La ricerca del senso: dalla filosofia greca all’esistenzialismo
La domanda sul significato dell’esistenza è tra le più antiche del pensiero occidentale. La filosofia greca, soprattutto con Socrate e Platone, ritiene che il senso della vita consista nel curare l’anima e nel renderla la migliore possibile. Conoscere se stessi, per Socrate, non era un esercizio astratto ma il presupposto di ogni condotta giusta: solo chi comprende la propria interiorità può orientare le proprie azioni verso il bene.
Questa eredità attraversa i secoli e riemerge, con accenti nuovi, nell’esistenzialismo e nelle altre dottrine filosofiche che identificano l’esistenza come progettazione, realizzazione della propria individualità e aspirazione alla perfezione. Anche le nuove neuroscienze, pur muovendosi su un terreno diverso, riconoscono che l’essere umano non è mai puro meccanismo biologico: è un soggetto che progetta, sceglie, dà forma a se stesso nel tempo. Il senso, in questa prospettiva, non è qualcosa che si trova già dato, ma qualcosa che si costruisce lungo un cammino.
La responsabilità come consapevolezza delle nostre azioni
Il punto di partenza, come afferma Eugenio Borgna nel suo volume “Responsabilità e speranza” edito da Einaudi, è la considerazione del senso di responsabilità, che sempre dovrebbe accompagnare il nostro cammino nella salita della scala etica. Il concetto di responsabilità indica anzitutto la consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni. È questa consapevolezza che ci consente di comprendere e condividere i sentimenti altrui: la sofferenza e la gioia, il dolore e la tristezza.
Per intraprendere un cammino di responsabilità occorre, precisa Borgna, conoscere prima di tutto se stessi e gli altri, come avevano già intuito Socrate e Platone. Responsabilità significa infatti riconoscersi legati agli altri da un vincolo che precede ogni scelta: non siamo isole, e ogni gesto ricade su chi ci circonda. In questo senso la responsabilità non è un peso imposto dall’esterno, ma la forma stessa di una libertà matura, capace di rispondere di sé e dell’altro.
Perché la responsabilità richiede la conoscenza di sé
Non si può rispondere delle proprie azioni se non si comprende ciò che le muove. La conoscenza di sé illumina le nostre pulsioni, i nostri timori, i nostri desideri, e permette di distinguere ciò che è autenticamente nostro da ciò che è reazione impulsiva. Per questo il monito socratico del “conosci te stesso” non è un invito narcisistico al ripiegamento interiore, ma la condizione di ogni agire davvero responsabile verso il mondo.
La responsabilità del medico: oltre gli obblighi giuridici
In questa nostra epoca dalla tecnologia trionfante, che tende a considerare inutile l’attenzione agli aspetti esistenziali e agli stati soggettivi e mentali della malattia, la figura del medico assume un rilievo esemplare. Il medico non ha soltanto responsabilità civili e penali: è responsabile dei modi, delle parole, dei silenzi e dei gesti, dell’attenzione, dell’ascolto, dell’immedesimazione, della comprensione e della solidarietà verso il paziente.
Egli deve avere coscienza dell’importanza curativa di questi atteggiamenti. Il medico è chiamato a creare un clima di fiducia e un “contatto affettivo ed empatico”. Sono tutti fattori che assumono grande rilievo nell’avviare un processo di guarigione e nel costruire relazioni terapeutiche dotate di senso. Sono principi basilari per la fondazione etica della responsabilità nell’agire medico, e ci ricordano che la cura non si esaurisce nella prescrizione clinica ma passa sempre attraverso una relazione tra persone.
Comunicare la diagnosi: verità e discrezione
Un compito di grande responsabilità è quello del momento in cui si comunica la diagnosi, soprattutto quando la patologia è grave. Dire la verità, una verità arida e crudele, oppure una verità immersa nel divenire della speranza, che non si chiude al possibile? Illuminanti le parole responsabili, mature e sagge di Pascal: “Non basta soltanto affermare cose vere; è altresì necessario non dire tutte quelle cose che sono vere; perché bisogna esprimere soltanto le cose che sia utile manifestare, e non quelle che ferirebbero soltanto senza portare alcun frutto”.
Se la prima regola è “parlare con la verità”, la seconda è “parlare con discrezione”, e soprattutto con un atteggiamento umano e umanizzante. Non si tratta di nascondere il vero o di illudere, ma di custodire nella comunicazione uno spazio in cui la persona possa continuare a sperare, a progettare, a dare senso anche al tempo della malattia.
Il problema del bene e del male
In questa visione appare rilevante il problema del bene e del male, un tema complesso e ambiguo, che presenta molteplici significati di natura etica, filosofica, sociale ed esistenziale. Il male si nutre di odio e invidia, di parole crudeli o indifferenti. È una pulsione connaturata all’essere umano e spesso assume i connotati di un fascino ambiguo, seducente proprio perché promette una scorciatoia rispetto alla fatica del bene.
Per Platone la virtù è la conoscenza del bene e del male, il controllo della ragione sulle pulsioni istintuali. Riconoscere in noi la possibilità del male non significa cedervi: significa piuttosto assumersene la responsabilità, esercitando quella vigilanza interiore che permette di scegliere, ogni volta, da quale parte stare.
La speranza come apertura al futuro
La nostra esistenza, per Borgna e per altri autorevoli studiosi, è “possibile” solo se è un’esistenza che “spera”. La vita, in questo senso, assume la dimensione di una proiezione di speranza. Quando viene meno la speranza, non siamo più capaci di operare scelte libere e responsabili: il futuro si chiude, e con esso si spegne la possibilità stessa di agire.
È importante, dice Ernst Bloch, “imparare” a sperare, poiché la speranza è “condizione” di ogni agire umano, secondo l’espressione di Hans Jonas, ed è “apertura al futuro”. Essa ci può salvare soprattutto quando siamo immersi nella sofferenza, nell’angoscia, nella disperazione e nella solitudine. È “un modo di essere” della nostra vita, come suggerisce Leopardi, il nucleo essenziale della nostra esistenza. “Io vivo, dunque io spero”, scriveva il poeta di Recanati, facendo della speranza la prova stessa dell’essere vivi.
La speranza indistruttibile, come la definisce Kafka, si intreccia così al grande tema della responsabilità: entrambe si pongono come modi di essere in relazione agli altri, come dovere morale. “Ci è data, è data a ciascuno di noi”, precisa Walter Benjamin, “perché la si doni a chi l’abbia perduta”. La speranza non è dunque un bene privato da custodire gelosamente, ma un dono che circola, che si trasmette, e che proprio nel momento in cui viene condiviso rivela tutta la sua forza.
Domande frequenti
Che cosa si intende per senso dell’esistenza secondo la filosofia greca?
Per la filosofia greca, in particolare con Socrate e Platone, il senso dell’esistenza consiste nel curare l’anima e nel renderla la migliore possibile. Conoscere se stessi è il presupposto di ogni condotta giusta e di una vita orientata al bene.
Che cosa significa responsabilità nel pensiero di Eugenio Borgna?
Nel volume “Responsabilità e speranza”, Borgna intende la responsabilità come consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni. Questa consapevolezza permette di comprendere e condividere i sentimenti altrui e richiede, come primo passo, la conoscenza di sé e degli altri.
Perché la responsabilità del medico va oltre gli obblighi giuridici?
Il medico non ha solo responsabilità civili e penali, ma risponde anche dei modi, delle parole, dei silenzi e dei gesti verso il paziente. L’ascolto, l’empatia e il clima di fiducia hanno un valore curativo e sono parte integrante di una relazione terapeutica dotata di senso.
Che ruolo ha la speranza nell’esistenza umana?
La speranza è considerata condizione di ogni agire umano e apertura al futuro. Quando viene meno, non siamo più capaci di scelte libere e responsabili. È un dono che, secondo Benjamin, va condiviso con chi l’ha perduta, e si intreccia strettamente con la responsabilità.
Blaise il mitico matematico francese , ci ha pure lasciato una unità di misura il PASCAL come si poteva non citarlo.
La speranza è l’ultima a morire disse “Crisippo” e la vita è tutta in divenire ,parole sagge dette dallo stoico , ma le verità spesso vengono celate per svariati motivi e non per questo si perde credibilità etica o rettitudine.
la vita scorre e quando la tua vita diventa una famiglia il tempo non scorre ma vola , ma la responsabilità ti tiene con i piedi per terra.