Neuroetica, Storia e Personaggi

Coscienza ed evoluzione della specie

La coscienza è considerata la massima sfida della scienza. Che cosa sia, quando sia comparsa e come si sia formata nel corso dell’evoluzione della specie resta uno degli enigmi più discussi tra neuroscienziati, filosofi e psicologi. Una delle risposte più originali arriva da Julian Jaynes, secondo cui la coscienza non è un dato biologico immutabile, […]

Coscienza ed evoluzione della specie
La coscienza è considerata la massima sfida della scienza. Che cosa sia, quando sia comparsa e come si sia formata nel corso dell’evoluzione della specie resta uno degli enigmi più discussi tra neuroscienziati, filosofi e psicologi. Una delle risposte più originali arriva da Julian Jaynes, secondo cui la coscienza non è un dato biologico immutabile, ma un insieme di operazioni apprese, nate insieme al linguaggio e trasformate dalla cultura.

La coscienza come massima sfida della scienza

La coscienza è la massima sfida della scienza secondo Eric Kandel; il problema numero uno, “the big one” nelle parole di Joseph LeDoux; il più grande e complicato enigma che la scienza si trova ad affrontare per Vilayanur Ramachandran. Se la si identifica con la mente, il che costituisce un errore concettuale, diventa il tema centrale della neuropsichiatria, come osservava Vizioli. Sono numerose le teorie che si contendono il monopolio della verità, e nessuna di esse ha finora imposto una spiegazione definitiva e condivisa.

La difficoltà nasce dal fatto che la coscienza sembra sfuggire agli strumenti abituali dell’indagine scientifica. Non è un organo, non ha un peso, non si lascia isolare in un punto preciso del cervello. Eppure è l’esperienza più immediata e intima che ciascuno di noi possiede. Proprio questo scarto tra evidenza soggettiva e difficoltà di misurazione oggettiva rende il tema tanto affascinante quanto controverso.

La teoria di Julian Jaynes: coscienza ed evoluzione

Una interessante teoria in materia è stata elaborata da Julian Jaynes nel suo libro “La natura diacronica della coscienza” (Adelphi). Jaynes afferma anzitutto che la coscienza non può essere compresa disgiuntamente dalla sua storia evolutiva. L’origine della coscienza va vista cioè nell’ambito della concezione dell’evoluzione, la quale spiega la nascita materialistica e casuale della specie.

Il termine “diacronica” è qui centrale: indica che la coscienza va studiata nel suo sviluppo attraverso il tempo, come un fenomeno che ha una data di nascita e una storia, e non come una facoltà eterna dell’essere umano. Questo spostamento di prospettiva è ciò che rende la posizione di Jaynes così radicale rispetto alla tradizione filosofica precedente.

Il problema dell’origine “immateriale” della mente

Il problema fondamentale è come spiegare l’origine della mente umana, apparentemente immateriale. Molti autori, tra i quali Alfred Russel Wallace e Charles Darwin, hanno sostenuto l’origine divina della coscienza, collocandola all’inizio dell’evoluzione. La coscienza, per Darwin, è una delle “forze originariamente impresse dal Creatore”.

Storicamente, l’anima è stata considerata come espressione di tutte le funzioni divenute poi prerogative della mente o della coscienza, quando questi termini sostituirono la parola “anima”. Il passaggio da anima a mente e a coscienza non è stato soltanto un cambiamento di vocabolario, ma il segnale di una trasformazione profonda nel modo di concepire l’interiorità umana.

Che cosa non è la coscienza

Per capire la coscienza, Jaynes procede anche per esclusione, sgombrando il campo da alcuni errori diffusi. L’idea che la coscienza sia presente in tutto ciò che facciamo è, secondo lui, un’illusione. Gran parte delle nostre azioni quotidiane, dal camminare al parlare, si svolge senza alcuna partecipazione consapevole.

Un altro errore è ritenere, come ha affermato l’empirismo, che la coscienza sia necessaria per l’apprendimento. Invece, argomenta Jaynes, tutti i tipi di apprendimento hanno luogo senza alcuna consapevolezza o contributo da parte della coscienza. Impariamo abitudini, associazioni e abilità motorie in modo del tutto automatico.

Anche l’idea che la coscienza abbia una sede fisica è messa in discussione. Cartesio, Locke e Hume hanno pensato alla coscienza come a uno spazio localizzato nella testa. Per Jaynes non esiste alcuno spazio del genere: lo spazio della coscienza è uno spazio funzionale, che non ha alcuna localizzazione anatomica precisa.

La mente bicamerale e le voci degli dèi

Secondo Jaynes, la coscienza è un insieme di operazioni apprese sulla base del linguaggio, comparso non prima di 50 mila anni fa. In tutte le civiltà, a partire dal 9000 a.C., esistono indicazioni chiare del fatto che gli esseri umani udissero quelle che oggi consideriamo allucinazioni uditive: voci chiamate dèi, che emanavano all’interno del cervello, proprio come le voci allucinatorie che si manifestano ancora oggi in molte persone e in varie forme di malattia mentale.

Questa condizione veniva chiamata “mente bicamerale”, nel senso che la mente era costituita da due parti: una che prendeva decisioni e l’altra che le eseguiva. Nell’uomo bicamerale non esisteva ancora un io riflessivo capace di deliberare interiormente: le decisioni si presentavano alla coscienza sotto forma di ordini uditi, attribuiti a divinità o antenati.

I profeti e la voce di Dio

In questa lettura, i profeti dell’Antico Testamento erano individui bicamerali che sentivano la voce di Dio ed erano in grado di trasmetterla in maniera convincente. Il fenomeno religioso, le apparizioni, gli oracoli troverebbero così una radice comune nel modo di funzionare di una mente ancora priva di introspezione moderna.

La nascita della coscienza come la intendiamo oggi si colloca, per Jaynes, intorno al 1000 a.C. Sarebbe stato il crollo del sistema bicamerale, sotto la spinta di sconvolgimenti sociali, migrazioni e diffusione della scrittura, a costringere gli esseri umani a sviluppare uno spazio interiore in cui deliberare da soli.

Coscienza, cervello e cultura

Nel corso dell’evoluzione la coscienza è cambiata e continua a cambiare. Le funzioni della mente e del cervello, infatti, non sono di natura esclusivamente biologica, ma sono condizionate dalle esperienze e dalla cultura dell’individuo. Lo conferma lo scienziato Aleksandr Lurija nel suo fondamentale volume “Un mondo perduto e ritrovato” (Adelphi), in cui esplora con precisione, ricchezza e profondità di elementi la natura dell’essere umano.

Un altro importante libro per comprendere come possiamo arrivare a conoscere i meccanismi del cervello e della mente è “Prigioniero del presente” di Suzanne Corkin (Adelphi), opera che rappresenta un notevole contributo alla comprensione degli straordinari progressi delle neuroscienze. Attraverso lo studio di casi clinici, entrambi questi testi mostrano quanto memoria, linguaggio e cultura intervengano nel plasmare ciò che chiamiamo coscienza.

Domande frequenti

Che cos’è la mente bicamerale secondo Julian Jaynes?

È una forma arcaica di funzionamento mentale in cui, secondo Jaynes, la mente era divisa in due parti: una che prendeva le decisioni e una che le eseguiva. Le decisioni venivano percepite come voci esterne, attribuite agli dèi, invece che come pensieri interiori consapevoli.

Quando è nata la coscienza secondo questa teoria?

Jaynes colloca la nascita della coscienza moderna intorno al 1000 a.C., dopo il crollo della mente bicamerale. La coscienza sarebbe quindi un fenomeno storico recente, basato sul linguaggio comparso non prima di 50 mila anni fa, e non una facoltà presente da sempre nell’uomo.

La coscienza è necessaria per apprendere?

No, secondo Jaynes. Tutti i tipi di apprendimento possono avvenire senza alcuna consapevolezza o contributo da parte della coscienza. L’idea, sostenuta dall’empirismo, che la coscienza sia indispensabile per imparare viene considerata un errore.

La coscienza ha una sede precisa nel cervello?

Secondo Jaynes no. Contro Cartesio, Locke e Hume, che immaginavano uno spazio localizzato nella testa, egli sostiene che lo spazio della coscienza è uno spazio funzionale, privo di una localizzazione anatomica precisa.

La teoria di Julian Jaynes ribalta l’idea di una coscienza eterna e biologicamente data: la presenta come un insieme di operazioni apprese, nate con il linguaggio e modellate dalla cultura. Che si condivida o meno la sua ipotesi della mente bicamerale, il suo contributo, insieme agli studi di Lurija e Corkin, ricorda che mente, cervello ed esperienza culturale sono intrecciati in modo inseparabile.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.