Le parole tra scienza e tabù
Studiare il linguaggio in chiave darwiniana significa provare a collocare nell’ambito della razionalità e della scienza enti tanto ambigui e sfuggenti quanto le parole. La domanda di fondo è audace: come far emergere l’uomo dal primate? Come spiegare il passaggio da un animale che comunica con il corpo a un essere che possiede idee, nomi e concetti? Per lo psicoanalista non si tratta di una questione neutra. Attorno all’origine della parola si addensa un tabù profondo, e con esso una grande quantità di energie psichiche impiegate nella rimozione, nel senso di colpa e nel bisogno di espiare.
La specie umana, secondo questa lettura, ha speso e talvolta sprecato le sue energie mentali più intense per espiare una colpa antica: quella di conoscere e di voler conoscere, servendosi proprio degli strumenti del linguaggio. È il tema del peccato di superbia, il desiderio di distinguere il bene dal male che, nel racconto biblico, esclude l’uomo dal paradiso dell’inconsapevolezza animale.
Dal flusso animale alla consapevolezza
Possedere le idee e le parole ha significato staccarsi dal flusso oblivioso dell’ordine primatico naturale e imboccare la strada della consapevolezza. Cercare un meccanismo razionale che fondi le parole, e con esse le forme universali e la dialettica dello spirito, diventa allora un’operazione carica di emozione. Se riesce, sembra richiedere quasi un lutto: un lutto espiatorio per il sacrificio della nostra istintività e della nostra animalità, a vantaggio delle istanze appena nate che sono le parole e le idee.
Le religioni, di fronte a questo lutto, hanno elaborato innumerevoli formule sacrificali. Il pensiero laico e illuminista, al contrario, tende a non voler sentir parlare di questa dimensione profonda, e portando con sé le proprie amnesie rischia di condurre la coscienza dell’uomo moderno verso una forma di disperazione priva di antidoti. Scavare nel profondo, riconoscere le colpe come avviene nella pratica psicoanalitica, resta un’operazione che indispone chi si affida solo alla superficie razionale.
Una ricerca controcorrente
Ricondurre le fonti del senso e della razionalità delle parole fino all’istintività animale e primatica dell’uomo è un percorso scomodo, quasi sconsigliabile a chi lo intraprende. L’intuizione nasce da un’osservazione clinica precisa: nel parlare ripetitivo dei pazienti schizofrenici catatonici è possibile riconoscere una sorta di significatività pre-verbale, intensamente istintiva, che sembra precedere e sostenere la parola articolata.
Da qui l’ipotesi che i nostri rapporti di uomini civili e moderni si fondino, in ultima analisi, sul riconoscimento reciproco delle espressioni facciali e orali, come se sotto la superficie del linguaggio agisse ancora un codice antico, ereditato dai primati. È un’idea che infrange un tabù e che, proprio per questo, incontra resistenza.
Dal sensoriale allo spirituale
Il cuore di questa riflessione è la trasformazione del sensoriale in immaginale e infine in spirituale. Il gesto, l’espressione del volto, il suono istintivo si trasformano lentamente in immagine mentale e poi in idea. In questo passaggio si gioca l’intera avventura della mente umana: l’emersione dal profondo archetipico della specie fino alle realtà astratte dello spirito.
Riconoscere questa continuità, invece di negarla, potrebbe avere un effetto paradossalmente pacificante. Accettare che le nostre parole affondino le radici nell’animalità non svilisce l’uomo: ne racconta la storia. E può ricondurre quel senso di colpa inespiato, legato al desiderio di conoscere, verso una forma di accettazione più serena.
Domande frequenti
Che cosa significa studiare l’origine del linguaggio in chiave darwiniana?
Significa cercare di spiegare la nascita delle parole all’interno del processo evolutivo, collegando le capacità comunicative umane a quelle dei primati da cui discendiamo. In questa prospettiva il linguaggio non è un dono improvviso, ma il risultato di una lenta trasformazione che parte dai gesti e dalle espressioni facciali per arrivare alle idee astratte.
Perché l’origine del linguaggio viene associata a un senso di colpa?
Nella lettura psicoanalitica, la conquista della parola coincide con il distacco dall’inconsapevolezza animale e con il desiderio di conoscere. Questo distacco viene vissuto come una sorta di superbia originaria, a cui si accompagna un bisogno inconscio di espiazione, che le religioni hanno tradotto in riti e formule sacrificali.
Che ruolo hanno le espressioni facciali nel linguaggio umano?
Secondo questa ipotesi, sotto il linguaggio articolato continua ad agire un codice più antico, fatto di segnali facciali e orali ereditati dal mondo primatico. Il riconoscimento reciproco di queste espressioni sarebbe alla base di molti nostri rapporti sociali, anche quando crediamo di comunicare solo attraverso le parole.
Da dove nasce l’intuizione di cercare le radici della parola nell’istinto?
Nasce dall’osservazione clinica del linguaggio di pazienti schizofrenici catatonici, nel cui parlare ripetitivo si è creduto di riconoscere una significatività pre-verbale, intensamente istintiva. Da questa esperienza deriva l’ipotesi di una continuità profonda tra istinto animale e capacità di parlare.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.