Neurobiologia e Cervello

Basi neuroscientifiche dell’arte cinematografica

Cervello, creatività, arte, bellezza, musica, poesia e cinema formano un intreccio complesso di fenomeni ancora carichi di mistero. Il punto di partenza è considerare l’arte come una manifestazione del cervello e della mente: solo analizzando il funzionamento cerebrale possiamo trovare risposte congruenti su come nasce la creatività e perché l’uomo produce arte. Su questo terreno […]

Basi neuroscientifiche dell’arte cinematografica
Cervello, creatività, arte, bellezza, musica, poesia e cinema formano un intreccio complesso di fenomeni ancora carichi di mistero. Il punto di partenza è considerare l’arte come una manifestazione del cervello e della mente: solo analizzando il funzionamento cerebrale possiamo trovare risposte congruenti su come nasce la creatività e perché l’uomo produce arte. Su questo terreno si muove la neuroestetica, e in particolare lo studio delle basi neuroscientifiche del film.

Dalla filosofia alla neuroestetica

Come nasce la creatività? Perché l’uomo crea l’arte? Sono temi che i filosofi hanno cercato di affrontare fin dall’antichità. Diversamente dai filosofi, oggi i neuroscienziati sono interessati a capire l’origine e la natura della creatività in maniera diretta ed empirica. Il crescente interesse in questo campo ha dato origine a una nuova disciplina che Semir Zeki ha chiamato neuroestetica.

Alcune ricerche hanno utilizzato l’arte per comprendere il funzionamento del cervello, mentre altri studi, attraverso le tecniche di brain imaging, hanno esaminato il concetto di “piacere estetico” e di “bello”. L’obiettivo non è ridurre l’arte a un insieme di scariche neuronali, ma capire quali circuiti si attivano quando un’opera ci coinvolge, ci commuove o ci appare bella. In questo senso la neuroestetica non sostituisce l’estetica filosofica: la affianca, offrendo un livello di descrizione ulteriore, quello biologico.

Le emozioni alla base dell’arte

Come mostrano le ricerche di Jaak Panksepp e Antonio Damasio, alla base dell’arte ci sono le emozioni. Il ruolo svolto dalla dimensione emotiva e da alcuni sistemi sensori-motori riveste un significato importante nella realizzazione e nella comprensione dell’attività creativa. Gli esperimenti neurobiologici hanno cercato di individuare i “correlati neurali” dell’arte e del bello, mostrando che arte e bellezza sono in qualche modo radicate nel cervello: noi percepiamo, sentiamo e avvertiamo l’esperienza estetica con il corpo, non solo con il ragionamento.

Il successo degli esperimenti condotti con le tecniche di neuroimaging sta gettando nuova luce su ciò che accade nel cervello quando un soggetto fa esperienza di un’attività artistica. Secondo Zeki l’esperienza del bello rimanda a strutture che presentano un rilievo biologicamente oggettivo. Da queste acquisizioni è sorta l’idea che l’arte sia un’attività che coinvolge anche le aree più antiche e profonde del cervello, quelle legate alla vita emotiva e istintiva descritte da Panksepp, e non soltanto le aree corticali più recenti dedicate al pensiero astratto.

Il cinema visto dalle neuroscienze

Un prezioso contributo alla comprensione dell’arte, e soprattutto di quella cinematografica, è fornito da un neuroscienziato, Vittorio Gallese, e da uno studioso del cinema, Michele Guerra, con il volume “Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze” (Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, 318 pagine, 25 euro).

Affrontare l’arte, e dunque il cinema, con gli strumenti delle neuroscienze significa arricchire la nostra comprensione dei meccanismi che guidano la visione del film: il coinvolgimento corporeo dello spettatore e i sistemi empatici che lo legano ai protagonisti e alle loro vicende. Lo spettatore non è un osservatore neutro e distaccato. Quando guarda una scena, il suo corpo reagisce, in forma attenuata, come se fosse coinvolto in prima persona: è questa risonanza corporea a rendere il film un’esperienza intensa e non una semplice sequenza di immagini.

La simulazione incarnata

L’ipotesi avanzata nell’opera è che, per comprendere i molteplici e complessi sistemi neurali coinvolti nella visione di un film, occorra fare riferimento a un modello teorico specifico: la simulazione incarnata (embodied simulation). Si tratta del tentativo del cervello di imitare le caratteristiche di una situazione impiegando mezzi o strategie analoghe, con il fine di acquisirne una comprensione “dall’interno”.

Il primo a impiegare il concetto di simulazione è stato il neuroscienziato francese Marc Jeannerod, il quale ha proposto che l’immaginazione motoria potesse essere considerata una forma di simulazione: immaginare un’azione equivale, sul piano cerebrale, a simularne l’esecuzione. Il modello della simulazione incarnata costituirebbe un meccanismo rilevante sia per l’attività cognitiva sia per altri aspetti dell’intersoggettività. Applicato al cinema, questo modello aiuta a chiarire la relazione con le immagini e con i film sotto tre profili: la costruzione dell’opera, la sua ricezione da parte dello spettatore e la sua specificità estetica.

I neuroni specchio

La possibilità di entrare in relazione con gli altri e con il lavoro creativo è dovuta in particolare all’attività dei neuroni specchio e al fenomeno dell’empatia. I neuroni specchio sono una popolazione di neuroni che si attivano sia quando una persona compie un’azione, per esempio afferrare un oggetto, sia nel momento in cui osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto.

Questi neuroni sono stati individuati nelle cortecce premotorie e parietali del macaco e successivamente studiati anche nell’uomo, a partire dalle ricerche pubblicate nei primi anni Novanta dall’equipe parmense di cui faceva parte anche Gallese. La loro scoperta ha offerto un possibile substrato biologico a un’osservazione antica: comprendiamo le azioni e le intenzioni altrui perché, in qualche misura, le rieseguiamo internamente. Nel contesto del film, questo meccanismo spiega perché un gesto, uno sguardo o un movimento sullo schermo possano risuonare così profondamente nello spettatore.

L’empatia e lo spettatore

La struttura funzionale della simulazione incarnata, che rappresenta una caratteristica di base del funzionamento del cervello, è implicata anche nell’empatia. La nozione di empatia viene introdotta nella seconda metà dell’Ottocento in Germania. Secondo il filosofo tedesco Robert Vischer, la fruizione estetica dell’immagine in generale e dell’opera d’arte in particolare sottintende un “coinvolgimento empatico” che si configura in una serie di reazioni fisiche nel corpo dell’osservatore.

Il concetto di empatia riguarda una manifestazione emotiva che concerne il nostro profondo rapporto con gli altri e con il mondo. È un sentire “dentro” gli stati soggettivi e privati di un’altra persona; è comprendere le intenzioni altrui, la realtà e, dunque, anche l’arte, il bello e il film. Cinema e neuroscienze si incontrano proprio qui: nella capacità dello spettatore di partecipare, con il corpo e con l’emozione, a storie che non gli appartengono.

Domande frequenti

Che cos’è la neuroestetica?

È la disciplina, il cui nome si deve a Semir Zeki, che studia le basi cerebrali dell’esperienza estetica: cosa accade nel cervello quando percepiamo un’opera come bella o quando proviamo piacere estetico. Utilizza soprattutto le tecniche di brain imaging per individuare i correlati neurali dell’arte e della bellezza.

Che cos’è la simulazione incarnata (embodied simulation)?

È il modello teorico proposto da Vittorio Gallese secondo cui il cervello comprende situazioni, azioni ed emozioni altrui riproducendole internamente, come in una simulazione. Applicato al cinema, spiega il coinvolgimento corporeo ed emotivo dello spettatore, che partecipa alla scena “dall’interno” anziché osservarla in modo distaccato.

Che ruolo hanno i neuroni specchio nella visione di un film?

I neuroni specchio si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando la osserviamo negli altri. Davanti a un film consentono di rieseguire internamente i gesti e le intenzioni dei personaggi, rendendo le loro azioni ed emozioni percepibili come vicine e coinvolgenti per lo spettatore.

Che cos’è “Lo schermo empatico”?

È il volume di Vittorio Gallese e Michele Guerra, pubblicato da Raffaello Cortina Editore nel 2015, che mette in dialogo neuroscienze e studi sul cinema. Il libro applica i concetti di simulazione incarnata, neuroni specchio ed empatia all’esperienza dello spettatore cinematografico.

In sintesi: le neuroscienze offrono una chiave nuova per capire l’arte cinematografica. Grazie alla neuroestetica di Zeki, al ruolo delle emozioni descritto da Panksepp e Damasio e soprattutto al modello della simulazione incarnata di Gallese, il film smette di essere solo un oggetto visivo e diventa un’esperienza corporea. Neuroni specchio ed empatia spiegano perché partecipiamo con il corpo e con l’emozione alle storie sullo schermo, sentendo “dentro” gli stati d’animo dei personaggi.
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