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Verso una scelta di Coscienza

di Dario Sepe, Adriana Onorati, Fortunata Folino

Premesse

Da tempo, il morire be divenuto argomento di viva riflessione in campo clinico-medico, sia dal punto di vista delle scelte etiche, che rispetto alla necessità di una adeguata formazione per gli operatori socio-sanitari, affinché possano attuare un accompagnamento competente ed adeguato. In particolare, in campo geriatrico affrontare la tematica del fine vita appare tanto attuale, quanto inevitabile: la morte ed il Passaggio che ne consegue, a lungo eluso e celato dalla nostra odierna società (legata all’essere attivi e produttivi, o almeno ad avere risorse per consumare) merita un’attenta riflessione, proprio perché la fine della vita rappresenta un cruciale momento di sintesi nell’esistenza di una persona e fornisce la possibilità di fissare nella Coscienza le principali acquisizioni che si sono riuscite a raggiungere. In questo delicato momento, acquista particolare rilievo la riflessione sul tema dell’accanimento terapeutico che, inevitabilmente, gli importanti progressi medico-scientifici e le risorse cliniche oggi disponibili hanno indirettamente ed involontariamente agevolato. L’obiettivo di queste pagine è quindi quello di stimolare una riflessione sulla “sospensione dell’azione” clinica in geriatria, accettando il vuoto ed anche il “silenzio interno” che ne conseguono, per favorire quel processo di sintesi sopra accennato, così da preparare la Coscienza dell’anziano ad un Passaggio consapevole ed arricchente.

Dalla carenza di cure, all’odierno accanimento: uno sguardo alla storia della medicina del ‘900

Inevitabilmente, il nostro modo di vivere la morte oggi è influenzato dalle odierne caratteristiche socio-culturali e da un approccio sempre più tecnologizzato e pronto ad intervenire drasticamente in ambito clinico ottenendo, da una parte fondamentali traguardi e dall’altra, lasciando che progressivamente sia andata persa una visione globale sulle cause di malattia, per un’eccessiva focalizzazione sul sintomo. Così, se nel XX secolo molte malattie infettive sono state sconfitte tramite lo sviluppo di vaccini e antibiotici e con il miglioramento delle condizioni di vita, oggi il cancro e altre malattie non infettive invece sono maggiormente diffuse di un tempo; parallelamente, anche la messa a punto di terapie efficaci contro tali patologie è andata sviluppandosi, con tutto ciò che ne consegue, anche in termini di investimenti economici mondiali. Nel XX secolo inoltre è stata avviata la ricerca sui meccanismi alla base dei fenomeni biologici; in molti settori sono state effettuate scoperte importanti, soprattutto per quanto riguarda la base della trasmissione delle caratteristiche ereditarie ed i meccanismi chimici e fisici delle funzioni cerebrali. Siamo quindi di fronte ad uno trend contrastante, per il quale se da una parte alcune patologie sono regredite fino a scomparire, altre si sono incentivate, segno del fatto che l’uomo non è riuscito ancora a comprendere realmente le cause degli squilibri che portano alla manifestazione sintomatologica delle diverse malattie. Possiamo pensare che già alla fine dell’800 la chirurgia aveva ormai fatto passi da gigante: infatti, si avevano le conoscenze anatomiche, veniva effettuata l’anestesia, era noto il concetto di sterilizzazione, ma ancora in quel periodo l’umanità era flagellata da diverse malattie infettive (tubercolosi, febbre gialla, malaria, colera, tifo), fin quando progressivamente dall’inizio del ‘900 in poi, Albert Sabin introdusse la vaccinazione, Fleming la penicillina, Landsteiner scoprì i gruppi sanguigni, fino ad arrivare alla scoperta della doppia elica del DNA ad opera di Watson e Crick  nel 1953. Tutto questo ed altre epocali acquisizioni che non possiamo qui ricordare per esigenze di sintesi, hanno positivamente contribuito a quel fenomeno che oggi chiamiamo invecchiamento della popolazione, aprendo la porta ad una serie di problematiche nuove ed in parte, ancora irrisolte. Fin dove è utile curare un anziano, come è utile curarlo e quali interventi clinici è giusto praticare e quali no, (così da evitare da una parte l’abbandono e l’incuria e d’altro canto, che si scada appunto nell’accanimento terapeutico), sono attuali interrogativi. La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita anche in condizioni un tempo impensabili e senz’altro il progresso medico è positivo. Ma nello stesso tempo, le nuove tecnologie richiedono una maggiore saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona, soprattutto in geriatria. Di fatto, la popolazione anziana essa stessa sta invecchiando. Gli oldest-old, intendendo con tale termine gli anziani di 80 anni e oltre, che nel 1950 erano stimati essere nel mondo 13.000.000, oggi sono più che quadruplicati: si stima infatti che siano 53 milioni. Nel 2025 si prevede che costituiranno un sesto della intera popolazione anziana. Tutto questo ci indica la necessità di attivare delle riflessioni più profonde sulla fase conclusiva del ciclo di vita, così da dotarla realmente di senso e renderla qualitativamente più arricchente, andando oltre al mero allungamento delle aspettative di sopravvivenza.

La Terza Età e la paura: come coltivare una nuova Visione

Da quanto finora detto, emerge come il nostro corpo fisico, l’involucro materiale che la nostra Coscienza ha scelto per scendere sulla Terra, vada rispettato e curato, ma senza creare un attaccamento ossessivo ad esso. Le illusioni, come quella della morte, nascono e si radicano infatti nella paura attraverso l’attaccamento al proprio corpo fisico: la persona dimentica la sua dimensione Spirituale, identificandosi completamente con la propria forma esterna, per la quale si prodiga incessantemente. Quando si pensa alla morte, concetto che è molto vicino all’esperienza quotidiana degli anziani, il sentimento ed il vissuto principale che emerge è quello della paura e non quello della possibilità, della rinascita, del passaggio. Nel contatto con gli anziani, si percepisce spesso come loro abbiano da un lato una naturale propensione alla Spiritualità, ma allo stesso tempo, dei timori e delle paure molto grandi: di essere giudicati, di perdere la loro fisicità, i loro beni, la casa, i soldi risparmiati negli anni, i loro cari. Come poterli sostenere verso un processo di “liberazione” e come poter illuminare di speranza le loro paure? La risposta risiede nella conoscenza. In Occidente, come evidenziano Lasalle e Maffray (2006): “La paura della morte è radicata e rappresenta un mistero che nessuno osa guardare in faccia, anche nel panorama medico-scientifico, salvo alcune eccezioni”, quali ad esempio, la dottoressa Elizabeth Kubler-Ross, una psichiatra che ha svolto un lavoro pionieristico nel campo dell’assistenza ai malati terminali e della ricerca sulla morte e il morire. Parallelamente, negli ultimi decenni, si sono verificati migliaia di casi con esperienze di premorte testimoniate in tutto il mondo ed il libro Milioni di Farfalle del neurochirurgo Eben Alexander, edito nel 2013, è solo una tra le ultime testimonianze in questo senso.

Anche il concetto di reincarnazione è sempre meno distante nella nostra cultura, ed in questo senso, i testi del noto psichiatra americano Brian Weiss hanno dato al panorama scientifico un nutriente e fondamentale apporto, rispetto allo studio delle vite precedenti. Del resto Alice Bailey, nel testo “Morte: la grande avventura”, dice chiaramente: “Le nostre idee sulla morte sono errate; la consideriamo come qualcosa di triste e di pauroso, mentre in realtà essa è la grande liberatrice, che ci permette di entrare in una sfera di attività più ampia, è la liberazione della Vita dal veicolo cristallizzato e di una forma inadeguata“. La conoscenza rappresenta quindi un valido sostegno al superamento della paura: ad esempio conoscere i vari passaggi che la Coscienza compie per ritirarsi dal corpo durante il momento della morte, aiuta e sostiene molto il Passaggio stesso. Chi lavora o vive a contatto con la Terza Età, può verificare con mano quanto la morte spaventi e come si faccia di tutto per negarla; persone anziane che hanno più di 90 anni, vengono spesso sottoposte dai familiari alle cure o ai trattamenti più estenuanti, spesso contro la stessa volontà dell’anziano, per una mancanza di fondo di accettazione della fine del ciclo di vita. Malgrado la Bailey ci ricordi che “la morte non è che un interludio in una vita d’esperienza costantemente acquisita… essa segna una precisa transizione da uno stato di coscienza ad un altro”, la maggior parte delle volte, quando un anziano si appresta a morire, accade spesso che i familiari tendano a vivere l’evento con poca accettazione. Spesso, dietro i fenomeni di accanimento terapeutici, troviamo proprio l’egoismo dei familiari, che per non toccare il dolore del distacco e rimandarlo, impongono cure irragionevoli; oppure, cercano di sedare i loro sensi di colpa, perché non hanno potuto o non hanno voluto occuparsi del loro congiunto in precedenza e si ostinano poi a volersi prendere cura del proprio caro, non accettando il dolore del fatto che magari è troppo tardi. In questo conteso è doveroso dedicare alcune righe alla differenza tra accanimento terapeutico e cure palliative, laddove le seconde affermano il valore della vita e considerano la morte come un processo naturale, che non intendono accelerare né posporre. Il termine “cure palliative” risale al latino palliare, nel significato di mascherare o coprire con un pallio (mantello). Alla base dei principi ispiratori delle cure palliative, vi sono il rispetto del principio di autonomia del malato e la considerazione dei valori etici e degli usi sociali delle persone che affrontano una grave malattia progressiva. Di conseguenza, il coinvolgimento dei pazienti nelle scelte che riguardano la cura della loro malattia rappresenta uno degli obiettivi principali dell’operato di chi somministra le cure palliative stesse.

Dai 58 ai 63 anni: fase di sintesi, in direzione dell’Età della Saggezza

Secondo Lasalle e Maffray (2006) in questa particolare fase, è inevitabile lavorare sul distacco, ad esempio con il pensionamento ed il distacco dal lavoro, o con la morte dei propri genitori, inevitabile in questa fase di vita di un adulto. In questo momento inoltre, l’individuo sarà pronto ad aprirsi ad una dimensione “soprasensibile”, in cui prevalgono l’attenzione all’interiorità ed alla creatività; si sviluppa la possibilità per l’individuo di riflettere sullo scopo della sua vita e sul motivo per il quale è venuto su questa terra. Potrà inoltre riassumere le prove vissute e cercarne il senso; infine: “Gli risulterà più facile perdonare, guarire le vecchie ferite del passato, aprirsi al futuro, ad una nuova forma di creatività o di espressione di sé, anche per aiutare gli altri ed il mondo” (idem). E dunque, partendo dal presupposto che la conoscenza è fondamentale per ampliare la Coscienza, alle soglie della Terza Età risulta importante realizzare un bilancio della propria esistenza, di quanto vissuto, comprendendo il perché delle scelte fatte, tentando di imparare dagli errori, cercando di sciogliere, laddove ancora possibile, punti non ancora risolti. Fare il cosiddetto “bilancio”, può significare anche andare alla ricerca del senso di alcuni accadimenti, del perché sono avvenuti proprio determinati fatti più o meno dolorosi, piuttosto che altri. Anche se la psicologia applicata agli anziani è stata per lungo tempo trascurata, da alcuni anni però alcune correnti come la “Psicologia della Salute” o la “Psicologia del Ciclo di Vita” hanno dedicato una nuova attenzione a questa fase, mettendo in evidenza proprio le sue potenzialità e le sue caratteristiche, definendola una fase cruciale dell’esistenza e mostrando come, da quella crisi che spesso la caratterizza, può prendere vita una visione nuova dell’esistenza stessa. Il lavoro degli psicologi in particolare, e degli operatori sanitari in generale, dovrebbe quindi progressivamente orientarsi affinché possano essere offerte nuove occasioni alle persone anziane e affinché venga introdotta nella loro mente e nella mente delle persone che sono loro accanto, l’idea che è possibile prepararsi ad un gioioso saluto alla vita, con la serenità connessa al fare un bilancio di ciò che è stato compiuto e di comprenderne il senso. Dopo ogni esperienza di vita infatti, la Coscienza trattiene le esperienze più valide derivanti dall’ambiente, mentre tutto il resto viene abbandonato, compiendo appunto una sintesi. Ogni esistenza può certamente fornire qualche valore all’acquisizione della Coscienza. Nel momento in cui per un anziano si avvicini il Passaggio, lo si può accompagnare a raccogliere le esperienze di vita più significative compiute e realizzate ed a fissare e focalizzare i passaggi centrali di quella vita che volge al termine. A questo riguardo, Linda Viney nel testo “L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano” (2003), propone un metodo molto interessante per le attività di riabilitazione e di animazione con le persone anziane, basato appunto sulla valutazione delle loro storie di vita. Esso consiste nella ricostruzione e nella ri-narrazione controllata di tali racconti, in modo che si possa sfruttare appieno il loro potenziale. Questa operazione è del resto, ad un livello umano, la stessa sintesi che la Coscienza compie nel momento in cui si stacca definitivamente dal veicolo fisico dopo il trapasso, e che ci è stata descritta anche dalle persone che hanno fatto esperienza di pre-morte come la sensazione di rivivere, in un secondo, il film della propria vita. Farlo quindi insieme all’anziano quando è ancora vivente può rappresentare un agevolazione, in termini di Consapevolezza, al lavoro che la Coscienza svolgerà successivamente.

Accompagnare ed accompagnarsi: dalla paura della morte, alla Gioia del Passaggio

Sia che si tratti di operatori sanitari, sia che ci si riferisca ad una quotidiana esperienza di vita, la persona accanto al morente dovrebbe riuscire a realizzare un accompagnamento spirituale, ovvero un percorso in cui si riesca ad arricchirsi e a realizzare acquisizioni di Consapevolezza, così da dotare di senso l’esperienza del Passaggio. Nel nostro sentire, per visione Spirituale della realtà si intende quella in cui vibri una prospettiva che collega l’uomo, le sue relazioni e il suo ambiente, al senso più ampio che si riesca a rintracciare, connesso ai Valori ai quali egli può ispirarsi. E dunque, sia la Coscienza di chi lascia il corpo, sia quella di chi resta, nella reciprocità del rapporto, dovrebbe riuscire a compiere un passaggio di crescita, all’insegna dell’autenticità e del coraggio di toccare il dolore ed il vuoto, connessi al distacco. Come ci ricorda Lucio Pinkus (2012): “Chi si assume il compito dell’accompagnamento, deve aver raggiunto una certa chiarezza interna e la possibilità di incontrare il nucleo profondo della propria identità”. Del resto, non possiamo accompagnare nessuno in modo coerente, nei luoghi in cui, noi per primi, non siamo ancora riusciti ad andare. Alice Bailey ci ricorda come la morte sia il solo avvenimento che possiamo predire con certezza assoluta, eppure è l’avvenimento a cui la maggior parte degli esseri umani si rifiuta categoricamente di pensare, fino a quando non debba affrontarlo personalmente. La morte può tuttavia essere accolta in modo differente. Le si può assegnare un posto preciso nel nostro pensiero e nella nostra vita e possiamo prepararci ad essa come ad una cosa inevitabile, ma semplicemente portatrice di trasformazione. La morte, considerata quindi come il preludio di una nuova esperienza di vita, assume un significato diverso. Ci dice la Bailey (1994): “La morte ci porta la liberazione dalla natura del corpo, dall’esistenza sul piano fisico e dalla sua esperienza visibile. Essa ci libera dalla limitazione; e sia che si creda (come milioni di persone) che la morte non è che un interludio in una vita di esperienza costantemente acquisita, oppure il termine di ogni esperienza di tal genere (come credono altrettanti milioni di persone) non si può negare che essa segni una precisa transizione da uno stato di coscienza ad un altro”. Tuttavia, è necessario il rispetto dei tempi di maturazione di alcuni Valori e della Spiritualità che ciascuno ha in se. L’equilibrio e l’autocontrollo dentro di noi sono le prime caratteristiche di un buon accompagnamento, nel rispetto dei limiti e della paura che la persona che sta morendo può provare. L’accompagnatore offre il suo amore, la propria consapevolezza e conoscenza come sostegno. Inoltre, è importante che chi accompagna si adatti alle aspettative dell’altro, ad un suo appello più o meno dichiarato. Nelle ultime ore l’unica preoccupazione deve essere quella di calmare l’altro, favorendo un passaggio sereno ed offrendo gli strumenti affinché l’altro possa riconoscere, una volta infranto il velo della vita, le fasi che sta attraversando, il processo che sta vivendo e le illusioni e le paure che possono nascere. Il linguaggio degli ultimi momenti della vita dovrebbe essere di poche e semplici parole sostenute da una calma interiore, che verrà sicuramente trasmessa e percepita, di sguardi amorevoli, un accarezzare le mani o tenerle, o semplicemente una nostra presenza. È essenziale che vengano diffuse alcune conoscenze rispetto alla morte, in modo che, nel momento del Passaggio, per la persona possa essere facile riconoscere le tappe che sta vivendo, in modo da poterle accettare con serenità ed amore.

Conclusioni

Se dunque la vita non è scandita dal tempo, ma da un Ciclo, ossia da momenti di vita che si ripetono incessantemente e che ci offrono continue opportunità e occasioni di riflessione e di crescita come Coscienza, possiamo sforzarci di pensare alla morte non come ad una “fine”, ma solo come all’inizio di una nuova esperienza. Possiamo pensarla come un’opportunità per liberarci da tutto ciò che impedisce o rallenta la nostra evoluzione di Coscienza e nel riassunto che la precede, di scegliere i Valori che vogliamo portare nella nuova vita, lasciando andare tutto il resto. Affinché il tabu della morte venga pian piano risolto, è necessario che si radichi una nuova cultura circa l’invecchiamento ed il morire, una cultura che deve svilupparsi prima sul piano mentale e che porti poi, come ricaduta a livello fisico, la realizzazione di progetti ad hoc e la costruzione di strutture e luoghi di aggregazione in cui far emergere le potenzialità e risorse dei singoli. Forse in tal modo, con un progressivo cambiamento delle forme pensiero legate all’anziano, si riuscirà a parlare davvero di Età della Saggezza e non più semplicemente di anzianità o di vecchiaia.

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Bibliografia

  1. Bailey, (1994). La morte: la grande avventura, Roma: Nuova Era
  2. Eben A. (2013). Milioni di Farfalle, Milano: Mondadori
  3. Lasalle P., Maffray B. (2006). La tua vita cambia ogni 7 anni, Vicenza: Edizioni Punto d’Incontro
  4. Sepe D., Onorati A., Rubino M. P., Miggiano E., Folino F., (2011). La Psicologia Armonica del Sé: una visione sistemica dell’uomo ed una visione transpersonale delle relazioni”, in Psicosintesi, n. 15, Aprile, pp. 22-26
  5. Pinkus L., Filiberti A. (2002). La qualità della morte, Milano: Franco Angeli
  6. Viney L. (2003). L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, Trento: Erikson