La Felicità

“La bellezza non ha causa: esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e appare.
Sai afferrare le crespe del prato
quando il vento vi avvolge il suo dito?
Iddio provvederà perché non ti riesca”

(Emily Dickinson, 1862).

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La felicità è come la bellezza: la si cerca e quando la si ottiene non ci rendiamo conto di possederla.

Non solo.

Penso che la bellezza e la felicità siano due metodi di vita universali, nei quali si esprime il desiderio di perfezione che la nostra specie coltiva da sempre. Essi sono rispettivamente formale, perché concerne l’aspetto esteriore e sensibile delle cose in relazione alla proprie mentalità, e sostanziale perché con il termine felicità ci si rivolge ad un desiderio di perfezione mentale interna.

Partendo da questi presupposti teorici, che sono espressi secondo la mia personale visione, e dunque soggetti al necessario controllo che ogni teoria si attende dal procedere scientifico, è necessario rintracciare nella dinamica neuronale umana gli antecedenti neuro-chimici che intervengono nella creazione ideale della bellezza e della felicità.

Le cellule del cervello, i neuroni, comunicano tra di loro in diversi modi. Uno di questi prevede l’utilizzazione di segnalatori biochimici, i neurotrasmettitori, in grado di agire sulla breve distanza (mentre altri segnalatori, gli ormoni, agiscono sulle lunghe distanze) che realizzano tale trasmissione di informazioni attraverso una fessura che li divide, che si chiama sinapsi, e che permette il passaggio delle molecole.

Fra questi neurotrasmettitori vi è la serotonina che assolve a numerosi compiti, come presiedere all’attività involontaria del sonno, oppure a quella volontaria dell’apprendimento, ma anche dell’appetito e della sessualità. Fra gli altri ancora, essa ci rende più o meno sensibili emotivamente, più o meno aggressivi oppure più o meno depressi. Nel caso che qui ci interessa, la serotonina è responsabile anche della sensibilità ai propri ed altrui cambiamenti emozionali, veicolando in noi un diverso grado di coinvolgimento emozionale agli eventi della vita. Per esempio, quando siamo di fronte a un quadro che ci comunica tristezza, tale sensazione si realizza grazie alla circolazione di serotonina. Accade la stessa cosa quando ci emozioniamo di fronte a un bel film e creiamo inconsapevolmente in noi un “ponte emozionale” tra quello che vediamo sullo schermo e alcune situazioni della nostra vita. In sostanza, la capacità di essere empatici, e dunque di partecipare emozionalmente a qualcosa che culturalmente viene definito “bello”, dipende anche dal livello di circolazione neuronale di serotonina nel nostro cervello.

La serotonina, che si presenta in quantità inferiore nei depressi, è però determinante durante l’innamoramento. I dati emersi in seguito ad una ricerca sui depressi rivela che “mentre gli studenti «normali» presentavano il solito livello di serotonina, quelli «innamorati pazzi» ne registravano uno del 40 percento più basso. Poi, a conferma del fatto che questo abbassamento riguardava soltanto il primo periodo, i ricercatori riesaminarono gli studenti innamorati a un anno di distanza: i livelli erano tornati normali, mentre un affetto più tenue era subentrato alla vertigine originale. La ricerca suggeriva una conclusione stupefacente: un basso livello di serotonina può essere vantaggioso. La capacità di innamorarsi pazzamente non sarebbe possibile senza una sequenza chimica capace di abbassare i livelli di serotonina” (Birken R., 2002:94).

Da questi dati si deduce che la chimica del cervello agisce in sintonia con il sistema della cultura, ed entrambi concorrono a stabilire quali debbono essere i modelli di comportamento più adatti per intraprendere azioni “da innamorati”. E tutto ciò è indispensabile, altrimenti non saremmo in grado di giustificare, all’interno della nostra specie, la formazione di vere e proprie “mentalità”, ossia disposizioni mentali culturalmente condivise e biologicamente veicolate nel pensare alle cose e nell’agire.

Si scopre così che ogni cervello umano, oltre a possedere una propria e personale architettura cerebrale, determinata dai tipi di collegamenti neuronali che rendono la mente di ognuno di noi tanto unica quanto culturale, possiede dosaggi specifici dei diversi segnalatori, e a seconda delle quantità agirà in un modo piuttosto che in un altro. La nostra sensibilità al bello, ossia la nostra capacità di avere reazioni emozionali di fronte a ciò che culturalmente viene definito bello, dipende dalla serotonina, che rende tale sensibilità esprimibile, e dalla cultura che mette in scena il bello.

Passiamo ora alla adopamina, che è un altro neurotrasmettitore, una monoammina, in grado di alimentare in noi il desiderio di novità e di farci provare la sensazione di piacere di fronte ad alcune situazioni, come durante il rapporto sessuale, dopo un lauto pranzo e dopo l’assunzione di cocaina oppure di anfetamine. “La dopamina viene definita la sostanza chimica del piacere. (…) [Essa] attiva una serie di modelli comportamentali. Motiva gli esseri umani e gli altri mammiferi a ricercare quello che li fa stare bene e rilascia la sensazione di piacere quando l’hanno trovato. Tutto ciò avviene nelle profondità del cervello, in una regione chiamata nucleus accumbens dove la dopamina viene rilasciata” (Birken R., op. cit.:233). Uno degli effetti della sua mancanza è l’abbassamento del desiderio di novità, per cui un “pantofolaio” resterà sempre tale sino a quando il proprio livello di adopamina non cambierà.

Nello stesso tempo, è importante sottolineare che le variazioni di questo dosaggio dipendono da una condizione genetica che sta a monte, e uno di questi geni responsabili è già stato individuato.  “È il gene impiegato per la produzione del tipo di recettore di dopamina D4 e viene perciò chiamato D4DR. Chimicamente è un gene molto variabile. Anche la sua lunghezza sembra determinante, così come lo è per il trasportatore di serotonina e per i geni Ob legati alla depressione. Lunghezze diverse del gene D4DR comportano capacità diverse di legare la dopamina. Più il gene è corto e più debole è il legame. È quindi probabile che questo gene influenzi le percezioni, come avrebbero scoperto tre ricerche separate condotte in Israele, negli Stati Uniti e in Canada: più lungo era il gene D4DR e più alto era il desiderio di novità” (Birken R., ibidem:234).

Emerge chiaramente che le azioni dell’uomo, anche quelle riferibili dunque al godimento personale (ossia il piacere), sono il risultato di una strettissima relazione fra la dimensione bio-genetica e le situazioni ambientali nelle quali egli stesso vive. Si tratta di una relazione all’interno della quale le percentuali di incidenza dell’una oppure dell’altra non sono ancora scientificamente chiare e quantificabili. Non possiamo sapere quanto, a livello di precisi dati numerici, influisce nei nostri comportamenti la genetica che conduce ad una particolare chimica del cervello, rispetto all’influenza, anch’essa non quantificabile, dell’ambiente nell’attivazione di quel comportamento particolare. Quello che sappiamo è, a grandi linee, la relazione che esiste fra l’espressione di un gene e qualche comportamento che l’ambiente è in grado di stimolare in presenza di quel gene preciso. I dettagli di questa operazione ci sono ancora oscuri.

Detto questo, torniamo ora alla nostra felicità.

Il nostro cervello è programmato dunque geneticamente per provare emozioni in situazioni esistenziali nelle quali si trova ad agire. Anzi, egli è programmato dalla natura, come fosse una vera e propria risorsa evolutiva, per trarre piacere dalle azioni che compie, evitando quelle nelle quali il piacere non si prova. Il cervello è in grado di distinguere il piacere dal non-piacere, mentre non distingue il nocivo dall’innocuo, altrimenti sarebbe per tutti i fumatori facile smettere di fumare.

Le emozioni e il desiderio di novità, oppure la sensazione di benessere, sono dunque legati all’attivazione di precisi geni che a loro volta stimolano la produzione di serotonina e adopamina. I nostri pensieri sulle emozioni, il nostro saper distinguere e realizzare atteggiamenti empatici dipendono dalla serotonina, così come dipendono dall’adopamina la ricerca-desiderio di novità e quella del piacere.

La felicità, che è un insieme di emozioni gratificanti e un desiderio di novità, perché la ricerco per provare nuove emozioni rispetto a quelle che già provo, è anche una sorta di innamoramento, perché tendo a confonderla con il piacere fisico che può procurarmi, desiderando mantenerla nel tempo il più a lungo possibile. E questo mantenersi nel tempo implica sia la ricerca di novità che la stabilizzazione delle conquiste piacevoli che ho ottenuto nel tempo. Però, prolungare una situazione di piacere è per ogni essere umano impossibile, oltre un certa misura che è generalmente breve, e sono portato a ritenere che questa brevità svolga una funzione importante nella stimolazione del desiderio. L’appagamento duraturo di un desiderio, come ad esempio quello del piacere, potrebbe stimolare un abbassamento dell’attenzione verso i pericoli della vita, come potrebbe renderci troppo convinti del perdurare scontato di una relazione amorosa. Credo dunque che la confusione fra piacere e felicità sia biologicamente e inizialmente utile alla specie per stimolare il desiderio di novità (come è assai probabile che accada il contrario, e cioè che sia il desiderio di novità a stimolare l’identificazione del piacere con la felicità). Inoltre ritengo che la natura abbia programmato l’abbandono successivo di questa fusione per fare spazio ad una dimensione più evolutivamente vantaggiosa.

In effetti, abbiamo visto che l’architettura neuro-cognitiva di ogni essere umano, sebbene utilizzi componenti universali e dunque appartenenti alla specie Homo, si configura in ogni persona secondo collegamenti frutto delle proprie personali esperienze. Anche se tutti gli esseri umani possiedono serotonina e adopamina, il loro dosaggio è differenziato da persona a persona, mentre la loro circolazione nel cervello e nel sangue dipende sia da fattori genetici che da fattori ambientali. Ciò significa che ogni individuo possiede una personale esperienza circa quello che per lui significa piacere e felicità. La loro reciproca assimilazione è così personale da non permettere che più persone assieme riescano in qualche modo a capirne i meccanismi, le cause e gli effetti. In ottica evolutiva, se dovesse permanere questa identificazione nel cervello di ogni singolo individuo si creerebbe la convinzione che solo ciò che egli vive come piacere e felicità è valido, senza la necessità di valutare le esigenze altrui. In sostanza, la confusione, in piena autonomia di pensiero, fra piacere e felicità se restasse tale non permetterebbe nessuna forma di comunicazione culturale di tale benessere e non avremmo la necessaria condivisione umana circa questi due importanti situazioni.

Ecco perché, a mio parere, si è reso necessario nel corso dell’evoluzione abbandonare tale identificazione narcisistico-infantile. L’adulto diventa infatti consapevole del proprio piacere e della propria felicità senza dimenticare il piacere e la felicità altrui, entrando così nel mondo della condivisione culturale e della costruzione di una felicità condivisa e solidale. Certo, questo avviene solo se il livello di coscienza personale è in sintonia con quello di coscienza collettiva, altrimenti si assiste a quello che si sta attualmente verificando. Il mio piacere deve essere il piacere di tutti e l’adesione a tale piacere coincide con l’idea che mi sono fatto di felicità, disinteressandomi di quello che accade nella vita e nella mente delle altre persone.

In sostanza, l’età adulta dovrebbe essere caratterizzata da una netta distinzione, in riferimento al tema della nostra trattazione, tra il piacere, che è quasi sempre singolare, e la felicità che dovrebbe essere plurale. Utilizzo il condizionale non a caso, perché ho la sensazione, osservando come procede questo mondo occidentale e come l’oriente stia abdicando ai propri contenuti culturali aderendo al peggio del nostro mondo consumeristico, che dalla identificazione del piacere con la felicità si sia passati alla identificazione del singolare con il plurale, con una valorizzazione eccessiva del singolare a scapito del plurale. Mi sembra che la dimensione individuale della propria esistenza stia assumendo un valore esistenziale talmente universale da essere sintetizzabile nella seguente proposizione: “Se sto bene io, se godo e sono felice, lo saranno anche gli altri. Della vita altrui non mi interesso, perché una volta che sto bene io stanno bene tutti”.

In realtà, sembra dunque di assistere alla riformulazione della iniziale identificazione del piacere con la felicità perché essa è economicamente vantaggiosa e culturalmente in grado di produrre atteggiamenti eroici sempre più esasperati. Ecco perché esprimo le seguenti considerazioni finali:

  • ritengo che la possibilità di ricercare la felicità sia la misura dello stato evolutivo della specie umana;
  • penso che tale felicità sia possibile abbandonando la sua identificazione egoistica con il piacere;
  • sostengo che una futura felicità possa essere anch’essa solo globalizzata, come unica possibilità evolutiva per la nostra specie, che altrimenti si sta mostrando abortiva.

Bibliografia

  • Bellah R., 1970, Beyond Belief. Essays on Religion in a Post-Traditional World, Harper & Row Publishers, New York, trad. it. 1975, Al di là delli fedi. Le religioni in un mondo post-tradizionale, Morcelliana Editore, Brescia.
  • Birken R., 2001, Fragile Science. The Reality Behind The Headlines, Macmillan Editor, London, trad. it. 2002, Falsi allarmi, Il Saggiatore, Milano.

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