La psicologia del significato delle parole

Un viaggio tra cultura e individuo

Come si formano i concetti? Cosa sono i significati? I significati delle parole e i concetti possono non solo variare da una lingua all’altra ma anche da un parlante all’altro all’interno della stessa cultura. Inoltre, c’è un legame particolare tra linguaggio e inconscio, che spiega come lo studio delle lingue sia in realtà uno studio della soggettività.

 

Negli ultimi decenni, le scienze cognitive hanno fatto notevoli sforzi nel capire come il significato delle parole è rappresentato, processato e acquisito. Quando un bambino impara a chiamare gli alberi con il nome albero, ha imparato il significato di albero, il concetto di albero o entrambi? Immaginiamo che un adulto chiami querciaun albero che in realtà è un acero. Questa persona non conosce il vero significato di querciao è solo confuso circa la categoria di querce?

Significato e concetto

In letteratura, molti studiosi utilizzano il termine significato o il termine concetto in modo del tutto casuale, senza che ci sia un’apparente motivazione nella scelta. Altri autori utilizzano o l’uno o l’altro in modo intercambiabile. Ciò che realmente importa non è tanto capire quale dei due termini sia giusto usare, quanto capire cosa significhino questi due termini in modo del tutto ateoretico.

Con il termine significatoci riferiamo alle componenti semantiche delle parole, vale a dire gli elementi linguistici che conferiscono un significato alle parole. I concettisono le rappresentazioni mentali di classi di entità. Essi sono la nostra nozione di tutto ciò (oggetti ed eventi) che creail mondo intorno a noi (Schwanenflugel 1991). Queste rappresentazioni possono non corrispondere al significato delle parole, “[…] un’unità di pensiero costruita per astrazione delle caratteristiche comuni di un insieme di oggetti” ( Messina 2009), laddove il significato si riferisce principalmente all’aspetto terminologico della parola. Possiamo quindi concludere che i concetti variano al variare della realtà e all’evoluzione delle idee che possediamo circa un oggetto (basti pensare a come è cambiato negli ultimi anni il concetto di telefono), mentre i cambiamenti dei significati avvengono per lo più in base all’uso della parola stessa. La parola funge da interfaccia tra la dimensione concettuale e la dimensione semantica.

La rappresentazione del significato

Da un punto di vista psicologico, le persone possiedono un qualche tipo di rappresentazione mentale che regolail modo in cui utilizzano i termini. Qual è la natura di questi oggetti mentali? Una prima risposta potrebbe essere che i significati sono costruzioni puramente linguistiche, come nel caso delle proposizioni relative e i fonemi; chi non conosce alcuna lingua non può conoscere né fonemi né proposizioni. Questa spiegazione tuttavia prende in considerazione solo l’aspetto linguistico e non il fatto che esiste un “linguaggio del pensiero” con cui pensiamo il mondo (in linguistica si assume che ogni individuo di una comunità condivide gli stessi significati delle parole). Come sostengono alcuni studiosi ( Fodor 1975, Clark 1977), le persone possono avere concezioni diverse sugli oggetti, anche se condividono gli stessi significati delle parole. Inoltre, l’idea personale circa un oggetto dipende da vari fattori quali il contesto, l’umore e così via, mentre il significato delle parole rimane relativamente costante. Le idee sono fugaci, i significati no. Il fatto che ciascuno di noi possa intendere, con una parola, qualcosa di diverso da qualcun’altro, rappresenta un punto a favore per l’ipotesi che i significati si costruiscono a partire dai concetti.

La nostra rappresentazione della parola dareimplica il trasferimento di oggetti tra persone. A questo verbo possiamo collegare il concetto di generosità, cioè l’atto del dare. Il significato associato alla realtà non racchiude la somma di tutte le cose che percepiamo, anche se facciamo un’inferenza non è detto che questa corrisponda alla realtà dei fatti. Ad esempio, se camminando per strada vedo un uomo con un coltello piantato nella schiena e un altro uomo che corre poco più avanti, posso dedurre che quest’ultimo stia fuggendo perché ha pugnalato l’uomo. Tuttavia, l’uomo che corre potrebbe essere semplicemente uno sportivo. Psicologicamente, le inferenze che facciamo sugli oggetti ed eventi che vediamo, vengono prodotte perché siamo equipaggiati mentalmente per trarre certi tipi di deduzioni. Allo stesso modo, quando cerchiamo di risolvere le sciarade o i lapsus freudiani, per arrivare al significato delle parole non ci serviamo della sintassi ma di un processo che opera al di sopra di essa: le parole e gli oggetti sono anch’essi oggettidel mondo al quale si possono applicare le argomentazioni e le inferenze.

Concetti di base e composizione concettuale

Nonostante un certo numero di concetti possano riferirsi allo stesso oggetto, solitamente ce n’è uno usato in via preferenziale. Ad esempio, preferiamo dire tavolo invece di parte di un arredamento, oppure gattoinvece di un animale.I concetti di base si trovano ad un livello intermedio di descrizione, né troppo generico né troppo specifico. Questo aspetto è di estrema importanza, in quanto i nomi che diamo alle categorie elementari, differiscono dai nomi di altre categorie elementari per molti punti. Primo, le varie lingue del mondo di solito possiedono una singola parola per un concetto base, ma non per i concetti più complessi o elaborati (tavolo per mangiare, auto da corsa, collana di perle ecc.). Secondo, le categorie generali sono categorie collettive, laddove le categorie elementari si riferiscono a sostantivi numerabili; terzo, le categorie superordinate sono spesso usate per indicare insiemi di oggetti piuttosto che un singolo oggetto, laddove il contrario è vero per le categorie elementari. Quarto, i bambini imparano prima i nomi delle categorie elementari prima ancora di quelle più specifiche o più generiche. Quello che possiamo dire è che la nozione di concetti di basenon è intrinsecamente linguistica e sono stati studiati anche nell’ambito di categorie artificiali le quali non erano indicate con alcun nome. Per dirla in breve, il fenomeno del livello base è una proprietà della struttura concettuale e influenza l’uso della lingua. Ma che dire invece della combinazione di concetti? Per molto tempo, gli psicologi si sono chiesti come le persone possano costruire concetti complessi a partire da singoli concetti semplici (concetto deriva dal latino concipere, un processo di selezione e raggruppamento), oppure, da un punto di vista ancora più psicolinguistico, come le persone possano interpretare espressioni nominali come articoli di cancelleria oppure pesce rosso(inteso come come pesce domestico). La psicologia dei concetti ci spiega quali siano i meccanismi di comprensione di queste espressioni. Innanzitutto, la comprensione avviene per mezzo della relazionalitàche intercorre tra i singoli concetti. Questo conferma il fatto che il variegato e immenso materiale empirico viene organizzato allo scopo di rappresentare qualcosa in assenza di essa, riconoscere e fare inferenze o generalizzazioni. Vi sono molti studi che dimostrano come l’apprendimento di una lingua, la comprensione e la produzione si basino sulle relazioni concettuali. Se, come abbiamo accennato in precedenza, i significati sono in qualche modo costruiti a partire dai concetti, allora questa è la configurazione esatta che stavamo cercando: la relazione tra concetti e rappresentazioni mentali.

Aspetti culturali del significato delle parole: struttura della realtà, relativismo e variazioni

Si è soliti sostenere che il significato ha origine “là fuori” e non “nella testa”. L’esistenza di etichette lessicali che riflettono i significati non è arbitraria ma correlata alla struttura del mondo (della realtà). Un esempio di significato della parola come struttura della realtà lo ritroviamo in etnobiologia. Alcuni studiosi (Berlin, 1972; Berlin & Berlin 1973, cit. in Schwanenflugel 1991) hanno dimostrato che esiste una corrispondenza tra sistemi popolari e sistemi scientifici di classificazione biologica, suggerendo che vi sia alla base un processo classificatorio universale. Le configurazioni (o gli schemi) in natura, che sono principalmente morfologici, sono talmente evidenti e palesi che non possono non essere riconosciuti. Interessante in questo ambito è il fatto che le corrispondenze cross-culturali basate su tratti distintivi morfologici e cluster (raggruppamenti), diminuiscono quando osserviamo specie strettamente legate tra loro mediante fenotipi altamente variabili.

Sul lato opposto della teoria del significato come struttura della realtà, troviamo la teoria del relativismo linguistico. Secondo questa teoria (si vedano i lavori di Whorf degli anni ’50), le lingue dividono il mondo in modo del tutto arbitrario e non-universale. In questo modo, i significati che le parole codificano variano senza vincoli  da lingua a lingua, con conseguenti differenze nelle esperienze cognitive dei parlanti. Whorf sostiene a riguardo:

“Le lingue non differiscono solo nel modo in cui costruiscono le frasi ma anche nel modo in cui spezzettano la natura per poter prendere gli elementi da collocare in quelle frasi. Questo sgretolamento ci conferisce le unità del lessico… Da questi più o meno termini distinti,  noi attribuiamo una separazione semi-fittizia a parti di esperienza”. (1956, p.240)

Nel diciottesimo secolo, anche filosofi come von Humboldt e Herder sostenevano il relativismo culturale, e cioè, che il mondo fosse presentato attraverso il linguaggio e organizzato principalmente dallinguaggio. Tuttavia, lavori successivi di Whorf, sembrano intendere che per quanto le lingue siano diverse l’una dall’altra, i parlanti devono in qualche modo aderire agli schemi specifici della propria lingua per poter fare un’adeguata interpretazione e traduzione, così come una valida analisi linguistica da un sistema all’altro.

Sicuramente, secondo la teoria del relativismo linguistico, una decadenza del linguaggio (della propria lingua) può portare alla diminuzione della capacità di concettualizzare e comprendere il mondo.

Nella psicologia del significato delle parole, è importante una visione cross-culturale. E’ stato dimostrato che la cultura influenza la formazione di categorie, concetti e significati (a titolo di esempio, in inglese non esiste una singola traduzione lessicale per la parola tedesca Gemutlichkeit; i francesi non fanno distinzione tra consciousness e conscious quando traducono dall’inglese; i Dani non possiedono una parola singola che corrisponda al colore giallo o rosso e così via). Secondo alcuni studi, i fattori responsabili della diversità linguistica tra una cultura e l’altra (in termini di significato) sono potenzialmente quattro: i prototipi culturali (rappresentativi dei concetti essenziali e che possono variare da cultura a cultura secondo gradiente), la familiarità culturale  (una prova di questo arriva dai bambini, i quali acquisiscono prima le categorie di oggetti comuni alla propria cultura, mentre con un lieve ritardo quelli appartenenti a un’altra ); conoscenze di base(vi sono termini non familiari in una determinata cultura, se non attraverso i media, internet e i libri, come la metropolitana,la quale non fa parte del sistema dei trasporti in Taiwan); struttura del linguaggio(alcune lingue veicolano informazioni, esplicite o implicite, circa il grado di rappresentatività. Ad esempio, alcune lingue, come la Taharumara, collocano un modificatore dopo un termine che indica un colore per indicarne il grado di rappresentatività nell’ambito della categoria).

Mentre gli universali culturali riflettono i significati generici attraverso i quali le società condividono i bisogni, il contenuto specifico di questi significati varia da cultura a cultura. Si potrebbe che dire il linguaggio determina ciòche pensiamo e come percepiamo il mondo. Ogni singola lingua fornisce dei segnali (cues) ai significati prototipici mentre da un punto di vista cognitivo assumono enorme importanza i sistemi di classificazione e specificità che influenzano l’attribuzione di significato alle parole.

Linguaggio e psicoanalisi

Quale rapporto c’è tra certi fenomeni psicologici e il linguaggio? Lo studio dei meccanismi dei falsi ricordi ha permesso di individuare una differenza nell’elaborazione del linguaggio negli adulti e nei bambini. Questi ultimi, soprattutto i più piccoli, elaborano le parole sulla  base del suono mentre gli adulti sulla base semantica (anche i bambini più grandi). Così succede che negli adulti i falsi ricordi possono generarsi a partire dall’accostamento di parole che sono vicine di significato mentre quando ciò accade nei bambini è più per assonanza o ritmo che per semantica. I cosiddetti scherzi della mentehanno un legame con il linguaggio dell’inconscio che sappiamo essere di tipo analogico e non logico (non esistono tempo, spazio, contrari, contraddizioni ecc). I significati possono fondersi, o spezzettarsi per dar vita a più immagini che mascherano il significato originario, un’emozione provata in sogno può essere l’esatto contrario di ciò che proviamo nella realtà e così via. L’analisi del linguaggio dell’inconscio, che Freud magistralmente aveva effettuato osservando i lapsus, vuoti di memoria e interpretazione dei sogni, rimanda necessariamente all’importanza del significato relativo e soggettivodei concetti e dell’esperienza di cui abbiamo parlato. Si potrebbe dire che esiste anche un relativismo linguistico soggettivo, individuale. Altri autorevoli psicoanalisti come Ricoeur e Lacan, riprendendo Freud sostengono che sia proprio l’inconscio il luogo prediletto della parola e per guarire da una malattia (o altro disturbo psicologico) è necessario innanzitutto una padronanza piena del proprio linguaggio e dei significati. C’è quindi un legame anche tra psicoanalisi e linguaggio, o meglio tra psiconalisi e traduzione linguistica. Come sostiene Boulanger (2009), il tipo di lapsus introdotto da Freud, può essere applicato alla dinamica di traduzione: spesso i traduttori, inconsciamente, resistono ai contenuti di un testo sostituendo o traducendo alcuni termini con altri non esattamente equivalenti “alla velocità di un nanosecondo” (lapsus translatandi). Lo studioso riporta il caso di un gruppo di studenti francesi alle prese con la traduzione di un testo di economia intitolato “Underserved customers”, tradotto curiosamente in “ Clientes immerité” (che fosse una resistenza inconscia al mercantilismo?).

Pratica linguistica e pratica sociale sono strettamente collegate. Quando si traduce da una lingua all’altra si va oltre la singola parola, i significati veicolati non cambiano solo da una collettività culturale all’altra ma anche da un individuo all’altro, ognuno con il proprio mondo esteriore e interiore.

Conclusioni

Lo studio delle lingue si è rivelato sempre più uno strumento fondamentale per comprendere non solo le culture ma anche le particolarità e le soggettività psicologiche. Non basta dire che siamo diversi dai francesi solo perché siamo italiani ma lo siamo innanzitutto nella nostra mente e nel nostro mondo interiore. L’esistenza di migliaia di lingue nel mondo è la prova che siamo noi che creiamo il mondo circostante e lo definiamo, lo etichettiamo, lo mutiamo. L’evidenza più forte deriva dal fatto che anche i parlanti di una stessa lingua possono concepire e creare un mondo personale fatto di significati del tutto soggettivi, trasmessi di generazione in generazione.

 

 

Bibliografia

  1. Chiara MESSINA, . Una riflessione terminologica, Atti Convegno Assiterm 2009, Publifarum, n. 12
  2. Schwanenfugel The psychology of word meaning, LEA Publishers, 1991
  3. Matthei H. E., Roeper T. Elementi di psicolinguistica, Il Mulino 1991
  4. Wittgenstein L. Tractatus logico-philosophicus, F.lli Bocca 1954

 

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