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E’ un virus nuovo, subdolo, invisibile, misterioso, che cattura il corpo e l’anima e  ci fa scoprire i limiti dell’uomo e del suo desiderio ancestrale di manipolare e controllare la vita, la natura e la malattia, traendone forza e potere. 

La prognosi incerta sulla epidemia

Sono emersi limiti di conoscenza e di previsione, il limite di una prognosi incerta, il limite dello spazio e del tempo. Il mondo occidentale, e non solo, si sta rivelando impreparato e incapace di fronteggiare, insieme con altri problemi, quello del coronavirus. Tutto, in questa ora buia, è rinviato, domina l’insicurezza, l’angoscia, un senso di desolazione quotidiana, solitudine, isolamento fisico, emotivo ed affettivo; accresciuto da un continuo, ossessivo, ansiogeno bombardamento mediatico che semina panico e amplia stati di ansia e stress, che riducono le difese immunitarie con gravi effetti neurologici negativi e conseguenze dannose nei prossimi anni. Come già scriveva Lorenzo il Magnifico “di doman non c’è certezza”. Cambiano la nostra visione della vita e del mondo, i comportamenti, le abitudini, i pensieri, le emozioni, i sentimenti. Ci scopriamo in tutta la nostra finitezza, fragilità e insicurezza.

  Le scienze, la medicina, hanno fornito un’enorme quantità di conoscenze e potenti strumenti sia nella diagnosi e nella cura di molte patologie che in altri numerosi campi della nostra vita. La realtà ci dice che conosciamo solo una minima parte del mondo vivente.

I limiti della scienza ai tempi della epidemia

   I molteplici limiti messi in evidenza dall’epidemia, ci fa dire addio al mito dell’onnipotenza e al sogno di Icaro. I successi della scienza infatti hanno fatto dire agli scienziati che l’uomo “non ha bisogno di Dio” (Boncinelli), secondo una concezione che ritiene la scienza al servizio di un mondo, nel quale l’individuo, preso da un delirio di onnipotenza vuole sostituirsi a Dio. E’ l’uomo- dice Sartre- che progetta di “essere Dio”, relegando il trascendente, l’anima, il sacro, nel “dimenticatoio” della storia. Noi- aggiungono gli scienziati- ‘non abbiamo più “alcun bisogno” del pensiero religioso o dell’istanza metafisica e morale, perché il pensiero scientifico li ha resi “obsoleti e inutili” (Dawkins). L’idea della “morte di Dio” proclamata da Nietzsche rappresenta in tal modo la fine di tutte le illusioni e delle certezze assolute, il tramonto di codici etici e la crisi della civiltà.

   Non solo la scienza, ma anche il pensiero contemporaneo tende al “rifiuto” dell’assoluto attraverso una concezione prometeica di grandezza: l’uomo che vuole sostituirsi al Creatore e diventare “uomo-Dio”. Sta di fatto che quando l’Occidente ha deciso di sostituire a Dio la scienza, credendo di poter risolvere i problemi dell’umanità, ha preso “una strada folle” (Heidegger).

L’epidemia mette in crisi il primato della ragione

   Ma il progetto dell’Illuminismo nel primato della ragione e della tecnica e nel rifiuto del sacro è naufragato ed ha generato una “gigantesca alienazione” e un mondo “ più irrazionale”. Il grande errore è stato quello di opporre la ragione alla fede, la scienza al sacro e alla religione.

  Se Dio non esiste, allora- precisa Dostoevskij- “tutto è permesso, anche l’antropofagia”. Senza Dio, il mondo è una landa deserta, in quanto “sdivinizzata, desacralizzata, secolarizzata”, disertata dal divino (Givone). La società postmoderna non comprende, come concorda il grande pensatore Habermas, che ha tutto da “guadagnare” da una visione spirituale della vita. Quando l’uomo si è fatto Dio o ha creduto di esserlo ha “fallito”.

   La scienza, infatti, non spiega  la nostra essenza né può spiegarla, siamo quindi costretti- secondo il premio Nobel per la medicina, Eccles- ad attribuite l’unicità del nostro Io a “una creazione spirituale soprannaturale”. E’ il Dio trascendente nel quale credeva Einstein. E’ un concetto sostenuto anche da un altro premio Nobel per la medicina, Jacob, il quale negando validità all’idea del nichilismo parla di un “universo ordinato, creato da un Dio che rimane fuori della natura e la governa con leggi accessibili alla ragione umana”.

Possiamo rinunciare al sacro?

  La domanda cruciale è se davvero possiamo fare a meno del sacro. C’è la verità della scienza, la quale ci dice che siamo il risultato della selezione naturale e dei sistemi neurali. Ma c’è anche un’altra verità, la verità che potrebbe essere: e se fosse vero che siamo figli di Dio? E se fosse vero che Dio esiste? Vita è vita in quanto-spiega il filosofo  Givone- è “vita dello spirito”, che è la nostra essenza. E’ insomma lo spirito a trattenerci dal baratro della disperata insensatezza della nostra condizione umana. 

  Al riguardo, Dostoevskij afferma che la più grande idea che l’umanità abbia mai concepito concerne  “l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima”. “… se qualcuno-aggiunge il grande scrittore- mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità, e se effettivamente risultasse  che la verità è fuori di Cristo, io preferirei piuttosto restare con Cristo che con la verità”. Ciò a conferma che il bisogno di Dio nasce con l’uomo: venticinque secoli della civiltà occidentale sono stati costruiti su questa verità. E ultimamente, sono state proprio le ricerche delle neuroscienze a rivelare che l’idea di Dio e del trascendente ha una radice biologica, innata. Ed è comune a tutti gli esseri umani.

Conclusione di Nietzsche sulla razionalità

Alla fine, anche il filosofo del nichilismo e della “morte di Dio”, Nietzsche, è costretto a proclamare: “Cerco Dio! Cerco Dio”. Sta di fatto che finora la scienza non dimostra l’esistenza di Dio né la nega. Scienza e fede, Dio e ragione sono due grandi visioni, le forze più potenti del mondo, che dovrebbero collaborare e convivere poiché  entrambe lavorano per il benessere umano e per l’affermazione dello spirito etico.

Dottor Guido Brunetti