La Neuroetica della Libertà


La Neuroetica della Libertà e la Possibilità Epistemologica della “Decisione”

 

Lo sviluppo delle scienze neurologiche ha imposto in maniera radicale una riproposizione del problema della libertà, con tutte le implicazioni che tale riproposizione può presentare. La neuroetica che si colloca nella dimensione in cui le questioni morali risultano interpretate alla luce delle nuove scoperte riguardanti il cervello, nel tentativo di rispondere alla domanda sulla pre-esistenza mentale di un vocabolario morale innato, tende spesso a  negare la libertà stessa sulla base del  determinismo che parrebbe testimoniato dalle nuove scoperte riguardanti i meccanismi neuronali, nonché di una spesso implicita adesione all’incompatibilismo. La nostra attuale consapevolezza che qualsiasi stato o processo mentale sia indissolubilmente legato e dipendente alle varie attività neuronali ci porta a domandarci se, inevitabilmente, lo stesso “concetto di persona” risulti legato in una continuità temporale all’attività indivisibile del corpo e della mente.

La  neuroetica, nata dal prodotto delle scoperte neuroscientifiche, ma disciplina ancora in fieri e priva di un proprio statuto epistemologico, risulta indissolubilmente legata alla tematica della libertà perché strettamente connesso alla neuroetica è il tentativo, attuato dalle nuove scoperte scientifiche, di modificare e sovvertire il nostro pensiero.

Le innumerevoli scoperte riguardanti il cervello ci hanno di fatto spinto, volente o nolente, verso una concezione naturalistica della realtà: delle funzioni mentali, della memoria e della scelta legata ai processi decisionali e all’ambito del giudizio morale.

L’oggetto delle neuroscienze è il cervello, così come per la neuroetica ma, in tale contesto, sono necessarie delle opportune distinzioni. Guardare alla realtà “mentale” solo mediante le immagini funzionali del cervello, potrebbe portare ad uno svilimento della persona spinta fuori dal “mondo dell’alterità”, da quel rapporto con l’altro, “necessario” nel nostro vivere quotidiano.

Le tecniche di brain imaging, “fondamentali occhi” che ci permettono di osservare, indagare, fotografare l’attività cerebrale, esprimono il “dove e il quando” ma non “quali siano i meccanismi” che in effetti danno origine ad una specifica risposta neuronale. Perciò, parlare di una neuroetica del “caso o della legge” e non della persona porterebbe soprattutto ad una frammentazione della realtà e ad una semplificazione di quell’universo complesso che potrebbe essere “la variabilità di ogni singolo cervello”: “ogni individuo è costituito da una singolare combinazione di fisiologia, identità sociale e valori personali, ogni paziente costituisce un esperimento unico”, una persona.

La neuroetica intesa come indagine su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato, su ciò che è bene e ciò che è male implica, anche e soprattutto, una invasione nell’ambito della nostra coscienza, del nostro essere persona e della nostra capacità di scelta; la neuroetica così intesa offrirebbe in tal modo la possibilità di ridiscutere radicalmente il valore del libero arbitrio e la capacità di distinguere la verità dalla menzogna, con tutte le ricadute sociali che ciò implicherebbe, proprio per la capacità che la neuroetica effettivamente ha, grazie alla variegata e complessa strumentazione d’analisi, di predire determinati comportamenti.

Si impone dunque, in tal contesto, proprio per non cadere in facili errori e per non sminuire  facilmente il ruolo della persona nel “mondo dell’azione”, un’analisi etica profonda riguardante il valore che la neuroimmagine può avere.

Le domande però che noi ci dobbiamo porre, durante il tentativo di una valutazione etica dei “misteri” riguardanti il nostro cervello sono: può essere davvero utilizzato il neuroimaging  a vantaggio delle persone e della società? Vi potrebbe essere come controindicazione la possibilità di uno svilimento della persona?

È  corretto postulare la possibilità che la neuroetica, disciplina ancora priva di un proprio statuto, si ponga in ascolto tra le differenti istanze derivanti dalle più disparate discipline riguardo all’impatto che tali tecnologie potrebbero avere sulla persona nella possibilità di una “maggiore conoscenza del sé”.

È bene però, onde evitare confusioni, attuare una prima e sommaria distinzione tra due “aspetti” che la neuroetica potrebbe rivestire: il primo è quello “filosofico” che, di fatto, si occupa delle questioni che sorgono dalla riflessione antropologica ed etica e che si basa sugli esiti delle ricerche neuroscientifiche più recenti che, nel panorama scientifico-filosofico, hanno innescato delle considerazioni legate alla tematica del libero arbitrio e sulla possibilità dell’esistenza in noi di un vocabolario morale innato.

Il secondo, invece, è quello della neuroetica applicata che valuta ciò che è giusto e ciò che è sbagliato fare in relazione alle possibilità “biotecnologiche” messe a disposizione dalle ricerche sul cervello.

La neuroetica intesa, dunque, non solo come “etica delle neuroscienze”, ma anche come “base neurologica dell’etica” è, come detto in precedenza, una disciplina in divenire non avente ancora un proprio statuto che si interroga soprattutto, in maniera pregnante e radicale, sulla questione secolare riguardante il libero arbitrio.

La semplice distinzione attuata precedentemente, tra una neuroetica filosofica e una neuroetica applicata, non può però permetterci di creare un ordine concettuale tale da farci comprendere quali concezioni siano necessarie per fornire alla neuroetica stessa una propria struttura epistemologica.

All’interno della neuroetica, specialmente riguardo alla questione riguardante il libero arbitrio e l’esistenza di un vocabolario morale innato, risulterà per esempio necessaria l’attuazione di una ulteriore distinzione tra gli innumerevoli orientamenti che, di fatto, affiancano tali tematiche.

Nel caso, ad esempio, del libero arbitrio (argomento secolare e complesso, della cui esistenza o meno si è duramente dibattuto), è possibile distinguere innumerevoli posizioni: da quella determinista, per la quale ogni evento risulta scaturito da una concatenazione di eventi, all’indeterminista che è il totale rifiuto della precedente, da quella compatibilista a quella incompatibilista che guardano invece alla possibile compatibilità o meno del libero arbitrio con il determinismo o l’indeterminismo.

A tal proposito risulterà interessante in questo panorama concettuale una ulteriore quanto innovativa distinzione attuata da Daniel Dennet, filosofo statunitense da sempre studioso della mente che ha proposto, al fianco delle grandi categorie del determinismo e indeterminismo, “due diversi tipi di spiegazioni”: una “intenzionale” e l’altra definita come naturalistica.

La prima spiega un comportamento, un’azione o un periodo di “stasi”, durante l’azione stessa, alla luce “delle credenze, delle intenzioni o dei desideri attribuiti all’agente”, la seconda invece entra in questione quando le spiegazioni intenzionali non sembrano attecchire come nel caso “dell’apparente pazzia”.

Accanto però ad ogni tipo di spiegazione vi è, secondo Dennet, una duplice modalità di approccio: una di tipo tradizionale che, in realtà, è la semplice constatazione che a ciascun tipo di spiegazione corrisponde un “atteggiamento”, una maniera di considerare una persona “come un agente naturale non diverso da qualunque altro agente naturale o razionale-volontario”. L’altro approccio invece può essere definito “personalistico” ed è quello che noi seguiamo nei confronti del prossimo, di noi stessi, nell’attribuire alle persone la dignità “e la valutazione nei loro confronti dei vincoli di comportamento lecito; partendo però dal presupposto che non si “smantellerà una persona per vedere come funziona la sua mente”.

Tali distinzioni dunque, comprendendo ovviamente anche quelle innovative di Dennet, ci hanno fatto comprendere quanto la questione del libero arbitrio, inserita nel contesto della neuroetica e non, sia indissolubilmente legata “alla classificazione deterministica o indeterministica della realtà”. È opinione di molti però che l’ambito delle neuroscienze, capace di dare una risposta alla domanda se il mondo è o meno deterministico, risolverà la questione riguardante il libero arbitrio negandone l’esistenza ed eliminando aprioristicamente tutta quella letteratura filosofica che guarda alla persona come “naturalmente incompatibilista”.

La creazione di una struttura reale e concreta all’interno della neuroetica non può però passare soltanto mediante l’ascolto della “voce deterministica”. Dalla lettura di vari testi e dalle analisi effettuate ho potuto, infatti, notare come, in effetti, nessuno sembra presupporre l’eventualità che le neuroscienze dimostrano o possono dimostrare l’esistenza del libero arbitrio.

È importante notare, inoltre, quanto la negazione stessa dei vari sentieri incompatibilisti porti inevitabilmente alla negazione di importanti categorie non meramente filosofiche come quelle: della decisione, della scelta, del controllo e “dell’assenza di costrizioni”.

Il tentativo di una costruzione epistemologica della neuroetica non può non passare dall’analisi di tali categorie, soprattutto quella della decisione e della scelta, “costanti fondamentali della  persona”.

Il linguaggio che la neuroetica utilizza è, come ben comprendiamo, quello degli esperimenti scientifici ed è proprio per questo che, per delineare cosa si intenda per decisione e per scelta all’interno della neuroetica, mi rifarò a due  degli esperimenti forse più famosi e radicali, il primo è quello di Benjamin Libet che, unitamente ad altri neurofisiologi, dimostrò l’esistenza di una “decisione fuori dal giro” , ovvero una decisione illusoria attuata da processi “sviluppatisi” alle spalle della mente cosciente; mentre l’altro esperimento che analizzerò sarà quello di Shadlen che di fatto illustrerà, mediante l’analisi dell’attività della corteccia delle scimmie, un tipo di comprensione “della presa di decisione che le neuroscienze possono offrire”.

L’esperimento più noto di Libet consisteva nel chiedere ai soggetti di segnalare su un orologio,  sensibile al millesimo di secondo, l’esatto momento in cui diventavano coscienti dell’intenzione di compiere la semplice flessione del polso che costituiva l’azione volontaria. Il risultato era che: il “potenziale di prontezza ovvero, l’onda di attività cerebrale corrispondente alla decisione”, era registrata prima della coscienza di intenzione (circa mezzo secondo), ci volevano poi trecento millisecondi per arrivare all’esecuzione, cosi come è rappresentato nello schema:

Ma qual è la valenza di tale esperimento in questo contesto?

Per rispondere a tale domanda risultano importanti due ipotesi avanzate una dal sociopsicologo Daniel Wegner e l’altra dal filosofo americano Daniel Dennet.

Per Wegner “l’esperienza cosciente è nella sua totalità illusoria” ed ogni evento è di fatto registrabile sull’elettroencefalogramma; per Dennet, invece, guardando alla mente come “temporalmente e spazialmente distribuita”, come i processi neuronali del cervello, non c’è ragione nell’escludere che le decisioni risultino derivanti dalla “totalità”, cioè dall’individuo assieme alla mente.

È bene affermare altresì che Libet risulta molto più vicino alla visione di Dennet; per lo stesso infatti la mente cosciente “ha potere di veto”, ovvero l’azione volontaria può essere sempre inibita durante i trecento millesecondi che separano “l’apparire dell’intenzione dall’esecuzione dell’azione”; una libertà definita da Roberta de Monticelli “salvata per una frazione di secondo”:

«Gli esperimenti di Libet valgono in questo nostro contesto soprattutto come paradigmatici di quello che è oggi il senso comune medio-colto nei paesi dove la divulgazione della ricerca scientifica esiste. La questione del libero arbitrio oggi si presenta come uno dei più ardui rompicapo che vanno a costituire la questione difficile della coscienza: come può il fenomeno non fisico della esperienza soggettiva derivare da qualcosa di categorialmente diverso, come le attività fisiche delle cellule nervose? Torneremo sulla difesa empiricamente falsificabile che Libet tenta del libero arbitrio, e che consiste nel concedere alla mente cosciente potere di veto pur negandole quello di iniziativa (…) l’azione volontaria può sempre essere inibita durante i trecento millisecondi  che separano l’apparire dell’intenzione dall’esecuzione dell’azione. La libertà salvata per una frazione di secondo!»[1]

La ricerca di Shadlen, invece, pur rimanendo nell’ambito dell’analisi della capacità decisionale, comprendeva la descrizione delle proprietà di scarica dei neuroni in varie aree cerebrali che di fatto risultano coinvolte “nella presa di decisione” ma, in questo caso, Shadlen analizzò “la presa di decisione percettiva in condizioni di incertezza” nelle scimmie.

Accanto allo studio di questi processi connessi, come detto precedentemente, “alla presa di decisione” Shadlen sviluppò, anche e soprattutto, dei modelli matematici riguardanti i processi neuronali coinvolti.

Le scimmie erano addestrate a guardare stimoli “costituiti da punti che si muovevano a caso verso destra e verso sinistra e a dare giudizi sulla direzione del movimento dello stimolo rendendo tali movimenti più complessi variando la percentuale di punti che si muovevano o a destra o a sinistra.

La valutazione di tale movimento veniva riferita dalle scimmie muovendo gli occhi, eseguendo una saccade, verso uno dei due obiettivi visivi:

Le saccadi verso destra, appunto indicavano “una decisione della scimmia del movimento che va verso destra” mentre “le saccadi verso sinistra indicavano una scelta verso quelle di sinistra”.

Ciò che colpisce di più, almeno in questa prima analisi dell’esperimento di Shadlen, è che “le curve psicometriche della prestazione delle scimmie” misurante i tempi di reazione e dell’accuratezza dei movimenti oculari sono molto simili a quelli del’uomo.

Ciò dovrebbe dimostrare che il tempo di risposta, inerente la decisione, risulta collegato alla “difficoltà dello stimolo sia per le scimmie e sia per gli uomini”.

È bene analizzare però in tal contesto un punto; nell’esperimento attuato da Shadlen, mirante a “studiare le basi neuronali della presa di decisione”, viene tenuto in considerazione che “le cellule MT (medio temporale), MST (medio superiore temporale) e LIP (laterale interparietale) rispondono al movimento verso specifiche direzioni”, la preferenza verso le diverse direzioni è dimostrato dall’intensità maggiore della scarica a seconda che il movimento sia a destra o a sinistra.

L’aspetto interessante si riscontra nel caso delle cellule LIP, perché i neuroni di questa regione “tendono a scaricare durante la pianificazione e l’esecuzione del movimento oculare”, sono cioè non caratterizzati dai loro campi ricettivi come i neuroni sensoriali ma, avendo una componente motoria “risultano caratterizzati dai loro campi di risposta:

La caratteristica delle cellule LIP, ovvero il legame con i “loro campi di risposta”, implica un’altra differenza in più rispetto ai neuroni sensoriali legati indissolubilmente ai loro campi ricettivi cioè la mancanza di “istantanea attività inerente la direzione preferita”; ossia il calcolo che tali cellule sembrano fare su “una stima dell’informazione totale sul movimento nella direzione specifica”, derivando tutte le informazioni necessarie dalle cellule sensoriali elencate precedentemente.

Tale costante risulterà oltremodo interessante specie per quel che riguarda la “soglia della decisione”, poiché “i tassi di scarica, derivanti dalle cellule LIP”, vanno ad aumentare fino al raggiungimento di un dato livello, fino a quando cioè la scimmia compie una saccade in una data direzione che è il momento di cessazione di ogni scarica derivante da tali neuroni.

La differenza sostanziale che intercorre dunque tra le cellule MT e MST rispetto alle cellule LIP è che, nella richiesta di attesa data alla scimmia, riguardante il movimento oculare, i neuroni LIP “continuano a scaricare anche in assenza dello stimolo visivo”.

È stata inoltre postulata la possibilità che i neuroni LIP possano in un certo senso influenzare la decisione della scimmia “indicando che le cellule LIP svolgono un ruolo causale nel processo decisionale”:

« The central finding of our study is the demonstration that LIP neurons with RFs overlapping a choice target have a causal role in decision formation in this task. This puts LIP neurons on a similar footing to MT neurons, which have a causal role in the perceptual judgment of visual motion in their receptive fields previous results from single-unit recording studies many LIP neurons accumulate evidence over time from sensory areas» [2]

L’analisi effettuata fino adesso, dunque, ci porta a considerare la presa di decisione come il prodotto di un lavoro derivante dai neuroni sensoriali che, “sensibili a particolari caratteristiche dello stimolo”, “riforniscono le aree superiori nelle quali l’informazione è raccolta nel tempo e nello spazio”, mentre i neuroni che “codificano per scelte e azioni alternative raccolgono informazioni finché si raggiunge una soglia di attivazione per qualche risultato”.

Ma il dubbio che sovviene nell’analizzare tale esperimento deriva dalla possibilità che il risultato possa essere falsato, per esempio dalle differenti ricompense che potrebbero essere date alla scimmia, ma cosa ancor più importante è non solo l’alterazione degli esiti che potrebbe avvenire ma anche un’alterazione riguardante l’attività dei neuroni LIP :

«Platt e Glimcher per venire a capo della diatriba hanno posto un obiettivo remunerativo al bersaglio saccadico ottenendo risultati in accordo con le ipotesi: la scelta progressiva del movimento saccadico a destra si associava ad un’attivazione dei neuroni dell’area LIP. Nel contempo si dimostrava la capacità da parte di tali neuroni di codificare la probabilità e la valutazione della ricompensa. Risultati più complessi sono stati trovati quando la scimmia è stata lasciata libera di eseguire il movimento saccadico verso destra o sinistra con remunerazioni di sciroppo di frutta doppia a destra o a sinistra (…) l’animale sceglieva il bersaglio nello schermo e la proporzione di sciroppo raggiunto con il salto dello sguardo verso quel bersaglio»[3]

Ci rendiamo così conto, in tali esperimenti, quanto i neuroni LIP siano importanti all’integrazione, nel processo decisionale, di informazioni riguardanti la ricompensa o il valore che incidono, ovviamente,  sulle “conseguenze causali della decisione”.

È bene però analizzare in tal contesto un aspetto che. a mio parere, risulta di grande interesse. Dall’analisi degli esperimenti si è compreso che i neuroni LIP sono prettamente legati alle proprietà di stimolo o all’attività motoria. Cosa accade però quando viene analizzata una “decisione astratta” dove le due costanti precedenti non hanno alcun valore?

Non tutte le nostre decisioni risultano legate allo svolgimento di una azione, il processo decisionale, infatti, può essere totalmente legato a delle “rappresentazioni mentali astratte”. Tutto ciò mostra come vana l’obiezione mossa dai deterministi secondo la quale, “sempre ogni stato del cervello è sufficiente a determinare lo stato successivo”, proprio per la mancata distinzione fra motivo e causa, che il più delle volte non viene effettuata:

«Trascurare questa distinzione significa condannarsi a non poter rendere conto delle differenze apparenti, sottili o enormi che siano  per esempio fra decidere di andare a dormire e crollare addormentati. Enormi o sottili in apparenza, si tratta pur sempre di distinzioni ontologiche. Infatti alla differenza fra motivo e causa è legata indissociabilmente la distinzione fra azione e mero evento, tutte le azioni volontarie sono anche eventi, ma non vale il viceversa, a meno di volersi deliberatamente privare degli occhi per vedere le differenze »[4]

Punto nodale risulterà dunque, per la categoria della decisione all’interno di una possibile  neuroetica, la distinzione tra azione motivata  e evento causato.

Un’azione può essere legata in maniera diversa al processo decisionale; è possibile in effetti distinguere le azioni in: “deliberate o no”. Vi sono le azioni impulsive dettate per esempio dalla paura, le spontanee quali ad esempio quelle esercitate nell’atto di evitare un ostacolo mentre si cammina, le abitudinarie, quelle legate ad una decisione “implicita”, come quando “cambiamo idea nel corso di un’azione” o quelle connesse ad una decisione esplicita collegate alla sfera della deliberazione:

«Ma in tutti i casi- tranne forse il caso  limite dell’impulsività, per esempio la crisi di panico se il comportamento che ne segue è completamente automatico si ha un atto, sia pure implicito dell’agente che si lascia determinare dalla paura, o dal sonno oppure vi resiste. Mentre non è immaginabile che l’agente si lasci impallidire o resista al pallore, se la paura è causa del pallore. E se crolla addormentato mentre si sforzava di continuare a leggere, non è corretto dire che “si lascia determinare dal sonno”»[5]

Dunque, uno “stato che è capace di operare come causa diventa una motivazione efficace per l’azione” ma, “cessa di operare come causa”.

La capacità del soggetto di decidere appare sempre presente anche nell’atto del “lasciarsi andare”, “lasciarsi sedurre “ e  “lasciarsi vivere”.

Dopo aver affrontato questo excursus nei confronti della decisione, utilizzando il linguaggio proprio della neuroetica che, di fatto, si serve degli esperimenti scientifici per costruire al suo interno delle “eventuali categorie”, è bene approfondire un secondo aspetto di fondamentale importanza.

Sia nell’esperimento di Libet quanto in quello di Shadlen e colleghi, la capacità di decidere è ancora presente, poiché nel primo caso “l’istante di veto”, che permette la libertà di scelta risulta “salvo”; mentre nel secondo caso:

«Sembra che i neuroni dell’area LIP rappresentino le intenzioni d’azione dei movimenti oculari, ma se la decisione sulla direzione casuale del punto viene indicata con il movimento di una leva piuttosto che dal movimento dell’occhio nel compito è coinvolto un diverso gruppo di neuroni. Possiamo dunque chiederci se l’area LIP rappresenti davvero la decisione (…) se certe ragioni possono stabilire o modificare la soglia per particolari decisioni che dipendono dalle circostanze, allora molti si convinceranno che il raggiungimento della soglia richiesta assomiglia più a una nostra decisione che non il contrario»[6]

Ma, in tal modo, qualunque sia il risultato degli esperimenti, mediante le innumerevoli rappresentazioni che abbiamo dato della decisione, non si riduce radicalmente il suo valore? E soprattutto: l’esperimento ha sempre valore certo?

Riguardo alla prima domanda la risposta è probabilmente sì poiché nella vita di tutti i giorni la decisione è molto spesso legata alla costante del “valore”, “all’evitare il male peggiore” o alla decisione tra “le diverse opzioni sulla base dei valori che assegnamo a esse”, la semplice flessione del polso, o la valutazione della funzione dei neuroni LIP, non è capace di sintetizzare tutte le diverse possibili decisioni come per esempio il “sì davanti ad una proposta di matrimonio”.

Per quanto riguarda, invece, la seconda domanda riguardante la valenza che ha un esperimento, si potrebbe affermare che il semplice movimento volontario non sia “un paradigma adeguato per lo studio della libertà delle azioni umane”.

In effetti le decisioni, il nostro comportamento quotidiano, risultano indissolubilmente legati ad innumerevoli fattori come il giudizio sulla giustizia, sul bene o sul male; lo stesso giudizio morale non può essere “cronometrato”, la sua elaborazione non avviene in istanti ma può essere conseguenza di una lunga valutazione ; ci rendiamo conto cioè che il tempo mentale non sempre corrisponde “fedelmente al tempo cronometrico”, ma esso subisce una vera e propria deformazione nella creazione di una “vera” o quanto più fedele rappresentazione mentale della realtà in vista, magari, di un esperimento dal quale ci attendiamo determinate risposte.

La costruzione di una struttura epistemologica all’interno della neuroetica non può non tener conto di tali costanti. Postulare infatti la possibilità di una neuroetica “equilibrata” e concreta, non può infatti prescindere da un’analisi rigorosa delle categorie precedentemente elencate.

Il linguaggio appunto che la neuroetica “parla” non è solo, quindi, quello degli esperimenti scientifici ma è anche e soprattutto un linguaggio filosofico del quale la neuroetica avverte l’esigenza proprio per bloccare, qualora ce ne fosse bisogno, il semplicistico risultato di un determinato esperimento scientifico che potrebbe avere risultati devastanti nei riguardi della nozione di persona.

Nella struttura della neurotica, a mio avviso, non ci dovranno essere delle rigide categorie, a volte forzatamente spinte verso il determinismo, ma interessante sarà nel mio progetto di ricerca analizzare, non solo da un punto di vista filosofico, oltre alle categorie sopraelencate anche quell’Experimental  philosophy che di fatto rende il “determinismo neurobiologico” come “incapace di minacciare la nostra libertà”, grazie alla nostra “intuitiva fiducia nel libero arbitrio”.

Ludwig Wittgenstein diceva che, una volta che si sia trovata una risposta a tutte le domande scientifiche, non si sarebbe fornita alcuna soluzione alle domande filosofiche.

Ritengo, invece, che l’apporto dato dalla neuroetica possa in un certo senso conferire maggiore equilibrio, qualora ce ne fosse bisogno, tra le neuroscienze e la filosofia, permettendo l’inizio di proficui dibattiti sostenuti dall’apporto degli esperimenti scientifici e da quelle categorie filosofiche, come la decisione, necessari per una iniziale costruzione di una struttura epistemologica all’interno della neuroetica.

 

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NOTE

  • [1]  Roberta De Monticelli, La Novità Di Ognuno, Garzanti, Milano 2009  pag. 92
  • [2] T.D. Hanks, J.Ditterich, M. N. Shadlen, Microstimulation of macaque area LIP affects decision-making in a motion discrimination task, Nature Neuroscience 2006
  • [3] Paul. W. Glimcher, Decisions Uncertainty and the Brain, the Science of  Neuroeconomics, The Mitt Press Cambridge, Londra 2004, pag 13
  • [4] Roberta De Monticelli, La Novità Di Ognuno, Garzanti, Milano 2009  pag.155
  • [5] Ibidem
  • [6] M. De Caro, A. Lavazza, G. Sartori, Siamo Davvero Liberi?Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice ed., Torino 2010, pag. 65
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Luciano Tribisonda

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