La robotizzazione della società è un effetto collaterale della robotizzazione della guerra

The computerization of society……has essentially been

a side effect of the computerization of war

Frank Rose

La ricerca sull’intelligenza artificiale è stata condotta principalmente per lo sviluppo di tecnologie per uso militare, sia negli Stati Uniti, leader mondiale nel settore, come altrove (Unione Sovietica, Gran Bretagna, Giappone e più di recente Cina). Il governo americano ha svolto un ruolo determinante in almeno quattro aree dell’informatica (computer science): microelettronica, sistemi interattivi in ​​tempo reale, intelligenza artificiale e ingegneria del software. I moderni sistemi d’arma e il programma spaziale statunitense hanno puntato molto sulla miniaturizzazione dei circuiti. Considerati i costi di ricerca, sviluppo e strumenti per la produzione, è difficile immaginare che il circuito integrato e il microprocessore sarebbero emersi senza il supporto finanziario del governo. Un forte impulso, per motivi di sicurezza e di difesa nazionale, allo sviluppo delle quattro aree dell’informatica arrivò nei primi anni ’80[1] dall’amministrazione di Ronald Reagan.

Il 23 marzo 1983, in un discorso televisivo alla nazione, il presidente Ronald Reagan annunciò l’intenzione della sua amministrazione di avviare una ricerca rivoluzionaria su un sistema di difesa nazionale, chiamato Strategic Defense Initiative (SDI), che avrebbe potuto rendere obsolete le armi nucleari. Il cuore del programma SDI era un piano per sviluppare un programma di difesa missilistica spaziale che avrebbe potuto proteggere il paese da un attacco nucleare su larga scala. I media lo soprannominarono sarcasticamente “Star Wars” poiché si basava su una tecnologia futuristica, inclusi sistemi laser spaziali che non erano ancora stati sviluppati (ma che erano stati descritti come reali nella fantascienza del franchise di Star Wars lanciato solo pochi anni prima da George Lucas). In pratica, il progetto “Star Wars” sfidava gli informatici e gli altri addetti ai lavori che gravitavano intorno alla ricerca sulla IA, a progettare un sistema spaziale “intelligente” in grado di individuare e distruggere obiettivi, praticamente in tempo reale e senza intervento umano.

Dopo che Reagan lasciò l’incarico (1989), l’impegno del governo nei confronti del progetto SDI diminuì. Oggi l’amministrazione di Donald Trump, a distanza di 42 anni, lo ripropone in versione 5.0 con l’annunciato piano di difesa antimissilistico Iron Dome for America (lo stesso nome del già esistente sistema anti-missile israeliano), che prevede, tra l’altro: sensori spaziali per il tracciamento dei missili; sviluppo e schieramento di armi-antimissile basate nello spazio per colpire i missili nemici già in fase di decollo; schieramento di sistemi anti-missile di terra per colpire le testate in fase di rientro, a protezione delle città americane; sviluppo e schieramento di nuovi satelliti di sorveglianza; sviluppo e schieramento di sistemi per colpire i missili nemici prima ancora del loro lancio; sviluppo della necessaria filiera produttiva e sviluppo di tecnologie “non cinetiche” (come guerra elettronica, armi a impulsi elettromagnetici, etc.) per aumentare la capacità di sventare un attacco di missili balistici, ipersonici e da crociera.

Un progetto, quello reaganiano, che lo stesso anno (1983) tenne a battesimo lo Strategic Computing Program (SCP), un programma da 600 milioni di dollari, finanziato con fondi sia pubblici (provenienti come sempre dall’agenzia federale americana DARPA) che privati (provenienti da investitori come il colosso industriale IBM, la compagnia Dragon Systems, la Bolt Beranek and Newman e la Systems Development Corporation), che si concluse circa dieci anni dopo con la realizzazione dei primi sistemi senza pilota (unmanned systems cioè robot), realizzati grazie ai progressi compiuti dalla cibernetica (teoria della comunicazione e dei sistemi di controllo nei sistemi artificiali e negli esseri viventi), dalla robotica (automazione) e dalla computer science.

L’efficacia dei primi sistemi senza pilota (blindati impiegati per lo sminamento, droni per la ricognizione, bombe a guida laser) venne testata, a conferma del fatto che le applicazioni tecnologiche per scopi militari hanno sempre preceduto quelle per scopi civili, durante la Prima Guerra del Golfo Persico (1990-1991), ma con scarsi risultati. I primi velivoli aerei senza pilota (UAV, Unmanned Aerial Vehicle), come il drone statunitense Predator (un velivolo lungo otto metri che poteva trascorrere circa ventiquattro ore in aria, volando ad altezze fino a 8.000 metri, dotato di due telecamere ad apertura variabile, una per vedere durante il giorno e una a infrarossi per la notte, e di un radar ad apertura sintetica che consente al Predator di scrutare attraverso nuvole, fumo o polvere), fecero il loro debutto negli anni ’90 nelle guerre dei Balcani, con compiti di ricognizione e sorveglianza, e continuarono ad essere impiegati, opportunamente migliorati e armati, anche in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Iraq, Libia, Etiopia, Mali, Chad, Burkina Faso, Niger, Kurdistan iracheno, Sahara Occidentale (dopo decenni di servizio, la flotta Predator è stata ufficialmente ritirata nel 2018).

Ma la vera innovazione della Guerra del Golfo, fu l’essere stata la prima guerra nella storia ad impiegare in modo diffuso i computer e le tecnologie di simulazione elettronica, con risultati talmente incoraggianti da rendere il loro uso indispensabile in tutti i conflitti successivi.

Nel corso degli anni ‘90, con il miglioramento dei sensori e dei processori dei computer, i sistemi senza pilota (robot) divennero sempre più performanti e i vantaggi militari dati dal loro impiego divennero sempre più chiari. In molte situazioni, i robot hanno tempi di reazione più rapidi e una mira migliore degli esseri umani. A differenza degli umani, che si stancano e hanno fame e si ammalano e perdono concentrazione ed efficacia, i robot possono svolgere compiti noiosi con una precisione incondizionata per lunghi periodi di tempo. Possono operare in ambienti difficili, come zone di battaglia piene di armi biologiche o chimiche, o in altre condizioni pericolose, come in mare agitato o in voli con pressioni gravitazionali molto elevate.

Ma il salto di qualità si verificò nel 1995, quando i sistemi senza pilota furono integrati con il Global Positioning System (GPS, una costellazione di satelliti militari in grado di fornire la posizione, la velocità e la direzione di un ricevitore, ovunque nel mondo).

E poi arrivò l’11 settembre 2001. Il bilancio annuale della difesa nazionale americana dall’11 settembre è salito a 515 miliardi di dollari (un aumento del 74 percento tra il 2002 e il 2008). C’è stato un massiccio aumento della spesa per la ricerca e lo sviluppo e per gli appalti, con un’attenzione particolare a tutto ciò che non è pilotato. L’entusiasmo crebbe grazie ai successi ottenuti in vari teatri di guerra, tra cui Afghanistan e Iraq, gettando le basi per una vera e propria industria della robotica militare (lo Special Weapons Observation Reconnaissance Detection System fu tra i primi robot terrestri armati prodotti da questa industria, progettato per operare sul campo di battaglia)

Poi è arrivato il lock down pandemico (2020), milioni di persone costrette all’isolamento prolungato tra le mura domestiche, la surreale desertificazione di intere metropoli, la paralisi dei trasporti aerei e marittimi, l’interruzione su vasta scala dei cicli produttivi, conseguenze devastanti sull’economia familiare nazionale e mondiale, scenari apocalittici con milioni di persone indotte a rifugiarsi nel mercato del digitale. E il mercato del digitale, fino a quel momento in mano al monopolio statunitense, non si è fatto cogliere impreparato, anzi, guadagna un ruolo di primo piano in tutti i settori della società, dalla vita di relazione pubblica e privata all’istruzione, dalle filiere produttive alla sanità, dalle stanze dell’amministrazione pubblica a quelle della politica. Un ruolo che ha riservato delle sorprese, perché sul mercato pandemico del digitale si fanno largo i prodotti di un potente competitor degli Stati Uniti, la Cina, che ne approfitta per incassare due risultati in un colpo solo, sfilare dalle mani a stelle e strisce il monopolio del settore e occultare (complice l’establishment farmaceutico e scientifico) le proprie responsabilità nella diffusione del virus SARS-Cov-2.

Ma non è tutto, la Cina si rivela più competitiva di quanto si pensasse sia nelle quattro aree dell’informatica (microelettronica, sistemi interattivi in ​​tempo reale, intelligenza artificiale e ingegneria del software), sia nei tre settori strategici (manipolazione del materiale genico, colonizzazione dello spazio e creazione di macchine intelligenti) individuati nel primo dopoguerra dagli ambienti governativi e imprenditoriali del Vecchio e del Nuovo Mondo.

Il processo di integrazione uomo-macchina 5.0, alimentato dalla sotto-cultura post-umana, introdotta dall’anima tecnofila illuminista poi elaborata dal positivismo (eugenetica, darwinismo sociale) e oggi dal transumanesimo, insegue la speranza nella manipolazione scientifica e selettiva del genere umano con l’impiego di un armamentario tecnico e tecnologico sempre più avanzato e sofisticato, che ha come obiettivo quello di orientare/controllare i comportamenti dei consumatori digitali attraverso la loro profilazione e programmazione artificiale da remoto.

Ed ecco affacciarsi sul mercato i primi sistemi cibernetici antropomorfi pseudo-intelligenti (robot umanoidi), i primi ibridi uomo-macchina (cyborgs), nuove generazioni di organismi geneticamente modificati (tecnologia CRISPR-Cas9, editing genetico mediante mRNA) e sofisticate tecnologie aerospaziali che non avrebbero visto la luce, è bene ricordarlo, se la rivoluzione quantistica e relativistica di inizio ‘900 non avessero aperto la strada alla esplorazione del mondo subatomico e dello spazio e se la seconda guerra mondiale non avesse tenuto a battesimo la  cibernetica e la Teoria dell’Informazione.

Il tratto distintivo di un cyborg, ciò che lo rende tale differenziandolo dagli altri portatori di dispositivi meccanici o elettronici interni, è l’essere portatore di una estensione elettronica miniaturizzata inserita a dimora nel cervello, una sorta di neuroprotesi aumentativa cerebrale, collegata uni- o bi-direzionalmente, in uscita e in entrata, via cloud o Cyber Physical System (CPS) a dispositivi esterni (il che espone il cyborg al rischio di hakeraggio). I cyborg in fase sperimentale sono di due tipi, uno normo-integrato, impiegato per scopi civili (Civil-Cyborg o C-Cyborg), e l’altro extra-integrato impiegato per scopi militari (Military-Cyborg o M-Cyborg).

Grazie ad un dispositivo intracranico, ad es. un nanorobot o un microchip ad interazione neurale (brain-computer interfaces), e ad un chip sottocutaneo (transponder implantation, radio frequency identification), il Civil-Cyborg a) sarà parametrabile (rilevazione e trasmissione in tempo reale dei parametri fisiologici e ambientali) e identificabile (acquisizione automatica di tutti i dati relativi alla sua identità, ai suoi movimenti e alla sua localizzazione), e b) potrà interagire (sul luogo di lavoro, a casa, a scuola, nei luoghi pubblici, etc.) via Near Field Communication (NFC) con dispositivi Iot (Internet of Things) o via Far Field Communication (FFC) con un Cyber-Physical System.

Oltre ad essere integrato da componenti tecnologiche interne con funzioni analoghe a quelle del modello normo-integrato, il Military-Cyborg a) potrà espandere le funzioni che autoregolano le risposte agli stimoli ambientali  (come la tolleranza al dolore, alla fame e alla sete, la termoregolazione, etc.),  potenziare alcune funzioni mentali (come la capacità di calcolo, l’attenzione, la memoria e le capacità percettive) e corporee (come la forza fisica e la resistenza allo sforzo e allo stress fisico) e b) sarà in grado di interfacciarsi con CPSs militari che possono includere sistemi robotizzati come il MAARS (Modular Advanced Armed Robotic System, già operativo), il LAWS (Lethal Autonomous Weapons System, già operativo), il Taranis (velivolo da combattimento completamente automatizzato, già operativo), il FLA (Fast Lightweight Autonomy, progetto DARPA), il CODE (Collaborative Operations in Denied Environment, progetto DARPA), etc. A questo scopo sarà addestrato e programmato per affrontare esperienze ad alto rischio (missioni militari, operazioni di polizia o di spionaggio, viaggi spaziali e soggiorni in ambienti extra-terrestri, ma anche azioni terroristiche o criminali).

Con l’ingresso a gamba tesa dell’attuale amministrazione americana sulla scena mondiale, la strana coppia del Make America Great Again (MAGA), Donald Trump e Elon Musk, lanciano il guanto della sfida alla Cina, la posta in gioco è il governo della Rivoluzione Industriale 5.0, ovvero della implementazione a più livelli e su larga scala dell’Intelligenza Artificiale, sia in ambito civile che militare, sia terrestre che spaziale.

Robot, cyborg, embrioni on demand (embrioni di animali non-umani o umani concepiti tramite fecondazione in vitro), sono tre esempi contemporanei di ciò che essendo artificialmente costruito e scientificamente modificato è più desiderabile e più preferibile (più performante, più adattabile e più controllabile) dell’uomo-naturale.

Una prospettiva di integrazione uomo-tecnologia in chiave tecnofila 5.0 che apre seri interrogativi sia sul destino dello statuto antropologico umano, sia sul futuro delle civiltà umane.


[1] Internet – data di nascita 1983 – è l’evoluzione di una creazione per uso militare, l’ARPAnetwork (1969), e prende forma grazie al DARPA (agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare).

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