Adolescenti Anonimi: continua…

Interventi Complessi: I parte

In questo articolo cercherò di definire il terreno su cui l’educatore si trova a lavorare con gli adolescenti anonimi e cosa potrebbe essere utile attuare sul piano pedagogico. Nella prima parte seguiranno altre riflessioni sull’ eccesso di consumo messo in atto nella nostra società e le correlazioni che hanno con una conseguente percezione eccessivamente semplificata degli altri. Questo introduce la zona di tolleranza ossia quello spazio lasciato dall’adolescente in cui è chiamata a svolgersi l’azione educativa, infine viene introdotto il concetto di limite come condizione necessaria per sviluppare un racconto fatto da propri contributi originali e non veicolati dal mercato di massa, permettendo l’elaborazione metacognitiva.

 

Ulteriori riflessioni sul consumismo

Riporto qui di seguito alcune ulteriori considerazioni sull’iperconsumismo in aggiunta a quelle espresse nel precedente articolo sugli adolescenti anonimi. Una caratteristica del consumo è quella di essere eterotrofo, il consumo si nutre del consumatore. Il consumatore viene consumato. Non è un processo unidirezionale, ma circolare. Nella società dei consumi finalizzati al godimento esasperato, l’iosi definisce nella misura in cui consuma e in cui viene consumato.

Un consumo finalizzato al godimento, dev’essere gratificante, veloce, sostituibile, poco complesso. In questo processo “io sono” me lo dico da solo, autisticamente. L’adolescente anonimo cerca un mondo- specchio che rifletta l’identità narcisisticamente fragilissima, ideata e disperatamente bisognosa di conferma. È narcisistica perché chi non conferma non viene riconosciuto, o detto in altri termini chi non mi consuma non verrà consumato.

Dev’essere gratificante e poco complesso.

Il pensiero complesso proposto da Morin indica un pensiero in cui termini complementari, opposti, antagonisti siano rintracciabili attorno allo stesso concetto perché questo rende meglio la realtà complessa e irraggiungibile delle cose. Come indicato nel primo articolo quello che siamo eccede le nostre percezioni e rappresentazioni. Ora in un mondo appoggiato al godimento da consumo, con le caratteristiche suesposte, quello che siamo non è oggetto di interesse nel senso che l’ingiunzione negativa, deviante dal prodotto che offro al consumo, non è prevista. Reality shows in posto remoti, case, fattorie, così come feroci intellettuali urlanti insulti espliciti sotto l’egida della cultura… senza troppa difficoltà possiamo individuarne il denominatore comune: il confronto su posizioni diverse dalle mie equivale ad un attacco a cui rispondere. Questo è uno degli ingredienti che creano ascolti, che formano la cultura di riferimento che forma a sua volta l’ingrediente per gli ascolti; in questo ravviso un’altra delle caratteristiche del pensiero complesso morenianoossia la ricorsività, come l’esempio riportato dallo scrittore, del vortice in cui ogni punto è contemporaneamente creato e creatore del fenomeno.

Quindi l’altro da me è in prima battuta un’incognita probabilmente non amichevole e va verificato se porti qualcosa che possa essere utile.

 Ipersemplificazione

È il mondo-specchio dove la mia immagine sia riflessa il più possibile, dove io non sono io perché chi sono io appartiene a una pluralità di attori interagenti con me e non solo a me. Questo è un mondo autisticamente chiuso, dove la mia identità, cioè chi diamine sono io è amputata di una molteplicità di significati. È un processo paragonabile ad un enorme filtro dove vengono trattenute solo alcune parti e rimosse altre.

Questo è quanto proposto dal consumo: io consumo e vengo consumato. Se consumo del cibo, consumo una parte di me come i denti che si logorano, la saliva, i succhi gastrici e così via, se consumo conferme identitarie, dove gli aspetti negativi non sono ammessi, pena una diminuzione della gratificazione, richiedo che, parti di me, non vengano ammesse e che vengano perdute.

Semplifichiamo e chiediamo agli altri di semplificare chi siamo, chiediamo che ci restituiscano un’immagine di noi semplificata: senza termini antagonisti, contradditori, negativi, ma solo termini buoni che ci riparino dal dolore dell’estraneità ( sempre nemica) di chi siamo. Qui l’altro non entra più, non viene più riconosciuto, qui comincia il mondo – specchio.

 Zona di tolleranza

La zona di tolleranza èlo spazio dove sviluppare l’azione educativa privata di molte parole, attentamente monitorata e suscettibile di essere interrotta se scomoda o noiosa. “Chi salva una vita salva il mondo intero”è una frase che si trova nel Talmud. Il mondo è riflesso da ciascuno, nasce da ciascuno come nuovo e per la prima volta. E noi generiamo il mondo dalla riflessione sulla nostra esperienza, gettati in una costruzione di senso tramite il racconto di noi stessi. Aggiungiamo con il racconto i nostri significati.

Ora questa narrazione indispensabile di noi non può nascere da una percezione semplificata appiattita sul piano narcisistico. In questi termini non raccontiamo nulla, cerchiamo compratori per avere conferme. I detentori di chi siamo, sono gli altri che ci confermano quello che abbiamo deciso valevole di essere confermato.

Tramite il racconto simbolizzo me stesso nel mondo.

Anche gli adolescenti anonimi producono racconti, ma come scritto sopra, sono scariche pulsionali, narrazioni iper-semplificate “non-me – difesa”, qui la frustrazione guida l’azione, è un’operazione di espulsione del corpo estraneo.

Il racconto anonimo non prevede nella propria narrazione il narratore. Il narratore non può divenire estraneo ai propri pensieri in quanto non esiste la terza posizione: me stesso – Io narrato -mondo.

Me stesso e Io narrato coincidono.

Non si crea la distanza necessaria che permette quell’estraneità ai propri pensieri di generare significati originali partendo dall’invalidazione la quale permette di esistere al di là della maschera sociale preponderante e invischiante.

L’importanza del limite

Nella metodologia Feuerstein, come nella psicoterapia, come in un rapporto umano sincero, benché ciascuna di queste relazioni abbia finalità diverse, presentano la peculiarità di includere l’aspetto negativo di sé riflesso dall’altro polo della relazione.

Ad esempio, in una seduta psicoterapeutica sono chiamato a confrontarmi con una qualche forma di difficoltà, Feuerestein, si propone di far acquisire abilità nella costruzione di strategie utili alla soluzione di situazioni problematiche, le persone sono invitate ad analizzare quale strategia abbiano messo in atto, cosa abbia funzionate cosa no.

… E cosa no …

Quindi vengono esposte ad aspetti negativi di se, che non vorrebbero ascoltare, ma gradatamente le difese narcisistiche diminuiscono con questi ed aumentano la percezione del proprio valore e della propria complessità.

Il significante diventa la fallibilità.

La fallacia, la limitatezza viene inglobata in un processo sul lungo termine, quindi opposto alle richieste di semplicità, velocità pretese nella transazione consumistica col mondo e dove la sostituibilità non esiste, perché se gettiamo uno sguardo su di noi più autentico, non c’è luogo in cui rifugiarsi.

Quindi si producono significati originali, che testimoniano la propria unicità al mondo, attraverso la presentazione e l’accettazione del proprio limite. La persona è chiamata a prendere atto anche del limite, a dargli un senso e a produrre risposte proprie che non rimarranno mere ripicche e frasi consolatorie per il proprio narcisismo ferito. Il limite diventa un referente su cui puntellarsi per vedere un po’ più lontano. È un processo che osservo regolarmente nel mio lavoro, inizialmente la propria limitatezza viene paventata, la persona produce frasi difensive ma dando un senso all’utilità del limite, dell’errore come elemento imprescindibile, produce un nuovo significato della propria finitezza.

La persona diventa sensibile ad una nuova classe di pensieri ossia precisamente alla produzione di propri pensieri originali il cui fulcro è una rivoluzione epistemologica personale :la persona che si accorge di sé stessa.

Nella mia esperienza con la metodologia psicopedagogica ideata da Feuerstein, il senso di competenza è centrale, la sua funzione è collegata al senso di auto-efficacia e di auto – stima.

Sono competente nella misura in cui posso dare la mia opinione originale su qualcosa. Emerge la connessione tra fallibilità personale, produzione di significati e metacognizione.

Ossia l’individuo si percepisce come produttore di significati e non solamente riproduttore di meme, le più piccole unità culturali,proposti sino allo sfinimento dal mercato, se include se stesso nella narrazione o, se vogliamo, se l’osservatore viene incluso nell’osservazione come postulato nella cibernetica di II tipo.

La narrazione acquista altre prospettive e la persona può narrare la rappresentazione del limite proprio, il racconto di sé viene ripreso. Il limite, per inciso, è tutto ciò che è non – me e precisamente quel non – me compreso nella zona del mio piacere. Negli adolescenti anonimi il limite è vastissimo.

Il mondo – specchio che paradossalmente riflette me stesso, non prevede che pensi su me stesso, non prevede che ci sia la nozione diversa, ma il portare alla luce il non dicibile, genera un dialogo con me stesso che mi sospinge altrove. Viene infranta l’illusione del nostro narcisismo che più o meno sottilmente ci suggerisce che non possiamo sbagliare ( … sono certamente gli altri che sbagliano, non capiscono, … ). L’altro da me, narcisisticamente tenuto a bada, porta altro di me che non sarà la mia immagine narcisistica ma sarò maggiormente io.

Quindi si intende asserire che il limite è dato dalla parte estranea a me ( mondo e parte mia non riconosciuta ), il riconoscimento del limite e della fallacia è la via per articolare la mia narrazione che mi dà posto nel mondo, nel racconto ci sono io , la mia narrazione con una direzione, una meta, un senso.

Potersi raccontare e metacognizione

È importante restituire a questi ragazzi la dimensione del racconto che non sia scarica pusionale ma un racconto complesso dove sia presente il non ammissibile su di sé perchè questo è il posto dove possono compattarsi, denunciare la propria esistenza. Il mio dire contiene un implicito: io ci sono. È un dire originale, un dire che pensato proprio in quel modo nessuno l’aveva mai fatto, questa è la mia cifra personale, diversa dal prodotto massificato. Ma è anche un dire ricorsivo, diversa dal discorso circolare “consumatore che viene consumato”, che parte dal soggetto pensante e ritorna al soggetto pensante includendolo, confrontandolo, esponendolo : il mondo diventa così un posto popolato da più attori, da più discorsi.

Nel discorso ricorsivo , paradossalmente, diminuisce la mia dipendenza dal mondo, consumisticamente concepito, che con assiduità ed in modo invasivo mi suggerisce quale è il godimento che non posso assolutamente perdere. La dipendenza dall’informazione, che mi svelerà in modo salvifico il prossimo passo da fare verso il piacere mancante che mi salverà dalla frustrazione, dall’angoscia. Nel mio dire personale dove la ricorsività si intreccia col limite, invece, c’è una perenne costruzione di senso, ossia una costruzione indipendente , perchè originale, derivante dall’intenso scambio con l’estraneità.

Questo è un aspetto estremamente affascinante che osservo numerose volte nel mio lavoro.

Le informazioni che servono per risolvere un determinato problema a cui sono sottoposti i ragazzi che seguo, scaturiscono dall’analisi dei dati, ossia dal pensare e ripensare i dati osservati, le strategie trovate, le intuizioni appena percepite. Improvvisamente si accorgono, vedono quello che era sfuggito, producono l’informazione risolutiva.

Questo significa che l’informazione era, in qualche modo, già “dentro di loro” , nella loro mente.

La mente può produrre le informazioni utili, produrre pensieri nuovi, attraverso nuove connessioni neuronali, che fino all’istante precedente non esistevano. Giustamente, Hannah Arendt dice che essendo capace di azione, dall’uomo, possiamo aspettarci l’infinitamente improbabile.

Il produrre pensieri originali è per l’appunto agire. Questa è sicuramente una caratteristica straordinaria della mente : pensare il nuovo senza fine. Certamente questo vale anche per gli adolescenti che vado descrivendo maè particolarmente complicato con loro, perché il limite non è ammesso, quindi l’interlocutore non è ammesso, quindi non c’è alcun racconto da narrare.

Queste sono le caratteristiche della zona di tolleranza. Una sottile striscia di terra.

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