Il sogno dell’uomo di capire il cervello
Fin dalla’ antichita’, l’uomo ha cercato di indagare la natura umana, il cervello, la mente, il bene e il male. Temi che hanno affascinato e attirato prima l’attenzione di filosofi e teologi, poi quella di antropologi, sociologi, biologi, genetisti, neurologi, farmacologi, ingegneri, e di recente anche esperti di analisi dei mercati ed economisti.
All’alba della civilta’, in assenza della scienza, il compito di valutare il posto dell’uomo nel mondo viene assunto dalla filosofia, in un cosmo dominato dal senso soprannaturale e da una mente popolata di Dio, divinita’, demoni, fantasmi e paure ancestrali.
La riflessione filosofica sull’uomo, sul bene e sul male ha fornito spiegazioni diverse, come la volonta’ divina, l’ordine del cosmo, la liberta’ soggettiva, i principi utilitaristici, la ragione, la cultura, i sentimenti morali.
Soltanto oggi pero’ possiamo legare queste argomentazioni al processo evolutivo e ai meccanismi neurali del cervello, i quali, scrive de Waal, hanno “contribuito a plasmare” forme e modi del nostro dover essere morale. Le scoperte delle neuroscienze stanno facendo luce per orientarci nell’intricata selva del cervello, della mente e della coscienza.
La filosofia e l’immortalita’ dell’anima
L’atto di nascita della speculazione filosofica sulla mente e’ la teoria di Platone sull’immortalita’ dell’anima e sulla trascendenza, sull’esistenza cioe’ di un aldila’ metafisico. Questa concezione e’ ripresa da Aristotele e poi sviluppata dal pensiero medioevale con le tesi teologiche proposte dal Cristianesimo. E’ solo in eta’ moderna che il termine mente assume un ruolo centrale, producendo un vastissimo insieme di ricerche neuro scientifiche.
Prima di Platone, le dottrine etiche partono dalla concezione della Scuola cirenaica, la quale sostiene che l’origine di ogni comportamento umano e’ il piacere (edonismo). Solo il piacere e’ il bene e solo il dolore e’ il male.
La ricerca del piacere pero’ “allontana”, scrive Platone, “dal sommo bene”, che e’ la felicita’. La quale consiste nel valore assoluto ed incondizionato della virtu’.
Che cosa intendiamo per virtu’
Il concetto di virtu’ riguarda la disposizione dell’animo che spinge l’uomo a praticare e perseguire il bene, prescindendo da eventuali ricompense o castighi (Gabrielli).
Con il termine etico, dal greco etos, costume, norma di vita, si indica la dottrina dei motivi e delle ragioni, che guidano le azioni umane, oppure dei principi e dei fini che dovrebbero guidare perche’ risultino buone sia da parte del soggetto agente che da parte del giudizio altrui.
L’etica, che in generale ha lo stesso significato di morale, e’ dunque la scienza della condotta, cioe’ del fine cui la condotta deve essere indirizzata, e delle cause della condotta umana. La moralita’ e’ la qualita’ di cio’ che e’ conforme ai principi morali.
Platone ritiene che la virtu’ debba essere identificata con il possesso della scienza, la cui validita’ e’ “garantita” dall’esistenza oggettiva delle “idee”, le quali sono essenze o forme delle cose. Le idee sono entita’ universali dominate dall’idea del bene e hanno sede in un mondo iperuranio.
Sulla base della concezione platonica, Aristotele afferma che la felicita’ e’ il sommo bene e consiste nella realizzazione della propria natura attraverso la ragione. Anche lo stoicismo identifica la felicita’ con l’esercizio della virtu’. Chi e’ virtuoso e’ anche felice.
Per il Cristianesimo, la felicita’ non e’ di questo mondo. I filosofi cristiani non nutrono fiducia eccessiva nella ragione, che non sempre e’ capace di dominare le passioni, e sottolineano che solo la fede e la grazia di Dio possono rimediare alla natura umana corrotta dopo il peccato originale.
La filosofia moderna, soprattutto con i Neoplatonici, insistono sull’innatezza delle ide morali. Per Hegel, il fine della condotta umana trova la sua perfezione nello Stato, che e’ la “totalita’ etica”, Dio che si e’ realizzato nel mondo. Da parte sua, Kant con il suo imperativo etico dichiara che bisogna trattare l’umanita’ sempre come fine e mai come mezzo. La virtu’ pertanto deve avere un valore universale, il quale si esprime nel concetto di dovere.
La filosofia del ‘900 infine abbandona il rapporto tra metafisica ed etica, rifiutando un’impostazione metafisica e sostiene che la scienza, la politica, l’economia e il diritto debbono essere guidati da norme etiche.
In campo scientifico, il comportamento umano e le istanza morali trovano spazio nelle neuroscienze e nella genetica.
Dalla metafisica alla scienza
Da questa analisi, risulta che la riflessione filosofica sulla mente e la morale e’ antica quanto il pensiero umano ed e’ stata impostata in modo astratto.
E’ solo nel Novecento che la ricerca sul cervello e la mente diventa una disciplina autonoma dagli ambiti che l’avevano in precedenza inglobata (metafisica, etica, religione). Aggiungiamo poi che la rilevanza metafisica del termine mente e’ mutata nel corso dei secoli. Nel suo significato filosofico originario, il concetto di mente rimandava al termine anima, spirito, soffio.
Psicoanalisi, comportamentismo e scienze cognitive
Sino alla fine del Novecento, non esistevano teorie rigorose sull’intelligenza, il pensiero, l’emozione. Nel Novecento, tutto cio’ che si e’ potuto offrire per spiegare l comportamento umano sono stati la psicoanalisi e il comportamentismo in psicologia. La psicoanalisi ha cercato di esaminare la mente in termini di processi consci e inconsci, ma non e’ riuscita a formulare una “teoria chiaramente verificabile”, poiche’ non possiede gli strumenti scientifici per verificarla. Da parte sua, il comportamentismo, che ha dominato soprattutto negli Stati Uniti la psicologia sperimentale per quasi tutta la prima parte del secolo scorso, ha tentato di comprendere i nostri comportamenti senza utilizzare in nessuna occasione il concetto di mente. Questa, per i comportamentisti, e’ una scatola nera nella quale non vale assolutamente la pena di mettere il naso. Tutto si puo’ risolvere semplicemente osservando che cosa vi entra e che cosa ne esce, vale a dire che e’ sufficiente analizzare lo stimolo (S) che ha dato luogo a un’azione e quindi la risposta (R) corrispondente. In questo modo, lo studio della mente e della psiche e’ ridotto a una serie di osservazioni sperimentali.
Negli anni novanta, le due concezioni si sono clamorosamente “eclissate” (de Waal), quando le nuove neuroscienze sono riuscite ad emergere ed avanzare attraverso scoperte straordinarie.
Riduzionismo biologico: eventi mentali ed eventi neurali sono identici
Come reazione al comportamentismo, ha cominciato a imporsi negli anni sessanta del secolo scorso una linea di pensiero che ha dato origine a quella corrente di pensiero che e’ stata chiamata cognitivismo e che ha aperto un nuovo capitolo nelle ricerche sulla mente, quello delle cosiddette scienze cognitive. Le quali si propongono di studiare le funzioni della mente e del cervello da analizzare in maniera autonoma. Si ammette che la mente non possa esistere indipendente dal cervello e dal corpo.
Nella concezione delle neuroscienze non esiste una forma di dualismo secondo il quale cervello e mente sono due realta’ distinte operanti su piani di realta’ separati. Questa teoria implica in sostanza come sia possibile “ridurre” ogni spiegazione di natura psicologica e mentale in termini di proprieta’ biologiche di regioni del sistema nervoso. Si assume quindi che gli eventi mentali siano “identici” agli eventi neurali, nel senso che a ogni stato mentale corrisponde un possibile stato neurale.
I metodi d’indagine delle neuroscienze
I metodi d’indagine delle neuroscienze riguardano: a) le ricerche sui neuroni; b) neuroimaging; c) lo studio dei pazienti che hanno il cervello leso da ictus, tumori o ferite alla testa.
A partire dunque dagli ultimi anni del secolo scorso, gli studi sul cervello e la mente hanno abbandonato la pura analisi concettuale (filosofia) ed e’ iniziata la ricerca empirica, fondata cioe’ su risultati scientifici sperimentali. La nuova scienza del cervello ha avuto subito un impetuoso sviluppo.
Quella del cervello e’ una scienza giovane, ma ha gia’ conseguito formidabili progressi. L’ampiezza delle odierne conoscenze neuro scientifiche sono “anni luce” piu’ avanzati rispetto alla meta’ del secolo scorso. Negli ultimi quarant’anni abbiamo infatti appreso sul cervello piu’ che nei precedenti 5000.
Siamo tuttavia ancora lontani dalla conoscenza di come funzioni il cervello, una struttura che suscita sempre un senso di meraviglia e di rispetto. Abbiamo scoperto solo una minima parte di quanto c’e’ da sapere sul mistero del cervello e dei suoi meccanismi e ci sono aspetti, in particolare alcuni suoi disturbi, di cui non sappiamo quasi nulla.
Che cosa sappiamo sul cervello
Oggi, sappiamo che il cervello contiene circa 100 miliardi di neuroni e che ognuno di essi e’ collegato a migliaia di altri neuroni (10 mila). Non sappiamo come da queste reti neurali emerga la mente e come il malfunzionamento di queste reti possa determinare l’insorgere di quelle malattie del cervello che affliggono un abitante su cinque del nostro pianeta.
Di recente, sono stati programmati due progetti: uno americano, l’altro stilato dalla Commissione Europea, con l’obiettivo di “svelare” i segreti del cervello e della mente.
Oggi, riusciamo a studiare solo piccole reti neurali composte di qualche centinaio di neuroni. Si calcola che entro cinque anni dovremmo essere in grado di monitorare l’attivita’ di settemila neuroni; entro dieci anni di 1000000 di neuroni ed entro quindici anni di 75 milioni: cioe’ l’intero cervello di topo.
La domanda e’: quanto tempo ci vorra’ per capire i 100 miliardi di cellule del cervello umano? Non lo sappiamo. Siamo di fronte ad una grande sfida: il cervello che studia il cervello. Si tratta di infrangere la barriera dell’ignoto ed avvicinare “l’umanita’, come ha scritto Primo Levi, alla meta piu’ evanescente e gelosa, quella della mente umana che comprende se stessa” o meglio, precisiamo noi, che cerca di comprendere se stessa.
Le scoperte
E tuttavia sono state effettuate splendide scoperte soprattutto grazie ai meravigliosi metodi di brain imaging, le quali hanno prodotto un “capovolgimento” delle conoscenze sul cervello.
Fino agli anni ottanta, il cervello era considerato un organo statico. Poi attraverso le scoperte della neurogenesi e del cervello plastico, oggi sappiamo sulla base di esperimenti su roditori in particolare che il cervello potrebbe essere in grado di produre fino a 10 mila nuovi neuroni al giorno.
Stiamo cosi’ per assistere alla “rivoluzione scientifica” in assoluto piu’ imponente: la progressiva comprensione del cervello, destinata a “sconvolgere” non solo i metodi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria. Ma anche la stessa visione del mondo, dell’uomo e della societa’, i nostri stessi modi di essere e di pensare, a partire dai sistemi filosofici.
Una svolta epocale, dunque, che mettera’ in crisi le nostre concezioni millenarie e le tradizionali questioni etiche, permettendo di comprendere gli aspetti piu’ intimi e privati dei nostri pensieri e dei nostri desideri: come pensiamo, agiamo e che cosa proviamo.
Neurobiologia della morale: una “grammatica morale innata e universale”
Il nostro cervello, secondo autorevoli neuro scienziati, genera le idee e costruisce credenze e convinzioni. Le quali, precisa Gazzaniga, sono “proprieta’ biologiche”, caratteristiche misurabili della nostra vita mentale molto potenti nel determinare la nostra visione del mondo e i nostri comportamenti.
Esperimenti di brain imaging hanno mostrato l’attivazione di aree del cervello (lobi frontali, temporali, giro angolare destro) nell’esperienza morale e in quella religiosa.
Patricia S. Churchland parla di processi e meccanismi biologici che contribuiscono a “plasmare” il nostro dover essere morale. Le scoperte piu’ recenti nel campo delle neuroscienze, della biologia evoluzionistica e della genetica offrono gli strumenti essenziali per orientarci nell’intricata selva delle questioni morali.
Possiamo parlare, chiarisce R.M. Green, di una “struttura morale profonda”, che guida non solo certi valori comuni, ma anche il bisogno di creare la religione. Tutte le religioni, per Gazzaniga, traggono “origine” da un nucleo morale comune a ogni essere umano.
I concetti religiosi, come ad esempio, “spirito”, “Dio”, “Trinita’” sono legati alle “innate capacita’ cognitive” e ci permettono di “sopravvivere meglio”. Come specie, afferma Gazzaniga, abbiamo “un senso morale innato”, “istinti universali” e “un’etica universale”, qualita’ che Wilson chiama “scintilla morale” e che hanno la funzione di regolare la nostra vita morale.
I giudizi morali sono indispensabili per la “sopravvivenza umana” e impediscono alla nostra specie di distruggere se stessa.
Indipendentemente da sesso, eta’ e cultura, la maggior parte delle persone, scrive Marc Hauser, risponde in modo simile alle stesse scelte morali. Questo comportamento si basa su un’ipotesi evoluzionista, secondo la quale esiste una facolta’ morale che si e’ evoluta come le altre facolta’ degli esseri umani. Attraverso l’evoluzione, si e’ venuta costituendo una “grammatica morale universale” fondata su basi morali e dunque “immune” dalle norme sociali, culturali e razionali, poiche’ i giudizi morali “derivano” da meccanismi inconsci e inaccessibili. In questa concezione, l’influenza dell’ambiente perde la sua centralita’, ma non scompare.
La neurochimica della cura e dell’attaccamento
In tutti gli animali, rileva Patricia Churchland, “vi sono circuiti neurali che presiedono alla cura di se’ e al proprio benessere”. Una serie di evidenze sperimentali proveniente dalle neuroscienze suggerisce poi che nei mammiferi l’organizzazione neurale preposta al proprio benessere fu “modificata” per “stimolare valori nuovi, cioe’ il benessere degli altri” (Keverne). L’estensione della cura per l’altro mostra l’emergere di cio’ che alla fine “confluisce nella moralita’”.
A determinare la cura di se’ e degli altri e’ la “neurochimica dell’attaccamento” e del comportamento affettivo tra mammiferi, che fornisce l’elemento esplicativo basilare (Panksepp).
Perche’ il cervello si cura di qualcosa? I neuro scienziati sostengono che in base a una prospettiva evoluzionistica il cervello e’ organizzato per prendersi cura della sopravvivenza e dell’autoconservazione dell’individuo e della specie. La forma archetipa di altruismo sono le cure materne, il modello per tutto il resto. Infatti, alcuni neuro scienziati valutano la morale umana come uno sviluppo della tendenza alle cure materne.
Sapere che la moralita’ e’ basata su meccanismi neurali ci puo’ aiutare, scrive Gazzaniga, a “scegliere il modo appropriato per occuparci delle questioni etiche”. Questo e’ lo scopo della neuroetica: utilizzare la nostra conoscenza di come il cervello “reagisce” agli eventi, per “riflettere” sugli istinti emotivi che “procurano i maggiori benefici”.
Empatia e neuroni specchio
Una lunga tradizione di ricerca ha sostenuto poi l’ipotesi dell’empatia e dei neuroni mirror per spiegare i comportamenti morali e dell’altruismo. E’ stato provato che vedere un’espressione di dolore sul volto di una persona accresce la propensione all’aiuto (Hoffman). La predisposizione a reagire in questo modo al dolore altrui sembra essere innata: e’ stata dimostrata nei neonati, i quali dal primo giorno di vita piangono al pianto degli altri bambini (Simmer). Ripetuti esperimenti hanno dimostrato che gli individui rispondono alle sensazioni altrui, tatto, gusto, dolore, paura, gioia, eccitazione, attraverso l’attivazione di analoghi meccanismi fisiologici. Le persone cioe’ provano “realmente” gli stati emotivi altrui come fossero i loro (Lanzetta e B. G. Englis).
Anche gli animali si prendono cura di chi ha bisogno. Parti della nostra facolta’ morale “sono condivise con altri animali” (Hauser), mentre altre sembrano unicamente umane.
L’essere umano ha bisogno di credere in qualcosa, in qualche Ente supremo: e’ compito della scienza moderna tentare di “fare chiarezza” sul modo in cui tutto cio’ potrebbe configurarsi.
Domande frequenti
Che cos’e’ la neuroetica?
La neuroetica utilizza la conoscenza di come il cervello reagisce agli eventi per riflettere sugli istinti emotivi che, secondo i neuroscienziati, procurano i maggiori benefici. Sapere che la moralita’ e’ basata su meccanismi neurali, scrive Gazzaniga, ci puo’ aiutare a scegliere il modo appropriato per occuparci delle questioni etiche.
Che cosa significa che eventi mentali ed eventi neurali sono “identici”?
E’ la tesi del riduzionismo biologico affermatosi con il cognitivismo: la mente non esiste indipendentemente dal cervello e dal corpo, e ogni spiegazione psicologica puo’ essere ricondotta alle proprieta’ biologiche del sistema nervoso. Si assume che a ogni stato mentale corrisponda un possibile stato neurale.
Esiste una “grammatica morale universale”?
Secondo Marc Hauser, indipendentemente da sesso, eta’ e cultura la maggior parte delle persone risponde in modo simile alle stesse scelte morali. Da qui l’ipotesi evoluzionista di una facolta’ morale universale, fondata su meccanismi inconsci, in cui l’influenza dell’ambiente perde centralita’ pur senza scomparire.
Qual e’ l’origine biologica dell’altruismo secondo le neuroscienze?
La cura di se’ e degli altri dipende dalla neurochimica dell’attaccamento tra mammiferi (Panksepp). La forma archetipa di altruismo sono le cure materne, modello per tutto il resto: alcuni neuroscienziati valutano la morale umana come uno sviluppo della tendenza alle cure materne, sostenuto dall’empatia e dai neuroni specchio.
La maggior parte degli scienziati non crede in Dio e i loro neuroni sono quelli che lavorano meglio quindi la loro morale non segue la massa forse è per questo motivo hanno una morale esclusiva con una morale razionale .