La condizione necessaria per studiare la mente e la coscienza secondo la metodologia delle scienze è la loro “riduzione” a eventi fisici, neurali, cioè a fatti elettrochimici. Vita mentale, pensieri, idee, fatti consci e inconsci sono “prodotti” dal cervello. Che cosa sono io? Sono ciò che il cervello mi fa essere. Per le neuroscienze dunque mente e coscienza “coincidono” con il cervello (Hagner).
Il mondo appare alla nostra mente non nella sua realtà, ma in ciò che il cervello “trasmette” al nostro io, elaborando i dati degli organi di senso e coinvolgendoli dentro le aree cerebrali. Coscienza, autocoscienza, mente, conoscenza, emozioni, affettività, memoria, volontà, linguaggio sono tutti eventi dell’attività cerebrale. L’uomo è homo cerebralis (Hagner). Niente “senza il mio cervello” hanno dichiarato di recente in un Manifesto undici neuroscienziati tedeschi, aggiungendo- non senza un moto di ingenuità- che fra 20-30 anni sarà possibile chiarire ciò che ora è oscuro: mente, coscienza, libero arbitrio ( H. Monyer et al.).
Finora le neuroscienze hanno fornito un’imponente quantità di dati di notevole interesse senza tuttavia essersi avvicinate alla comprensione di come dalla materia emerga l’immaterialità della coscienza e della mente, cioè dello spirito. Sarà possibile alla mente- prodotto del cervello- “capirsi” fino in fondo?
Punto di partenza è che per capire la mente, cioè noi stessi, “dobbiamo capire- scrive Francis Crick- il cervello”, ovvero come si comportano le cellule nervose e le loro molecole, e come interagiscono. Noi, dice, non siamo altro che “un involucro di neuroni”.
La domanda di fondo, che secondo noi scandirà per sempre la ricerca in materia, è se la mente che studia se stessa sia capace di comprendere come “emerga” dal cervello, dal momento che essa stessa conduce l’indagine. Autorevoli neuroscienziati sono consapevoli dei limiti dello studio della coscienza e ritengono che il cervello umano, la “scatola nera”, “non potrà mai spiegare completamente le sue stesse operazioni” (F. A. von Hayek).
Le neuroscienze descrivono e identificano quali aree del cervello sono attive quando, ad esempio, agiamo, pensiamo o ascoltiamo un brano musicale. Ma la realtà di quegli stati d’animo, chiamati qualia, e la loro causa rimangono ancora oscure. Come sorga la coscienza dall’attività neurale permane ancora un mistero. In ciò secondo noi sta il grande fascino della ricerca neuroscientifica: il cervello proteso alla esplorazione di se stesso e della mente indotto dalla sua inesauribile e irrefrenabile sete di sapere. “Non ha colonne d’Ercole il pensiero” ha scritto Maria Luisa Spaziani. Dentro il cervello “dormono interi continenti”, il mondo “ è da creare”.
Per Kandel il riduzionismo o fisicalismo delle neuroscienze non è una filosofia sulla quale discettare, ma un metodo. Che serve a chiarire il rapporto fra la materia del cervello e la vita mentale. Idee, stati d’animo, valori, progettualità, sensazioni, qualia: tutto è riportato a meccanismi fisico-chimici. Presupposto infatti delle neuroscienze, per Kim, è che “ci deve essere un’esplicita corrispondenza fra ogni evento mentale e i suoi correlati neurali (NCC). La riduzione degli eventi mentali a eventi della materia cerebrale comporta quindi l’identità fra mente e cervello.
I correlati neurali della coscienza e della mente (Neural Correlates of Consciousness) sono eventi- nota Gary- in parte genetici, in parte ambientali e in parte stocastici. Ogni esperienza modifica il cervello e la mente (Steiner). Il nostro io è un “divenire in perpetuo cambiamento”. Anche la visione del mondo che abbiamo cambia. L’uomo- rileva Plessner- vive “l’immediatezza di quanto fa l’impulsività dei suoi stimoli, tutti gli aspetti primordiali della sua presenza vivente, la possibilità di scelta, ma anche l’irragionevolezza dell’affetto e dell’istinto”. Un meccanismo cerebrale “determina” una scelta, un altro “fa sentire” il rimpianto per l’errore o la gioia della conferma. Il cervello umano finora risulta l’oggetto “più problematico che esista al mondo (James) e fa di noi quello che siamo. Tutti possediamo- scrive LeDoux- i medesimi sistemi cerebrali e anche il numero di neuroni è pressoché lo stesso in ognuno di noi. Ciononostante, il particolare modo in cui quei neuroni sono connessi è diverso. E questa “unicità” è in sintesi ciò che ci rende quello che siamo.
Un errore nella distribuzione dei neuroni può portare a ritardi mentali, epilessia, paralisi. Stati d’ansia, uso di farmaci e droghe, malattie infettive o metaboliche della madre possono poi influire sulla neurogenesi e sulla migrazione dei neuroni nel cervello del feto.
Progressi importanti si sono fatti attraverso il metodo della visualizzazione di aree cerebrali, che consente di “localizzare” la coscienza dentro il cervello, ovvero permette di studiare il cervello nel momento in cui è attivo. Il limite della tecnica è quello di non rivelare ciò che nelle aree attive avviene.
Le neuroscienze sono concordi nel ritenere che il cervello è strutturato già al momento della nascita e che con le strutture cerebrali è trasmessa geneticamente la conoscenza innata. Fu una scoperta rilevante che le scimmie hanno paura dei serpenti già la prima volta che li vedono.
La percezione tuttavia è più un processo di “creazione che di conoscenza, perché – chiarisce Edelman- “seleziona” e “rinforza” le strutture nervose congruenti con l’ambiente. Il quale, come abbiamo detto, “modifica” la struttura del cervello (plasticità del sistema nervoso).
Uno dei meccanismi dell’interazione con il mondo esterno e con la nostra vita interiore è costituito dai neuroni specchio ( neuroni che si attivano sia quando osserviamo un’azione che quando siamo noi a compiere la stessa cosa) e dall’empatia, che è partecipazione emotiva a quello che accade attorno a noi, come ad esempio gioire o soffrire. Si ritiene poi che un’insufficienza dei meccanismi dei neuroni specchio sia all’origine dell’insorgenza dell’autismo.
Il cervello perciò crea il mondo in cui viviamo. Vita mentale e coscienza sono “accessibili” alla nostra introspezione nella forma dell’autocoscienza, ma della maggior parte dell’attività cerebrale non siamo consapevoli.
Giunti a questo punto, ci troviamo di fronte a sfide incredibili. Qual è la natura del cervello che pensa? Come può la materia (il cervello) “generare” individualità diverse le une dalle altre? E’ possibile chiarire in termini neurali fisico-chimici che cosa significhi essere “coscienti”? A quali meccanismi è dovuta l’autocoscienza. E di che natura è la mente?
Diciamo anzitutto che le neuroscienze, identificando mente e coscienza con il cervello, evitano di affrontare e portare a definitiva soluzione l’antico, fastidioso problema del rapporto mente-cervello, cercando di capire mente e coscienza in una realtà fisica. Una volta che la mente sia stata inclusa fra gli eventi del mondo naturale, “dobbiamo- sostiene McGinn- trovarle un posto”. Ma se la mente è un meccanismo elettro-chimico non è libera di “scegliere” tra opzioni diverse. E se le decisioni sono prese dal cervello, che è per l’appunto un oggetto fisico che obbedisce pertanto a leggi fisiche, la volontà non è libera. E allora in che senso si è responsabili?
Come si può dedurre, ricadiamo nell’annoso, complesso dilemma della causalità mentale e del libero arbitrio. Il problema- commenta Nozick- “ è così intrattabile, così refrattario a una soluzione chiara che dobbiamo affrontarlo da molte direzioni diverse”. E tuttavia, nessuno degli approcci e nemmeno l’insieme di tutti gli approcci possibili- aggiunge- “ si dimostrerà del tutto soddisfacente”.
Secondo Gazzaniga, le basi su ciò che è lecito e ciò che non è lecito sono “innate” e trasmesse dal cervello che ha una struttura “preformata”, ma che tuttavia è anche capace di modificarsi con l’esperienza. Su questo modello euristico è nato un fecondo campo di studio, che ha come fondamento il concetto di “neurotihics”, termine introdotto nel 2003 da W. Safire. La sua concezione si basa su questi presupposti: 1. Il senso morale è “legato” alla fisiologia dei centri cerebrali ed è “regolato” da “una moralità universale” connessa con strutture cerebrali comuni a tutto il genere umano; 2. Con l’evoluzione del cervello è emerso il senso del bene e del male.
Studi recenti effettuati con la visualizzazione cerebrale hanno mostrato che nell’eseguire decisioni di carattere etico sono attive aree non solo frontali e orbito-frontali, ma anche temporali e parietali. Queste decisioni poi sono influenzate più dall’area emotivo-affettiva che da quella logica. La moralità- scrive Hauser- sarebbe perciò un insieme di istinti morali , “una grammatica morale universale” comune a tutti gli uomini. Concetto che corrisponde al Daimonion di Socrate e Platone, alla conoscenza innata della morale e della matematica di Leibniz, alla legge morale dentro di noi di Kant e al linguaggio universale di Chomsky.
Sennonché l’uomo- rileva Gazzaniga- è anche capace di “immoralità orribili”, in quanto “intrinsecamente violento, amorale e dissennato”, fornito com’è di un “cervello rettiliano” (Mac Lean), una pulsione distruttiva e di morte (Tanathos) come corrispondente anatomo- fisiologico dell’Es di Freud, cioè degli istinti primordiali. Una realtà che Paul Mac Lean, uno dei maggiori studiosi della neurofisiologia moderna, ha scientificamente verificato e che Platone aveva intuito. Un’altra testimonianza- scrive Raffaello Vizioli- che “la vicenda umana (il cervello) è diacronica e sincronica”.
Le attuali conoscenze non hanno ancora dimostrato che dall’attività elettrochimica dei neuroni e delle aree cerebrali sia possibile dedurre quali siano i contenuti della mente e della coscienza. “Voi non siete che un pacco di neuroni” ha scritto Crick. Ma egli tralascia di chiedersi – osserva Benini- chi siano i noi che dovrebbero capire come funziona il “pacco di neuroni” che noi siamo, se non cellule nervose, altri pacchi di neuroni, in una regressione all’infinito. Di qui, l’impossibilità di chiarire la “contraddizione fra la natura rigidamente “determinata” della volontà secondo la concezione naturalistica delle neuroscienze, il nostro sentirci liberi e il sentirci costretti se la scelta ci è imposta.
Il libero arbitrio, come aspetto della causalità mentale, è un evento che “sfugge alla mente che indaga” (de Caro). Il problema, irrisolto e verosimilmente irrisolvibile, verte insomma su come la mente sorga dalla materia del cervello. Ridurre la spiritualità alla materia è una questione per noi senza tempo destinato a impegnare duramente neuroscienziati, scrittori e poeti.
Nonostante i neuroni mirror , le neuroscienze rilevano che non è possibile raggiungere l’Io di un altro come è impossibile raggiungere il proprio. La ricerca sulla mente infatti è basata sull’ introspezione e dunque- dicono i neuroscienziati- non potremo mai “comprendere” e “penetrare” la nostra coscienza e quella degli altri, e cioè i qualia, gli stati d’animo con i loro correlati neurali, fisici. Misteri destinati a restare finora nascosti a noi stessi. Chi è la persona, anche la più cara, che ci sta di fronte forse non lo sapremo mai.
In realtà, proprio perché la soglia della mente e della coscienza è ben lontana dall’essere stata “sfondata” è crescente l’interesse dei neuroscienziati a superare quegli ostacoli che appaiono ora insormontabili. Neuroscienziati americani di recente hanno sottoscritto un documento per far seguire al Decennio del cervello, chiusosi nel 1999, un Decennio della mente, poiché si sarebbe vicini a “capire” come la mente pensa, percepisce e agisce. Le neuroscienze hanno di fronte sfide incredibili e meravigliose. Sostenute dall’inesauribile sete di sapere del cervello, il quale dà vigore al fascino della ricerca. Il cervello non ha confini, è illimitato, non ha colonne d’Ercole il pensiero…
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4 risposte
A me non sembra che la coscienza e la mente siano così immateriali,partire con questo preconcetto non aiuta a capire cosa sia il cervello e come funzioni,condizione necessaria per riuscire ad immaginare la coscienza.
Per capire il funzionamento del cervello bisogna prima capirne la struttura,in particolare l’organizzazione della corteccia cerebrale,che è la struttura più complessa e importante per la formazione della coscienza.
Penso,che noi siamo la nostra corteccia più che il nostro connettoma,anche se i due concetti possono sembrare uguali,al riguardo,il programma di studio del connettoma oltre che essere materialmente irrealizzabile su grandi dimensioni,anche se si realizzasse potrebbe deludere tutti quelli che si aspettano che da questo si arrivi a capire il funzionamento del cervello umano.
La stessa delusione potrebbe arrivare dai futuri studi con le tecniche di neuroimmagine funzionale,che hanno raggiunto alti livelli di definizione spaziale e temporale,ma più di tanto non dicono.
L’unica strada che vedo percorribile per arrivare ad entrare nel cervello,come un cavallo di troia e capirne l‘organizzazione della corteccia cerebrale,è quella di seguire passo passo la costruzione del sistema nervoso dell’embrione e del feto fino alla dodicesima settimana.Bisogna capire come si formano le aggregazioni di neuroni che formeranno i nuclei del tronco encefalico e del cervello,le loro connessioni si conoscono abbastanza bene solo nel cervello formato,ma non in quello in formazione.
Arrivando al sodo,bisognerebbe capire come i neuroblasti che nelle loro migrazioni creano le specifiche connessioni,riescano a cercare e trovare il loro bersaglio.
A questo punto si ha bisogno dell’aiuto della genetica,e si torna così al punto di partenza perché non si conosce ancora come la cellula riesca a leggere l’informazione contenuta nel suo DNA e differenziarsi diventando specifica.
Una possibile chiave di lettura del DNA da parte della cellula,potrebbe essere quella di considerare la possibilità che all’interno del nucleo cellulare il DNA riesca a riconoscere un certo numero di livelli energetici,e si comporti in maniera diversa per ognuno di essi.
Per un approccio del genere;bisognerebbe mettere in discussione il legame molecolare,e il fatto che l’elettrone sia costituito da una particella,che non è cosa da poco,ma considerare che l’energia di un legame molecolare sia condivisa da tutta la proteina allargherebbe l’orizzonte di una possibile comprensione del DNA e non solo di questo.
Il riconoscimento di una scala di livelli energetici anche all’interno del sistema nervoso potrebbe spiegare anche la migrazione dei neuroblasti ,che guidati da filamenti di proteine specifiche per ogni livello collegano due strutture con differente potenziale elettrico,strutture che attraversano e collegano il sistema nervoso come autostrade.
Per capire come è fatto il cervello bisogna vedere come,lo striato,l’amigdala e il claustro,utilizzando l’abbozzo embrionale dell‘insula, sotto la direzione del talamo e dell’ippocampo riescono a creare in sequenza passo dopo passo tutta la corteccia.
Non vedo scorciatoie,per trovarci un giorno tutti d’accordo sulla definizione di coscienza bisogna prima mettersi d’accordo su come funziona il DNA e risalire tutto il percorso che porta alla formazione del cervello.
Forse sono troppo presuntuoso nel fare una valutazione del genere;anche perché sono un semplice autodidatta appassionato della materia che si è fatto una discreta cultura smanettando in internet e aiutandosi con un bel librone come”Il sistema nervoso centrale”della Springer,ma è quello che penso.
E se fosse una questione di strumenti concettuali?
Potrebbe essere che il motivo per cui ancora non sappiamo come funziona la cognizione non dipende dall’eccessiva complessità dei fenomeni cognitivi, ma dal fatto che sono mancati gli strumenti concettuali e metodologici corretti per affrontare il problema.
Un po’come se si cercasse di edificare la fisica senza il concetto di numero, o se si cercasse di comprendere l’origine delle specie senza aver compreso il meccanismo di selezione naturale.
Si provi a rispondere a questa domanda: cosa è una regola?
Chi sa dare una definizione precisa, razionale, scientificamente esaustiva del concetto di regola?
Riflettendo un po’ non è difficile convenire che se il mondo che ci circonda non fosse soggetto a regolarità e se per esso non valessero delle regole, la stessa cognizione non sarebbe possibile. Le regole sono quindi fondamentali affinché il pensiero possa esistere. Ma se non possediamo gli strumenti per inquadrare con precisione un concetto così fondamentale, come possiamo pretendere di capire i principi e la logica che sta alla base della cognizione?
Per chi fosse interessato ho sviluppato questa linea di pensiero qui:
http://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1401/1401.1533.pdf
Dal punto di vista antropologico si potrebbe dire che “per scoprire il cervello bisogna scoprire la mente”. Attraverso una riflessione storico antropologica, pur apprezzando gli studi della neuroscienza, emerge in maniera evidente un assunto di Base molto ideologico. La neuroscienza non possiede minimamente elementi comparativi storici antropologici. Di fatto la mente stessa del neuroscienzita incosciente di come l’ideologia politica di un determinato contesto storico antropologico influenzi il suo modo di pensare e di comportarsi, gli assunti di Base su cui si fonda e via dicendo. In un testo, ho letto persino che le categorie sono antecedenti ai significati, riflessione aberranteee a scientifica. Qualche studio antropologico aiuterebbe a colmare e a modificare l’ideologia la quale soggiace la disciplina stessa
A me non sembra che la coscienza e la mente siano così immateriali,partire con questo preconcetto non aiuta a capire cosa sia il cervello e come funzioni,condizione necessaria per riuscire ad immaginare la coscienza.
Per capire il funzionamento del cervello bisogna prima capirne la struttura,in particolare l’organizzazione della corteccia cerebrale,che è la struttura più complessa e importante per la formazione della coscienza.
Penso,che noi siamo la nostra corteccia più che il nostro connettoma,anche se i due concetti possono sembrare uguali,al riguardo,il programma di studio del connettoma oltre che essere materialmente irrealizzabile su grandi dimensioni,anche se si realizzasse potrebbe deludere tutti quelli che si aspettano che da questo si arrivi a capire il funzionamento del cervello umano.
La stessa delusione potrebbe arrivare dai futuri studi con le tecniche di neuroimmagine funzionale,che hanno raggiunto alti livelli di definizione spaziale e temporale,ma più di tanto non dicono.
L’unica strada che vedo percorribile per arrivare ad entrare nel cervello,come un cavallo di troia e capirne l‘organizzazione della corteccia cerebrale,è quella di seguire passo passo la costruzione del sistema nervoso dell’embrione e del feto fino alla dodicesima settimana.Bisogna capire come si formano le aggregazioni di neuroni che formeranno i nuclei del tronco encefalico e del cervello,le loro connessioni si conoscono abbastanza bene solo nel cervello formato,ma non in quello in formazione.
Arrivando al sodo,bisognerebbe capire come i neuroblasti che nelle loro migrazioni creano le specifiche connessioni,riescano a cercare e trovare il loro bersaglio.
A questo punto si ha bisogno dell’aiuto della genetica,e si torna così al punto di partenza perché non si conosce ancora come la cellula riesca a leggere l’informazione contenuta nel suo DNA e differenziarsi diventando specifica.
Una possibile chiave di lettura del DNA da parte della cellula,potrebbe essere quella di considerare la possibilità che all’interno del nucleo cellulare il DNA riesca a riconoscere un certo numero di livelli energetici,e si comporti in maniera diversa per ognuno di essi.
Per un approccio del genere;bisognerebbe mettere in discussione il legame molecolare,e il fatto che l’elettrone sia costituito da una particella,che non è cosa da poco,ma considerare che l’energia di un legame molecolare sia condivisa da tutta la proteina allargherebbe l’orizzonte di una possibile comprensione del DNA e non solo di questo.
Il riconoscimento di una scala di livelli energetici anche all’interno del sistema nervoso potrebbe spiegare anche la migrazione dei neuroblasti ,che guidati da filamenti di proteine specifiche per ogni livello collegano due strutture con differente potenziale elettrico,strutture che attraversano e collegano il sistema nervoso come autostrade.
Per capire come è fatto il cervello bisogna vedere come,lo striato,l’amigdala e il claustro,utilizzando l’abbozzo embrionale dell‘insula, sotto la direzione del talamo e dell’ippocampo riescono a creare in sequenza passo dopo passo tutta la corteccia.
Non vedo scorciatoie,per trovarci un giorno tutti d’accordo sulla definizione di coscienza bisogna prima mettersi d’accordo su come funziona il DNA e risalire tutto il percorso che porta alla formazione del cervello.
Forse sono troppo presuntuoso nel fare una valutazione del genere,anche perché sono un semplice autodidatta appassionato della materia che si è fatto una discreta cultura smanettando in internet e aiutandosi con un bel librone come”Il sistema nervoso centrale”della Springer,ma è quello che penso.
Fiorenzo Masotti