L’immagine che la scuola proietta ad ogni inizio di anno scolastico è quella di un insieme di sintomi di malattia, mai curati con terapie appropriate, generando negli insegnanti, nei genitori e negli alunni disorientamento, insicurezza e malessere. E’ una scuola che si presenta ai “nastri” di partenza come un treno che accumula sempre più pesanti e insostenibili ritardi, in quanto a qualità e organizzazione dell’istruzione.

Invero, il processo educativo è legato al concetto di progresso, il quale è sia l’idea-guida dell’umanità (Voltaire) sia la terra illuminata che “splende all’insegna di trionfale sventura” (Adorno). Il progresso insomma non è una linea retta che va sempre verso il meglio, come pensava Hegel, ma un alternarsi di fasi che terminano con la decadenza, come ritenevano Nietzsche e Freud. Una decadenza che, tra l’altro, ha drammaticamente colpito la scuola.

Molti autori parlano di “declino e tramonto della scuola e della civiltà occidentale”. Arrivano dati sempre più allarmanti al punto che si parla di “emergenza educativa”. Il declino della scuola incomincia tra il disinteresse generale con “la gigantesca frattura culturale” che si è verificata- scrive Ernesto Galli della Loggia nel suo libro “L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola” (Marsilio Editori, 2019), a partire dagli anni Settanta con la modernizzazione italiana caratterizzata da “aspetti ideologici” tesa a disfarsi del passato e ispirata da un “utopismo irrealistico”, che porta la scuola a correre a precipizio verso il suo “totale snaturamento”. L’istruzione si sposta dal  “sapere” al “fare”, il sapere non serve a nulla, dunque è inutile. La qualità dell’insegnamento non interessa a nessuno, eppure una società “decente e responsabile” (Carandini) dovrebbe per prima cosa concentrarsi sulla selezione e sulla formazione degli insegnanti.

Con i suoi  voti finti, con le sue infinite promozioni, la scuola proclama la “finta riuscita” dei suoi allievi, negando il merito. Prevale la mediocrità.

Le ragioni sono molteplici. Anzitutto, la scuola ha smarrito  di collegarsi a forme di trasmissione di valori, di principi e di conoscenze legate al passato, mentre l’istruzione non può che essere nel passato. Prevale l’ideologia antiautoritaria, quando l’autorità costituisce una condizione “ineliminabile” dall’orizzonte della scuola. Anche nel sistema scolastico  “dilaga” la radice dell’anti-culturalismo, fatto che è da rintracciare nelle “vesti utopiche del proto-romanticismo rousseauiano”, che “rifiuta” la cultura e la società in quanto fattori che corrompono il bambino, allontanandolo dallo stato di Natura, in cui conta solo la “spontaneità”.

E’ venuta emergendo una scuola che “legittima forme di compiacenza”, arrendevolezza, una ideologia dominante nell’organizzazione scolastica, per cui gli alunni “hanno sempre ragione”. Si è affermata una sorta di utopia della “liberazione”, nella quale l’istruzione alla fine è “null’altro che l’occasione per costruire una comunità di liberi ed eguali intenta ad auto-educarsi”.

Abbandonata dalla politica e dalla società, la scuola, che ha avuto il grande merito di contribuire alla crescita del Paese, superando l’ignoranza nazionale e le condizioni miserabili dell’Italia del Novecento, appare sempre più dominata dal “conformismo intellettuale”, da una “inconcludente smania di novità” e da un “burocratismo soffocante”, che ne stanno decretando la “definitiva irrilevanza sociale”. La scuola è lo “specchio” deformante del declino dell’Italia e di una società che ha smarrito i suoi antichi principi e criteri di orientamento.

Nasce la cultura del disorientamento, dell’indifferenza e del laissez faire, che portano a forme di relativismo etico, di nichilismo, a mentalità individualistiche che riducono negli adolescenti la capacità di giudizio e critica, di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, facendo assumere direzioni incontrollate e preoccupanti con comportamenti sempre più aggressivi e arroganti. Crescono insicuri e fragili. Hanno maggiori conoscenze, ma oggi i ragazzi sono più immaturi dei ragazzi di ieri, vivendo un’era di “orfanità”, soffrono per la mancanza di padri, madri e docenti sicuri e autorevoli, assorbendo la  pedagogia dell’orrore attraverso l’uso compulsivo e patologico di internet, droga,ecc. C’è una mutazione antropologica che porta a una dismissione dell’etica, a una desertificazione culturale e morale. E’ il sonno della coscienza.

Gli altri miti culturali responsabili della grave crisi che attanaglia il sistema scolastico riguardano il disprezzo per il passato, la cosiddetta didattica “attiva”, l’obbligo assegnato alla scuola di “adeguarsi” a ciò che “piace e vuole” la società. Sono tutti “ideologismi” che servono ad “oscurare” il ruolo del docente e la sua magica capacità di trasmettere conoscenze e di promuovere la crescita intellettiva, sociale e morale dell’alunno.

Per anni, piano piano, pezzo dopo pezzo sono state erose e gettate via parti decisive di quella scuola dove la maggior parte di noi è cresciuta e si è formata. Parti che sono state sostituite con materiali e idee “fasulli” presentati con propositi tanto altisonanti quanto “vuoti”, lasciando la situazione sempre un po’ “peggio di prima”. Riforme sbagliate e “sciagurate” attraversate da “sciocchezze tecniche e pratiche di tanti pedagogisti e cosiddetti esperti”.

E’ venuta emergendo una varietà di visioni che risulta frammentata, disorganica e astratta. Non esiste una pedagogia, ma molte pedagogie, fatto che non fa emergere alcun concetto ampiamente riconosciuto di educazione, né alcun concetto di pedagogia. Per sopravvivere, le cosiddette scienze dell’educazione devono fondare il loro statuto epistemologico sui dati e sulle scoperte delle nuove neuroscienze, le quali ci stanno fornendo sempre nuovi, meravigliosi strumenti conoscitivi sul cervello, la mente e la coscienza. Principio di ogni processo educativo è infatti la conoscenza scientifica dell’alunno.

Riforme nate da idee sbagliate, da “ingenuità utopiche”, da proposte strampalate che hanno portato la scuola a diventare sempre di più un organismo burocratico, un nulla culturale e intellettuale. Una scuola senz’anima, piena di demagogia, scartoffie e circolari insulse in anglo-italiano. Soltanto oggi, molti pseudo-intellettuali scoprono il “disastro” in cui versa la scuola, in un mondo smarrito, una società che sta imbarbarendosi, un’Italia che non legge e afflitta da un preoccupante analfabetismo funzionale. Il livello d’istruzione in Italia è più basso rispetto agli altri Paesi avanzati.

Nel corso del tempo, nascono negli insegnanti un sentimento di frustrazione e una mancanza di autostima in un’attività didattica burocratizzata con riunioni, assemblee, verbali, normative, relazioni  e documenti vari da riempire.  Essi sono fortemente demotivati e delegittimati.

L’università non forma. L’ordinamento degli studi universitari, detto del tre più due “non funziona per nulla” (Galli della Loggia). Chi prende una laurea triennale in psicologia, in letteratura o in filosofia “non è in grado nella maggior parte dei casi di insegnare né psicologia, né letteratura né filosofia” (Giunta). Si è “snaturata” la vocazione autenticamente formativa della scuola, smarrendo ogni principio educativo.

La priorità del nostro sistema d’istruzione è promuovere tutti: il sapiente e l’asino si sono “pericolosamente ravvicinati” (Carandini). Si è abbassato il livello dell’istruzione e della cultura. Una deriva nichilistica, il conformismo della trasgressione e della volgarità, con modelli della tivù e di internet  che si dimostrano  distruttivi e dannosi, in quanto esaltano la violenza, volgarizzano la sessualità e il trash. Gli adolescenti sono così abbandonati a un grande totem o feticcio, a un grande padre: il branco, l’alcol, la droga, l’aggressività e la volgarita. O a una grande madre: la tivù, la playstation, ecc. Di qui, l’aumento nei bambini e nei ragazzi di disturbi psichiatrici e comportamentali.

Quando la civiltà si trasforma in questo modello, allora essa, per lo storico Rostovzev, “facilmente declina e muore”. E’ l’alienazione del mondo contemporaneo.

L’insieme di tutte queste situazioni hanno in sostanza determinato uno stato di caos teorico e terminologico   nelle visioni educative e nelle pedagogie “guazzabuglio”.

E’ giunto allora il momento che i docenti, che sono i veri e unici protagonisti dell’istruzione, risalgano in cattedra con la dignità, la competenza, la sapienza e l’autorevolezza che hanno accompagnato per secoli la formazione di intere generazioni, contribuendo alla nascita della civiltà occidentale e all’evoluzione della cultura.

L’arte di insegnare- d’accordo con Anatol France- consiste infatti tutta e soltanto  nell’arte di “destare l’interesse e la curiosità dei ragazzi”. Una società “decente” e “responsabile” dovrebbe perciò concentrarsi per prima cosa sulla selezione e sulla formazione degli insegnanti. Lo scopo è quello di creare un processo educativo fondato sulla centralità dell’individuo e sui valori e principi universali. Un processo unitario e globale sorretto da un principio antropologico, quello per cui abbiamo bisogno di educazione non tanto per essere buoni cittadini, ma semplicemente per essere uomini. Un’ educazione che esalti lo spirito, che è la capacità di dare “senso” all’essere umano e all’intera realtà, respingendo fantasmi disgregativi e oscurantismo.    In mancanza di questo processo, la civiltà è “votata a morire” e la società a “dissolversi” (T. Mann).

La nostra concezione  riguarda una figura di  insegnante che, animato da sensibilità umana, sociale ed etica e da empatia, sia capace di fornire all’alunno strumenti cognitivi, valoriali e critici con i quali comprendere e partecipare al “romanzo esistenziale” di un mondo in continuo e disordinato cambiamento. Nel segno del “saper essere”, il docente si veste dei panni dell’architetto dell’educazione.

La scuola si basa sul rapporto docente-alunno. E’ soprattutto un rapporto tra due anime, che insieme sanno suscitare e accendere la scintilla del sapere, superando la disumanità del cinismo contemporaneo, la transumanità e le tante liturgie stanche, noiose e scientificamente inconsistenti.

E’ un dialogo interiore, un momento di elaborazione interumana, che rappresenta lo strumento elettivo dello spirito, la ricerca di un sapere e di una verità non terminabili, che tendono all’infinito. E’ questa l’unica, vera, grande riforma.

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