Una postmodernità misologa e a rischio

L’autore esamina la postmodernità e i molteplici elementi che la caratterizzano. Il rifiuto del pensiero, della conoscenza e delle certezze consolidate.

L’esame della nostra condizione umana mostra ancora una volta ciò che le neuroscienze hanno dimostrato in questi ultimi anni. Il cervello umano (l’uomo) è una combinazione di bene e male, altruismo ed egoismo, eros e thanatos, creatività e pulsioni distruttive ed autodistruttive, miseria e nobiltà. Siamo portati, per lo studioso danese Logstrup, a “credere” e aver fiducia negli altri e tuttavia nei nostri vicini temiamo- precisa L. Sestov- si possa nascondere un lupo, come afferma una delle massime più forti della morale di ogni tempo (Hobbes). L’esperienza quotidiana poi riesce a confermare queste due posizioni contrastanti.

Sta di fatto che, secondo una vasta letteratura che va dai primi filosofi agli autori moderni e contemporanei, la vita dell’umanità è   scandita da due forze: il bene e il male. Tutto ciò rende l’uomo insicuro e confuso. Una condizione resa ancora più complessa da una serie di fattori quali il crollo dei principi e dei valori tradizionali, delle certezze e delle ideologie. Fatto che rende difficoltoso qualsiasi tentativo di fondare oggi una morale.

E’ l’immagine della società “liquida” e “schiumosa” teorizzata da due autorevoli studiosi, Zygmunt Bauman e Peter Sloterdijk. La nostra, afferma il filosofo polacco in “Modernità liquida” (Laterza), è una modernità liquida. Liquido è il tipo di vita che si tende a vivere nella società moderna. Una società dunque liquida, consumistica, insicura, privatizzata, vulnerabile. Un mondo liquido caratterizzato da “frammentazione, discontinuità e illogicità”. Paure e desideri sono ciò di cui si nutre questa società. La vita liquida è una corsa frenetica, una vita incerta e precaria, una profonda angoscia esistenziale dell’uomo contemporaneo.

La questione fondamentale- afferma Bauman nel suo libro “Di nuovo soli. Un’etica in cerca di certezze” (Castelvecchi) – è se gli esseri umani abbiano la capacità di formulare giudizi morali e siano quindi dei “soggetti morali”, responsabili dei propri comportamenti. Sta di fatto- precisa Bauman nel suo volume “La vita in frammenti”, Feltrinelli)- che la vita postmoderna è sul piano morale una vita in frammenti, governata da “una profonda ambivalenza etica”. C’è una forte crisi d’identità in tutto l’ Occidente, una realtà che brancola nel buio rispetto alle più urgenti questioni etiche. La morale quindi è in crisi.

Lo stesso progresso diventa “una macchina soffocante che produce solitudine e ingiustizia. Ne “Il disagio della postmodernità” (Mondadori), Bauman sulla base de “Il disagio della civiltà” di Freud sostiene infatti che a generare la sofferenza crescente dell’uomo contemporaneo sono le varie forme della modernità. Il male è rappresentato dai nostri atti distruttivi attraverso le tecnologie, che “erodano” il nostro Io già gravemente indebolito, malcerto, afono ( Zigmunt Bauman, “Le sorgenti del male” (Erickson).

Oggi, c’è la tendenza a “smantellare, deregolamentare e demolire” le strutture e quelle regole una volta solide e durature. Tutto muta. Nessuna realtà è immune ai cambiamenti. Gli eventi emergono e svaniscono continuamente, senza lasciare tracce.

Gli individui si rifugiano nel proprio Io, chiudendo “le porte e ogni contatto con gli altri”, privilegiando gli interessi personali e i desideri su quelli sociali. E’ il “ritiro” dal mondo. E’ scomparso lo spirito di comunità. Abbiamo “privatizzato- rilevano M.Schluter e D.Lee- le nostre vite. E’ una situazione che genera rancore, frustrazione, indifferenza, distacco, solitudine, ansia, sofferenza, insoddisfazione, risentimento. Il nostro tempo sta subendo un “radicale processo di regressione (de-emancipazione)” rispetto alle conquiste della nostra civiltà (Canfora). Creando mostri che generano

Il sonno della ragione e l’eclissi del pensiero

Dopo il passaggio storico dalla società chiusa alla società aperta, teorizzato da Popper, oggi- precisa Paolo Ercolani nel suo libro “Figli di un Io minore” (Marsilio)- il nostro tempo è attraversato da una nuova rivoluzione: la “transizione” dalla società aperta alla società ottusa”. La quale è “regolata” dalla “teologia dogmatica”  dell’intelligenza collettiva creata dalla Rete, dalle tecnologie digitali e dal profitto.

Una società chiusa al logos, al pensiero, alla ragione, alla conoscenza, e all’annullamento di quelle istanze umane,educative e morali, che permettono la formazione di soggetti maturi, liberi ed autonomi. Emerge un Io scisso, un individuo solo, infelice, incapace di dialogare con il proprio Io profondo. E’ una fuga dalla realtà, il rifiuto di se stessi, una vita alienante, disperata e confusa. Cresce il culto dell’ignoranza e dell’incompetenza: il mantra è: “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”.

La società “ottusa”, come ricorda Ercolani, è quella della “logopatia” e dei hikikmori, adolescenti che si chiudono in casa e vivono un’esistenza virtuale su Internet. Ed è proprio la generazione degli adolescenti a far dire a J.M.Twenge che essa è sull’orlo della “più grave crisi” di salute mentale giovanile degli ultimi decenni.

Sta di fatto che l’essere umano si scopre sempre più solo nelle incertezza del vivere, tormentato da quella che Leopardi definiva “l’infelicità nativa dell’uomo”. L’analisi della società mostra che la sua organizzazione sembra basata su modalità contrarie al pensiero, ala riflessione al logos . Una società che già Platone chiamava misologa : avversione contro tutto ciò che è pensiero, conoscenza, dialogo dell’anima con se stessa, introspezione. La sfiducia per la formazione di una coscienza critica trasforma l’uomo in “una sorta di automa”. Questa incapacità da parte della società di comprendere e apprezzare la cultura e il pensiero critico e autonomo è stata definita “oicofobia” e “antropofobia”, cioè odio per la cultura e la conoscenza (A. Finkielkrant).

In questo senso, l’uomo subisce una regressione, una mutazione antropologica poiché sta consegnando la propria esistenza a “divinità terrene, immanenti”, che non vogliono il suo sviluppo. Si viene così realizzando un sistema di “mercificazione” dell’essere umano, il quale non solo è “mercificato”, ma diventa un uomo che pensa e si comporta “come merce” e il suo vivere acquista valore in quanto genera “profitto”. E la ricchezza e il reddito diventano la nuova divinità, l’unico sistema valoriale e di pensiero.

Vero allora è soltanto ciò che la società misologa “codifica”, falso è ciò che “emargina, oscura”. Una “sciagura”, come già sosteneva Socrate, perché è un sistema che “de-umanizza”, che distrugge la cultura umana e il nostro io interiore. E’ l’eclissi dell’uomo. Un uomo senza pensiero, schiavo dei dogmi di un Dio che si fa realtà economica e tecnologica. Siamo immersi in una Rete che ci mette tutti in comunicazione nel momento stesso in cui ci isola l’uno dall’altro, riducendoci a “monadi comunicanti”. All’ homo religiosus è subentrato l’ homo technologicus e oeconomicus , i cui tratti naturali sono l’ “egoismo” e la “rapacità” (A. Smith). E’ la nuova religione dell’illuminismo tecnico-finanziario, in cui la velocità e il bombardamento delle informazioni non ci consentono di elaborare pensieri o progetti, di apprendere o comprendere. E’ un uomo che esce dalla sua dimensione interiore ed entra nella  dimensione della società “ottusa”. Una società che rende l’individuo di oggi apparentemente informato su tutto, senza che conosca nulla in profondità. Lo ribadiamo. Tutto viene liquefatto: logos,pensiero critico e autonomo, certezze, valori, categorie, principi.

Il nostro- come rileva Heidegger- è il tempo di “carenze” abitato dall’assenza di pensiero, fatto che renderà sempre più difficoltosa l’evoluzione umana (Horkheimer). A partire dall’infanzia. Oggi l’essere umano viene educato al ruolo di “apprendista consumatore” (Packard) e diventa tutt’uno con il computer e la tecnologia per “poterne eseguire gli ordini in maniera meccanica e irriflessa” (Boeter). Per le sue modalità compulsive e ossessive, la Rete sta modificando tutti gli aspetti della nostra personalità, l’intera struttura psichica, riducendo le nostre capacità cognitive ed emotive, il pensiero creativo, l’interazione e la memoria, determinando uno stato di “torpore” e di “sonnambulismo” e riducendo il soggetto da homo sapiens a  homo videns ( McLuan).

Questo stato di ipnosi, narcosi e ottundimento ci porta all’era dell’inconscio e dell’apatia, producendo disagio, regressione psichica, aggressività, paura, insicurezza patologica. In molti soggetti si creano un’identità alienante (Lacan), un Io patologico, un Ego distorto, un logos in sofferenza (Turkle), un’assenza di empatia (Gardner), Senso di colpa (Freud), un Io falso, frammentato, schizoide  (Laing). Sono figli di un “Io minore” (Ercolani), individui isolati, fragili, etero diretti, ignoranti, rancorosi, violenti.

L’elemento più “disturbante” della “marcia verso l’ignoranza” (Jacoby) non è la mancanza di conoscenza di sé, ma l’arroganza rispetto a tale mancanza. Siamo passati perciò dall’uomo a “una dimensione” di Marcuse all’uomo “senza dimensione”, all’uomo che “non pensa” (Heidegger).

La scuola e la famiglia, che dovrebbero rappresentare una difesa e un sostegno contro questa mutazione antropologica versano in una crisi drammatica e si dimostrano impotenti di fronte a un sistema di “dis-alfabetizzazione” cognitiva, affettiva, emotiva e relazionale.. In assenza di un Io maturo ed autonomo, produciamo un’assenza di umanità, un mondo disumano. Il pensiero umano, quello autonomo e libero, non c’è più. C’è un impoverimento educativo, culturale e morale “generalizzato”, che ci sta conducendo, per Ercolani, ad un sistema di “dementocrazia” e “mediocrazia”, in cui sono gli individui mediocri e ignoranti a risultare “graditi” alla struttura ideologica dominante, in quanto idonei a “recitare” il copione stabilito perché privi come sono di strumenti per elaborare idee e pensieri in maniera autonoma e critica. Di qui,  l’emergere del fenomeno definito “analfabetismo funzionale”, il quale prevede persone che sanno leggere e scrivere, ma che  non sono in grado di “intendere, elaborare e riferire argomenti più complessi rispetto al livello elementare”. Alcune ricerche evidenziano che il 70 per cento degli italiani è analfabeta (funzionale): legge, guarda, ascolta, ma non capisce (Candito).

A favorire questa condizione ha contribuito l’affermarsi alla fine del Novecento di una concezione culturale che va sotto il nome di “postmodernismo”, il quale ha determinato la fine delle ideologie, il ridimensionamento dell’uomo e della sua facoltà di pensiero, i processi di irrazionalismo, di omologazione e massificazione “tipici” del mondo mediatico del nostro tempo, il rifiuto di Dio, logos, conoscenza, Io, religione, filosofia, verità consolidate, l’affermazione del “pensiero debole”, del nichilismo, del virtuale. E’ il   trionfo delle opinioni e l’abolizione della ragione. Si crea un’avversione per la conoscenza, per il pensiero critico, per l’io pensante e per la scienza. Il sapere si traduce in “rovina”, in quanto inutile e dannoso.

E’ la crisi dell’umanesimo

Di qui, il post-pensiero, la post-verità, la post-conoscenza. Siamo informati su tutto, ma senza conoscere nulla. Un essere alienato, non fornito di “pensiero forte”, frammentato, senza pensiero e conoscenza, carico di mostri generati dal sonno della ragione e sottomesso alla ragione del profitto e della Rete. E’ l’affermazione dell’irrazionalismo, una fuga dal logos e dal demos  pensante.

I soggetti più esposti alla società misologa sono gli adolescenti, abbandonati alle tecnologie digitali e incapaci di separare la vita digitale da quella reale (Wallace). Stiamo formando una generazione sull’orlo della “più grave crisi di salute mentale giovanile degli ultimi decenni” (J.M.Twenge).

I ragazzi sono sempre più “connessi”, ma in realtà sono sempre “più soli”, depressi, aggressivi, incapaci di empatia e di relazioni solide. E’ il dominio dell’analfabetismo relazionale. Là dove non regnano il demos pensante, la conoscenza, il pensiero critico e libero, “tutto- ha scritto Hobbes- può succedere: il caos e la guerra di tutti contro tutti”.

La conseguenza è che ora- osserva Hans Jonas- “tremiamo nella nudità del nichilismo nel quale il massimo di potere si unisce al massimo di vuoto, il massimo di capacità al minimo di sapere intorno agli scopi”. Gli effetti di questa realtà, si trasformano- aggiunge U. Beck nel suo volume “La società del rischio” (Carocci)- in nuovi pericoli, nuovi problemi e quindi nuovi compiti. La nostra è dunque una società in conflitto che “produce e gestisce il rischio”.

In questo contesto, il nostro futuro, per Bauman, è dominato dalla paura invece che dalla speranza a causa dell’insicurezza e della solitudine. Questa vita “frammentata” crea l’indebolimento dell’istanza morale. Che è dominata dall’incertezza. La terapia, per il nostro filosofo, è quella di formare cittadini “responsabili” in grado di costruire una comunità  “piena di risorse, pronta ad affrontare le sfide attuali”.

E’ avvertita negli spiriti più pensanti, la necessità di realizzare un codice etico che va “imparato e memorizzato”. Solo così si diventa “virtuosi” attraverso il valore più alto della morale, l’onestà.

Nel suo libro “Il demone della paura”, Bauman rivolge un atto di accusa verso la “globalizzazione negativa”, la quale produce il sentimento della paura, l’individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà. Un mondo atomizzato, imprevedibile.

In realtà, è il pensiero- il logos- a definire la nostra specificità, la nostra identità più profonda. Come già diceva Parmenide, pensare ed essere sono la stessa cosa. Il pensiero, per Eraclito, è infatti “comune a tutti”. “Posso benissimo- scrive Pascal- concepire l’uomo senza mani né piedi né testa. Ma non posso concepire l’uomo senza pensiero: sarebbe una pietra o un bruto”. Questo per dire che il pensiero è la coscienza di noi stessi. “Sono- precisa Cartesio- una cosa pensante” (res cogitans), un “Io pensante” (Hegel): un essere che dubita, riflette, afferma, nega, sente, immagina.

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