Il Corpo di Cristo

Sull’esistenza di Dio e del corpo

Ogni volta che si parla di corpo nelle religioni si riferisce alla sua funzione, ovvero la mediazione, alla stregua di come ci serviamo di una barca per raggiungere la riva opposta di un fiume. Se la barca rappresenta il corpo, dove si trova l’anima? È impossibile rispondere a questa domanda senza prima aver compreso il “mezzo” che conduce a Dio: il corpo.

«L’uomo ha una natura di automa»

Pascal

Introduzione

Anni fa, immerso nello studio della struttura di J. S. Mill («L’autobiografy di Mill»), mi imbattei in un brano dove egli narra che suo padre gli aveva insegnato che la domanda “chi mi ha creato?” non può aver risposta, in quanto essa implica immediatamente l’altra: “chi ha creato Dio?”.

In «On the relations of number and quantity» – Il teorema di Godel – si afferma «Soltanto una parte delle verità si può conoscere e non tutte»; è la curiosità di capire come si può, da una cozzaglia di numeri, arrivare magicamente a scoprire cose psicologiche se non, addirittura, spirituali.

Il corpo di Cristo

Ogni volta che si parla di corpo nelle religioni si riferisce alla sua funzione, ovvero la mediazione, alla stregua di come ci serviamo di una barca per raggiungere la riva opposta di un fiume. Se la barca rappresenta il corpo, dove si trova l’anima?

È impossibile rispondere a questa domanda senza prima aver compreso il “mezzo” (concetti o strumenti) che conduce a Dio.

Per concetti intendiamo idee, pensieri, convinzioni e credenze su ciò che sia (o non sia) Dio; per mezzo, si allude all’unico che abbiamo per rapportarci a Dio: il corpo.

Pensando alle religioni risalta la parte vitale del corpo: l’anima. Tuttavia, nella bibbia ebraica abbiamo espliciti richiami al corpo: «Il corpo di Cristo» (Lettera ai Corinzi, 10:17); «I membri del Corpo di Cristo sono uniti a Cristo nella salvezza.» (Efesini 4:15-16). La stessa eucarestia – “centro archimedeo” del rituale cristiano – è definita, non come anima, bensì “Il corpo di Cristo”.

Se da un lato faccende speculative, come la religione, possono essere spiegate solo con un complesso di principi definito “fede”, nel sacro libro cristiano troviamo evidenti inviti, razionali, che superano la stessa definizione di fede, un termine umile ma, che in alcuni casi, diventa arrogante poiché utilizzato quando il discorso intellettuale sulla natura di Dio raggiunge il vicolo cieco delle spiegazioni non universalmente condivise, ma del tutto auto interpretate della, nella e dalla religione.

Altresì il cristianesimo assume prospettive contraddittorie dove

non si comprende bene che limiti abbia il corpo (basar) rispetto all’anima (nefesh): l’uomo è creato a immagine e somiglianza al corpo di Dio, ma Dio non è un’entità corporea.

Il corpo di Dio, sul quale non si ha testimonianza, è raffigurato più volte durante il percorso storico artistico: «La creazione di Adamo» in Michelangelo evidenzia il grado di corporeità attribuito a Dio, come al diavolo nel «Giudizio Universale» di Giotto. Un evidente contraddizione con un potenziale quasi blasfemico.

San Paolo sosteneva che i cristiani non sarebbero morti poiché risorti con il loro corpo.

Il digiuno o l’auto flagellazione – periodo principe il medioevo – permette di purificare il corpo; la confessione purifica l’anima dai peccati del corpo e l’esorcismo libera il corpo dallo straniero.

In tutti questi casi ad essere salvata è l’anima, tramite il corpo.

Nel nuovo testamento il corpo diviene tempio, e non più prigione. La naturalità delle proprie pulsioni, gestite e non più limitate.

Anche in altri frangenti storico-culturali si può intravedere questa misura concettuale: nella nascita di Afrodite «Una schiuma bianca sorse dove la pelle immortale toccò l’acqua: tra le onde una bella fanciulla prese forma», ricorda la creazione di Adamo.

All’interno del corpo

Quanto detto ci dà un chiaro archetipo, il principio di ogni cosa è nel corpo.

Al di là del richiamo a discipline che offrono dotta dissertazione sull’argomento, si può sostenere razionalmente che all’interno di un corpo non c’è nient’altro che un corpo stesso: il cervello con tutti i suoi nervi; le modifiche neuronali conseguenti l’eccitazione o l’apprendimento; le sostanze prodotte dal corpo e nel corpo che “creano” vere e proprie tracce mnemoniche nonché scintilla dei pensieri. La preghiera stessa, di cui si crede esista una spiegazione spirituale è corpo dato che modifica “meccanismi” tangibili dell’organismo (le sinapsi): quel senso di beautitudine della preghiera è conseguente il rilascio di sostanze quale i neurotrasmettitori…. componenti tutte corporee!

A questo punto, cos’è la mente o l’anima?

“Avere una mente” può essere inteso come un insieme di capacità corporee, allo stesso modo quando diciamo che un cavallo ha un buon galoppo o l’atleta ha una buona accelerazione. Il galoppo e l’accelerazione non sono cose o organi all’interno del cavallo o dell’atleta, sebbene sia il cavallo che l’atleta hanno organi che, lavorando in un certo modo, partecipano alla generazione dei movimenti che chiamiamo rispettivamente galoppo e accelerazione. Allo stesso modo, la mente non è una cosa o un organo dentro le persone. Questo è così anche quando sappiamo che ci sono alcuni organi all’interno le persone (ad es. il cervello) il cui lavoro è essenziale per generare il tipo di fenomeni che identifichiamo come “mentali”, ma che non risiedono esclusivamente nel cervello stesso.

Tuttavia, alcuni ricercatori sono dell’idea che la mente esiste in quanto mente (dato che, del nostro corpo, possiamo parlarne in seconda persona).

Il ruolo delle neuroscienze

La mania, come scrive Platone nel Fedro, è “follia divina”, e può produrre quattro forme di invasamento maniacale, tra cui quello profetico.

Un’interessante ricerca (per una rassegna si consulti la bibliografia) asserisce che la credenza religiosa offre sostanziali benefici ai suoi aderenti, tra cui un miglioramento del benessere e della salute, e che tali benefici siano principalmente dovuti, almeno in parte, ad una motivazione motivata. Questo modello sostiene che le persone sono motivate a creare e sostenere il significato (cioè, un senso di coerenza tra le credenze, gli obiettivi e le percezioni dell’ambiente, che fornisce agli individui la sensazione che il mondo sia un luogo ordinato) e che le credenze religiose tamponino il disagio associato alle interruzioni del significato, portando così a una diminuzione delle difficoltà. Sempre in questa ricerca si propone inoltre che gli attributi palliativi della religione possano essere misurati a livello del cervello, in particolare nella corteccia cingolata anteriore (ACC), che produce un “segnale di pericolo” sulla rilevazione di errori, conflitti e violazione dell’aspettativa. Utilizzando un paradigma delle neuroscienze sociali, si indaga su quattro principali previsioni che derivano da questo modello: 1) la religione dovrebbe essere associata all’attivazione nell’ACC; 2) la religione dovrebbe diminuire l’attivazione nell’ACC; 3) questa attenuazione dell’attività ACC dovrebbe essere correlata alla religione, nella fattispecie alla capacità di tamponare stati corporei di sofferenza e non di diminuire in motivazione, attenzione o controllo; 4) la religione dovrebbe avere questi effetti perché fornisce un significato e quindi respinge le persone dall’incertezza.

Conclusioni

La separazione permette un’appropriazione dell’oggetto separato. Da queste parole si comprende come, non solo le religioni, abbiano tentato una separazione del sistema-uomo (corpo, anima, spirito, mente; si pensi al periodo cartesiano) attribuendo significati altamente speculativi, non veri, non dimostrabili, ma utili.

Alla luce di quanto detto, come potremmo definire l’anima? L’anima è un processo emergente della mente e la mente è un processo emergente del corpo, ovvero un qualcosa che noi stessi abbiamo prodotto per spiegare determinati eventi (come nel caso della cavallinità), nello specifico, un pezzo del puzzle della religione con lo scopo di far combaciare le teorie proposte.

Ma la domanda a questo punto è un’altra: quale parte del cervello e quale meccanismo mentale porta alla creazione dell’anima?

Probabilmente, e si tratta solo di una personale opinione, potremmo discutere nei successivi articoli di una “teoria della mente dentro la teoria della mente”.

In altri termini possiamo definirlo come un “corto-circuito” (non riferito a malfunzionamenti o patologie) della teoria della mente il cui propellente sono le nostre paure e incertezze. Come affermò Pascal «L’uomo è nella condizione di un uomo fragile e misero. L’unico modo per uscire da questa condizione è affidarsi a Dio». Continua, Pascal, «L’uomo ha una natura di automa» intendendo così la propensione dell’uomo ad abitudini salde e consolidate. Le stesse abitudini, come quelle religiose, che possono farci evadere dalla precitata condizione.

Bibliografia

  • Inzlicht, Michael, Alexa M. Tullett, and Marie Good. “The need to believe: A neuroscience account of religion as a motivated process.” Religion, brain & behavior 1.3 (2011): 192-212.

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