di Edipo la frustrazione delle pulsioni è predominante, ma, come esigenza di lavoro interiore, si pone anche alla base della formazione della personalità. Accettare nella vita l’incontro del vero e del falso, e del “cattivo” in quanto tale, evita all’individuo l’ingresso nel circolo vizioso del sentimento di ingiustizia come fatto compiuto di fronte al quale rassegnarsi.

L’eudemonia, la felicità, è interiorità e compimento armonioso di un continuo divenire, e non tentativo di annientamento dei demoni.

Di fronte alla personalità depressiva che vive cronicamente sotto il segno di un problema non risolto di perdita costante, in nome di un fantasma di onnipotenza che possa negare il passaggio dal principio dei piacere al principio di realtà, eterna imago infantile, all’uomo si offre la possibilità di far coincidere, grazie alla sua “creatività”, la coscienza della morte e quella dell’immortalità, sparizione e restaurazione, distruzione e riparazione, le due tappe fondamentali dell’esistenza umana.

Il demone, afferma Goethe; combatte su due fronti, si difende dal pericolo che lo minaccia, si fa talora strumento di salvezza, quasi spinto, si direbbe, a volersi riscattare dall’oscura colpa originaria che, secondo le antiche teogonie greche, lo avrebbe allontanato dalla sua divina destinazione, e costringersi al bene, al servizio della vita. Questa duplice “erlebnis”, questa costante esperienza dionisiaca e apollinea, spirituale e culturale, che Goethe e Beethoven hanno vissuto anche negli accessi di un’esaltazione mistica e titanica, fu da loro accolta e considerata quale manifestazione di una antica demonicità, appartenente ad epoche più forti e virili, sconosciuta al loro tempo, giudicato con disprezzo debole ed effeminato.

Ma quella stessa “follia intellettuale li ricondurrà all’ordine e alla misura, per arrestare il divenire di fuggevoli istanti inserendo il tempo finito nel tempo dell’arte, che è eterno.

Goethe e Beethoven sanno che l’uomo non è veramente libero, che deve sforzarsi, affaticarsi all’opera della sua redenzione, mantenersi saldo.  Soltanto chi si adopera con sforzo perenne sarà salvato, ammonisce Platone nella “Repubblica”: è il monito degli Angeli (i Demoni dei pagani) a giustificare la salvezza finale di Faust.

Forse la magia dell’esistenza è proprio nel suo impenetrabile mistero, nella sua incompiutezza che non disdegna, quasi a burlarsi della nostra imperfezione, di farci essere nello stesso tempo Faust e Don Chisciotte, mentre i suoi demoni sembrano compiacersi di vederci errare, come Peer Gynt, sempre alla ricerca dell’irraggiungibile, magari come lui attraversando il mondo per scoprire poi la poesia del ritorno.

Forse la liberazione, l’apertura responsabile verso quel vortice di fenomeni che è la vita, per “sopravvivere” e “vivere” al di là dell’ombra della depressione non può venire se non a prezzo della stessa depressione, tanto inevitabile quanto umana: proprio un io incrinato da crepe e sconnessioni, spogliato di illusioni puerili, sufficientemente disincantato per rendersi, ciò che più importa, disponibile a migliorarsi, potrà fruire della totalità dell’esperienza.

Un’immagine di Hoffmann è suggestiva: nel “Vaso d’oro” è la “frattura creatasi nell’animo suo” che permette ad Anselmo, in una scena indimenticabile, di scorgere nei riflessi dei fuochi d’artificio sull’acqua i serpenti d’oro della sua visione e di udire nel mormorio delle onde la voce delle creature che lo invitano al mitico regno di Atlantide.

In questo veramente, a mio parere, sta il senso della depressione, e per ciò la depressione ha un senso.

 

Bibliografia

  1. F.GIBERTI, L’altra depressione: apporti psicoanalitici alla psichiatria, Piccin, 1985
  2. W.GOETHE, A Maria Szymanoroska, Einaudi,1967
  3. G.GOZZANO, Poesie, Newton Compton italiana, 1973
  4. E.T.A. HOFFMANN, Il vaso d’oro, Einaudi, 1979
  5. KIERKEGAARD, La malattia mortale, Sansoni, 1965
  6. E.L.MASTERS, Antologia di Spoon River: Ernest Hyde, Einaudi, 1943
  7. F.NIETSCHE, Così parlò Zarathustra, Mursia, 1972
  8. PIRANDELLO, Trovarsi, Mondadori, 1971
  9. PROUST, La Recherche, Mondadori, 1973
  10. R.M.RILKE, Lettera del 12 agosto 1904, da Lettere a un giovane poeta,  Adelphi, 1980
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