Neurobiologia e Cervello

Neuropolitica: problemi e prospettive

La neuropolitica studia che cosa accade nel cervello quando scegliamo, votiamo o giudichiamo chi ci governa. Dagli esperimenti sull’amigdala degli elettori indecisi alle differenze neurali tra progressisti e conservatori, fino ai rischi legati alla salute mentale dei leader: un campo giovane che intreccia neuroscienze, emozioni e potere, con piu’ problemi aperti che risposte definitive. Che […]

Neuropolitica: problemi e prospettive
La neuropolitica studia che cosa accade nel cervello quando scegliamo, votiamo o giudichiamo chi ci governa. Dagli esperimenti sull’amigdala degli elettori indecisi alle differenze neurali tra progressisti e conservatori, fino ai rischi legati alla salute mentale dei leader: un campo giovane che intreccia neuroscienze, emozioni e potere, con piu’ problemi aperti che risposte definitive.

Che cos’e’ la neuropolitica

Nell’era dell’informazione, il compito della cultura e della scienza e’ anche quello di produrre nuovi paradigmi capaci di promuovere personalita’ mature e autonome, in grado di pensare con la propria testa. La ricerca nel campo delle neuroscienze sta operando una vera rivoluzione, destinata a modificare non soltanto i metodi diagnostici e terapeutici della medicina e della psichiatria, ma anche concezioni millenarie, a partire dai sistemi filosofici.

Da questo fermento sono nate discipline affascinanti: neuroestetica, neuroetica, neuroteologia, neurogiurisprudenza, neuroeconomia e, appunto, neuropolitica. Con il termine neuropolitica si indica il campo d’indagine che studia le funzioni del cervello di un individuo impegnato in attivita’ che prevedono la presenza di altri individui. In altre parole: che cosa accade nella nostra mente quando scegliamo, votiamo, tifiamo o giudichiamo chi ci governa.

Il cervello nel seggio elettorale

Uno degli studi piu’ citati riguarda un gruppo di elettori statunitensi indecisi. Sette neuroscienziati dell’Universita’ della California osservarono che la sola citazione delle parole democratico e repubblicano suscitava alti livelli di attivita’ nell’amigdala. L’amigdala e’ una struttura a forma di mandorla, parte dell’area piu’ antica del cervello, coinvolta nell’attivazione delle emozioni come la paura, nella memoria emotiva e nella reazione attacca o scappa.

Secondo molti studiosi, questa attivazione corrisponde a una crescita dell’ansia: i leader sono percepiti insieme come portatori di promesse e di insidie. Non e’ un segnale marginale. Un sintomo dell’interesse suscitato da questo tipo di ricerche e’ la scelta, da parte del primo ministro britannico, di inserire tra i propri consiglieri esperti di neuroscienze e del comportamento umano.

L’effetto del tifo

La partecipazione, a favore o contro la vittoria di qualcuno, attiva i meccanismi neurali coinvolti negli stati d’ansia. Una ricerca condotta da un’equipe di ricercatori tedeschi e spagnoli ha misurato l’effetto del tifo sul cervello: anche solo guardare una gara, senza esserne coinvolti, evoca una risposta neurologica nell’osservatore. Il punto e’ delicato, perche’ suggerisce che il comportamento di chi si definisce progressista e quello di chi si definisce conservatore abbiano una base neurologica. Si nasce di destra o di sinistra? La risposta piu’ onesta e’ che si nasce e si diventa di destra o di sinistra.

Si nasce e si diventa di destra o di sinistra.

Progressisti e conservatori: due modi di stare al mondo

Oggi le reazioni cerebrali vengono studiate anche in relazione alle scelte politiche. Il cervello dell’individuo progressista tende a credere che una comunita’ solidale renda le persone migliori e che l’altruismo ci renda felici. L’analisi del cervello conservatore parte invece dalla constatazione che la morale ha una base neurologica: un forte istinto di giustizia, il bisogno di affermare i valori, la difesa delle virtu’ civiche, delle istituzioni e delle tradizioni. Alcune ricerche hanno inoltre osservato, nei soggetti conservatori, una minore quantita’ di materia grigia.

Progressisti e conservatori elaborano i propri legami sociali in modo diverso. I primi tendono a un senso di connessione sociale piu’ esteso; i secondi rivelano una connessione piu’ stretta e piu’ salda, orientata verso la famiglia e la nazione. Sono due geometrie affettive differenti, prima ancora che due programmi politici.

Homo oeconomicus e le trappole del linguaggio

Nell’analisi politica, le nuove ricerche sul cervello e sul comportamento cercano di comprendere che cosa spinga un individuo a votare in un senso o nell’altro. Un modello di riferimento resta quello dell’Homo oeconomicus, richiamato dallo studioso Taylor: offri alle persone una scelta e agiranno nel proprio interesse. Ma l’interesse, nel cervello, e’ intrecciato alle emozioni, e qui il linguaggio della politica gioca un ruolo decisivo.

Non serve una dimostrazione neurologica per capire quanto i nostri cervelli siano diventati dipendenti dalla spazzatura elettronica, e come la civilta’ televisiva organizzi e confezioni il flusso delle notizie, producendo immagini e illusioni politiche. Siamo, in un certo senso, imprigionati da un linguaggio fatto di termini come vincere, combattere, campagna, perdere. Timothy Leary sosteneva che, cosi’, finiamo per scegliere passivamente fra i pagliacci chiacchieroni, mentre occorrerebbe selezionare i talenti migliori e costruire un nuovo modello di societa’.

Quando conta la mente di chi governa

In una societa’ liquida, incerta e segnata dall’anomia, le scelte e gli errori degli uomini politici sono destinati a influenzare, o a stravolgere, come afferma il neuroscienziato Remuzzi, i comportamenti di milioni di persone. Poiche’ spesso i politici ignorano i principi che governano il cervello e i comportamenti, e’ difficile stabilire in base a quali criteri vengano prese certe decisioni. Il paradosso e’ evidente: chi di queste cose se ne intende, i neuroscienziati e gli esperti del comportamento, non ha alcun potere decisionale, mentre chi decide dispone raramente di strumenti come il brain imaging per comprendere davvero il comportamento politico.

Il rischio aumenta quando le capacita’ cerebrali di un leader sono ridotte da un disturbo o da una patologia: in quel caso le possibilita’ di errore crescono in modo pericoloso. Sono numerose, del resto, le patologie che possono colpire chi governa, come mostrano i casi celebri analizzati dallo studioso Hugh Freeman: da Stalin a Hitler, da John Kennedy a Margaret Thatcher, fino a risalire ad Alessandro Magno, Napoleone, Bismarck e Churchill. Ansia e depressione, alcol e droghe hanno effetti negativi sul cervello e condizionano profondamente gli atti di chi prende decisioni per tutti.

Domande frequenti

Che cos’e’ la neuropolitica?

E’ il campo d’indagine che studia le funzioni del cervello di un individuo impegnato in attivita’ che prevedono la presenza di altri individui, applicato in particolare alle scelte politiche: perche’ votiamo, tifiamo o giudichiamo in un certo modo.

Cosa mostrano gli studi sul voto e sull’amigdala?

In un gruppo di elettori indecisi, ricercatori dell’Universita’ della California osservarono che la sola citazione delle parole democratico e repubblicano attivava fortemente l’amigdala, struttura legata alla paura, alla memoria emotiva e alla reazione attacca o scappa: segno di un aumento dell’ansia di fronte ai leader.

Esiste una base neurologica di destra e sinistra?

Alcune ricerche indicano che progressisti e conservatori elaborano diversamente i legami sociali e mostrano differenze anche anatomiche, come una minore quantita’ di materia grigia nei conservatori. La formula piu’ equilibrata resta: si nasce e si diventa di destra o di sinistra.

Quali rischi evidenzia la neuropolitica?

Quando le capacita’ cerebrali di chi governa sono ridotte da disturbi o patologie, le possibilita’ di errore aumentano. Hugh Freeman ha analizzato numerosi casi celebri, e ansia, depressione, alcol e droghe possono condizionare decisioni che influenzano milioni di persone.

In sintesi: la neuropolitica mostra che le scelte politiche non sono mai puramente razionali, ma radicate in emozioni, ansie e strutture cerebrali. Comprendere questi meccanismi non serve a giustificare il determinismo, ma a difendere scelte piu’ consapevoli, un linguaggio pubblico meno manipolatorio e una maggiore attenzione alle condizioni di chi ha il potere di decidere per tutti.
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