Dal problema mente-corpo al problema mente-cervello
Per lungo tempo la filosofia ha interrogato il legame tra la vita interiore e la fisicità dell’organismo parlando di “anima” e “corpo”. Con l’avanzare delle conoscenze sul sistema nervoso, il baricentro della domanda si è progressivamente spostato: il termine “corpo” ha lasciato spazio al “cervello”, riconosciuto come l’organo dal quale sembrano dipendere pensiero, percezione e coscienza. Il passaggio non è soltanto lessicale. Chiedersi come la mente si rapporti al cervello significa cercare la sede fisica dei processi mentali e ipotizzare che ogni evento psichico abbia una controparte neurale.
Proprio per questo il problema resta aperto e affascinante: capire come una struttura materiale, il cervello, possa produrre un’attività apparentemente immateriale, la mente, è considerato ancora oggi uno degli enigmi centrali della scienza contemporanea.
Le tre grandi famiglie di teorie
In materia sono state elaborate numerose teorie. Sergio Moravia osserva che le concezioni sviluppate nell’ambito della filosofia della mente si possono ricondurre a tre orientamenti fondamentali, utili come mappa per orientarsi in un dibattito altrimenti frammentato.
- L’orientamento materialistico (Feigl, Armstrong), che identifica gli stati mentali con stati fisici del cervello.
- L’orientamento mentalistico, che interpreta la mente come realtà autonoma, non riducibile alla materia (Eccles, Popper).
- L’orientamento ermeneutico-personologico, che rivaluta la dimensione esistenziale e soggettiva dell’evento mentale, quella che nessuna descrizione fisiologica sembra esaurire.
Queste tre famiglie non si limitano a proporre risposte diverse: incarnano tre modi opposti di intendere che cosa sia, in fondo, un pensiero.
Il materialismo riduttivo e il fisicalismo
Per il materialismo riduttivo, o fisicalismo, la mente è il risultato di uno stato fisico. Uno stato mentale è, o è causato da, uno stato del cervello, secondo la nota formulazione di John Smart. Coscienza e comportamento, sostiene Griffin, tanto negli animali quanto negli esseri umani sono per intero l’effetto di eventi che hanno luogo nel loro sistema nervoso centrale. Già il DSM-III-R affermava che “è provato che tutti i processi psichici, normali e anormali, dipendono dalle funzioni cerebrali”.
Alcuni autori hanno però dichiarato una preferenza per un materialismo più sfumato: non più il grossolano e statico meccanismo di causa-effetto tra cervello e mente, bensì “una continua modificazione funzionale tra strutture cerebrali nel loro rapporto con la cultura e con la storia”. Come scrive Barucci, se da un lato il cervello sviluppa una mente che produce cultura, dall’altro storia e cultura agiscono a loro volta sul cervello e ne modificano i sistemi funzionali. È una versione dinamica del materialismo, attenta alla plasticità e al peso dell’esperienza.
Il mentalismo e la realtà autonoma della mente
Sul versante opposto, l’orientamento mentalistico rifiuta di ridurre la mente alla sola attività cerebrale. Per pensatori come John Eccles e Karl Popper la mente possiede una realtà propria, non integralmente spiegabile con i processi neurofisiologici. È una posizione che riporta al centro la soggettività: l’idea che ci sia qualcosa, nell’esperienza in prima persona, che sfugge alla descrizione oggettiva delle sinapsi e dei circuiti.
Dall’anima al monismo: una storia lunga secoli
Lungo la linea della progressiva riduzione dell’anima alle funzioni cerebrali si colloca il volume “Anima, mente e cervello” a cura di Paolo Quintili (Edizioni Unicopli, Milano), che descrive il passaggio dal dualismo cartesiano, tra anima immateriale e corpo, al monismo dell’essere umano. Il monismo è, in sostanza, la riduzione di quell’anima immateriale alle funzioni fisiche e mentali del cervello: l’essere umano viene ricondotto all'”Uomo-Macchina” descritto da Julien Offray de La Mettrie, in quella che Barret ha chiamato “la morte dell’anima”.
A partire da Platone, il problema della “psiche” è stato collegato al tema del “soma”, ed entrambi ricondotti al concetto di “anima”. Fu però Cartesio l’autore che contribuì in modo decisivo all’affermazione, nell’età moderna, dell’idea di mente, delineando una prospettiva dualistica e metafisica. Ogni essere umano, scrive Cartesio, possiede sia un corpo, la res extensa, sia una mente immateriale, la res cogitans.
L’Illuminismo e il positivismo contestano la natura immateriale dell’anima e superano il dualismo metafisico di matrice platonica e cartesiana, affermando la preminenza della tesi materialista dell’unità psico-fisica dell’essere umano. Da qui la conclusione che l’anima, o la mente, non sia nient’altro che una parte del soma, ovvero una funzione del corpo. Dal Settecento i termini anima, mente e spirito mutano in profondità e, a partire dall’Ottocento, la teoria materialista moderna diventa in sostanza “l’unica verità scientifica attendibile”.
La mente come rete neurale: la prospettiva delle neuroscienze
Le neuroscienze considerano “prodotto” del cervello ciò che un tempo si comprendeva nel concetto di anima o di Io. In questa visione tutto è creato dal cervello: anima, spirito, mente, coscienza, autocoscienza e conoscenza diventano eventi dell’attività cerebrale. L’anima è intesa in senso integralmente materiale e la soggettività umana risulta essere una “trama di eventi neurofisiologici”. La mente è descritta come una “rete neurale”: è la teoria dell’anima materiale, della mente “incarnata”.
Tutte le scienze odierne sono materialiste, per statuto metodologico e per contenuto empirico: è ciò che si definisce materialismo scientifico. Nella prospettiva del XXI secolo il rapporto mente-cervello è divenuto una questione nella quale ogni discorso sull’anima tende a essere messo, per così dire, “fuori circuito”.
Mistero ed enigma: i limiti dell’indagine
Resta il fatto che i problemi della mente e del cervello sono considerati talmente complessi e inaccessibili che, per definirli, si ricorre a parole come mistero ed enigma. Neuroscienziati del calibro di Eccles, Penfield e Sperry si sono inchinati, precisa Vizioli, di fronte al mistero della mente: di fronte a come, cioè, una struttura materiale come il cervello possa produrre un’attività immateriale come la mente.
Il venire alla luce di ogni individualità unica, rileva Eccles, si trova “al di là dell’indagine scientifica: è il risultato di una creazione soprannaturale di ciò che, in senso religioso, viene chiamata anima”. Un’affermazione che, al di là della sua eco metafisica, segnala con onestà quanto ampio resti il territorio ancora inesplorato.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra problema mente-corpo e problema mente-cervello?
Il problema mente-corpo (Mind-Body Problem) è la formulazione classica del rapporto tra vita mentale e organismo fisico, spesso espressa in termini di anima e corpo. Il problema mente-cervello (Mind-Brain Problem) è la sua versione più recente, che individua nel cervello l’organo di riferimento e si chiede come l’attività neurale possa dare origine ai processi mentali.
Quali sono i tre orientamenti indicati da Moravia?
Secondo Moravia le concezioni della filosofia della mente si dividono in tre grandi orientamenti: quello materialistico (Feigl, Armstrong), quello mentalistico che considera la mente una realtà autonoma (Eccles, Popper) e quello ermeneutico-personologico, che valorizza la dimensione soggettiva ed esistenziale dell’evento mentale.
Che cosa sostiene il materialismo riduttivo?
Il materialismo riduttivo, o fisicalismo, afferma che ogni stato mentale è, o è causato da, uno stato del cervello. In questa prospettiva coscienza e comportamento sono per intero l’effetto di eventi che avvengono nel sistema nervoso centrale, come sostengono autori quali Smart e Griffin.
Perché si parla ancora di mistero a proposito della mente?
Perché, nonostante i progressi delle neuroscienze, resta irrisolto il modo in cui una struttura materiale come il cervello possa produrre un’esperienza soggettiva e immateriale come la mente. Studiosi come Eccles, Penfield e Sperry hanno riconosciuto apertamente questo limite, usando termini come mistero ed enigma.
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