Neuroscienze Cognitive

Suoni, Parole e Bambini

Le parole sono una delle conquiste più straordinarie della specie umana. Eppure non le impariamo a scuola: le assorbiamo molto prima, nei primissimi anni di vita, attraverso il suono e l’immagine. Dalla nascita ai tre anni il cervello del bambino organizza gli stimoli dell’ambiente servendosi soprattutto dei suoni, gettando le basi del linguaggio molto prima […]

Neuroscienze — Suoni, Parole e Bambini
Le parole sono una delle conquiste più straordinarie della specie umana. Eppure non le impariamo a scuola: le assorbiamo molto prima, nei primissimi anni di vita, attraverso il suono e l’immagine. Dalla nascita ai tre anni il cervello del bambino organizza gli stimoli dell’ambiente servendosi soprattutto dei suoni, gettando le basi del linguaggio molto prima di pronunciare la prima frase compiuta. Capire come avviene questo processo aiuta i genitori a sostenere lo sviluppo mentale del figlio fin dai primi mesi.

Imparare a parlare prima di imparare a scrivere

Quasi tutti noi abbiamo imparato prima a parlare e solo dopo a scrivere. Questa sequenza non è casuale: riflette il modo in cui il cervello costruisce il linguaggio. Nei primi tre anni di vita la mente del bambino organizza la maggior parte degli stimoli che provengono dall’esterno utilizzando i suoni, gli stessi che un giorno permetteranno di dichiarare a qualcuno il proprio affetto. Il linguaggio parlato precede quello scritto perché si fonda su un canale, quello uditivo, attivo già prima della nascita.

L’apprendimento del linguaggio nei primissimi anni avviene quindi in modo informale, lontano dai banchi di scuola, attraverso il gioco quotidiano, l’ascolto della voce dei genitori e l’esposizione costante a parole e immagini. È proprio questo apprendimento spontaneo a risultare determinante per lo sviluppo mentale del bambino.

Lo studio di Graham Schafer: imparare parole anche fuori contesto

Graham Schafer, dell’Università di Reading, in Gran Bretagna, ha osservato che l’apprendimento informale dei primi anni di vita è decisivo per lo sviluppo cognitivo del bambino. Studi precedenti avevano suggerito che i bambini riuscissero a imparare soltanto le parole legate a oggetti con cui avevano concretamente a che fare: la palla, il tavolo, il giocattolo. La ricerca di Schafer ha messo in discussione questa idea.

Nell’indagine, 52 genitori di bambini di nove mesi hanno giocato con i propri figli per almeno dieci minuti al giorno, quattro volte alla settimana. Per il gioco hanno usato 48 immagini, raffiguranti sedie, pesci, frutta e altri oggetti, distribuite in 12 libri illustrati. Il gioco consisteva nel dare un nome agli oggetti, indicarli con il dito e disporli secondo un ordine. L’esperimento è durato tre mesi.

Al termine, i bambini che nel frattempo avevano compiuto un anno e con i quali i genitori avevano giocato mostravano segni di riconoscimento degli oggetti, a differenza di un gruppo di controllo che non aveva ricevuto la stessa stimolazione. La conclusione è chiara e si rivolge a tutti i genitori: è bene parlare ai figli fin dalla tenerissima età, perché le parole vengono apprese anche quando non si riferiscono a un contesto preciso e concreto.

Perché contano i libri illustrati

I libri illustrati funzionano perché accostano in modo stabile un suono, cioè il nome dell’oggetto, a un’immagine, cioè la sua raffigurazione. Questa associazione ripetuta nel tempo aiuta il bambino a costruire un legame mentale tra la parola e la cosa che essa indica, anche quando l’oggetto non è fisicamente presente. Indicare con il dito mentre si pronuncia il nome rafforza ulteriormente questo collegamento.

Il sistema telemetrico: quando vista e udito lavorano insieme

Ai bambini, come agli adulti, piace giocare con i suoni e le figure. Basti pensare a quanto la televisione, il cinema e Internet facciano leva proprio su questa combinazione. È in tenerissima età che si impara ad accostare immagini a suoni, sviluppando un apparato mentale che possiamo definire sistema telemetrico.

Questo sistema funziona grazie all’azione contemporanea della vista e dell’udito. Ci permette di localizzare nello spazio e nel tempo qualsiasi oggetto o situazione e di stabilire la nostra posizione rispetto a esso. È lo stesso meccanismo che entra in gioco quando chiamiamo a voce alta nostro figlio dall’altra stanza per dirgli di venire a tavola: il bambino deve collegare il suono che sente alla nostra posizione e all’azione richiesta.

Cosa capisce davvero un bambino sotto i tre anni

Quante volte abbiamo chiamato con tono sonoro nostro figlio per dirgli che è pronta la pappa? Eppure, al di sotto del primo anno e fino a circa tre anni, i bambini non comprendono con precisione il significato di una comunicazione complessa come “Andiamo a tavola, è pronto”.

Una frase del genere è piena di difficoltà nascoste. Il verbo andare è irregolare. In quel caso è anche al plurale, pur indicando un’esortazione singolare rivolta al figlio. E non è affatto immediato capire che cosa significhi “andare a tavola”, cioè avvicinarsi a un oggetto e compiere un insieme di azioni complesse legate alla nutrizione.

Che cosa comprende allora il bambino? Comprende il ritmo, l’andamento degli accenti nella frase, la velocità della pronuncia. In una parola, comprende i suoni del parlato che diventano musica. Prima ancora del significato, il bambino coglie la forma sonora della comunicazione.

I suoni come ponte affettivo

I suoni stabiliscono una relazione tra chi li emette e chi li ascolta. Ancora prima di qualsiasi significato espresso con la voce, i piccoli imparano a riconoscere l’umore delle persone dai suoni che producono. Esistono suoni duri, aspri e rigidi, e altri morbidi, melodiosi e flessibili. Il bambino impara a distinguere il timbro della voce della mamma da quello della zia. Comincia persino a intuire in quale modo dovrà rivolgersi al papà per ottenere quel giocattolo che tanto lo diverte. La comunicazione, in questa fase, è prima di tutto emotiva e relazionale.

Cresciamo in un paesaggio sonoro e visivo

Senza saperlo, ognuno di noi fa musica fin dalla nascita, e per essere ancora più precisi fin dal concepimento, perché frequenta di continuo il mondo dei suoni e delle immagini. Siamo tutti un po’ compositori di musica e di figure, perché cresciamo in un mondo sonante e immaginario che possiamo chiamare paesaggio sonoro-visivo. Con questo paesaggio stabiliamo, per tutta la vita, un rapporto affettivo profondo.

Peccato che, crescendo, ci venga fatto credere che solo alcuni di noi siano davvero musicisti. In realtà la sensibilità ai suoni e alle immagini è una dote condivisa, radicata nei primi mesi di vita e nutrita dalla relazione con chi ci circonda.

Domande frequenti

A che età si dovrebbe iniziare a parlare ai bambini?

Il prima possibile, fin dai primi mesi e secondo alcuni studiosi già durante la gravidanza. La ricerca di Schafer ha lavorato con bambini di nove mesi, ma l’esposizione ai suoni della voce è utile ancora prima. Parlare al neonato, anche quando non può rispondere, alimenta il sistema che gli permetterà di imparare le parole.

I bambini imparano solo le parole legate a oggetti concreti?

No. Studi più datati lo facevano pensare, ma la ricerca di Schafer ha mostrato che i bambini possono imparare parole anche quando non si riferiscono a un contesto preciso e immediato. L’esposizione ripetuta, attraverso il gioco e i libri illustrati, è sufficiente a favorire il riconoscimento.

Perché giocare con i libri illustrati aiuta lo sviluppo del linguaggio?

Perché abbina in modo stabile un suono a un’immagine. Dare il nome all’oggetto, indicarlo con il dito e ripetere il gioco con regolarità costruisce nel bambino l’associazione tra parola e significato, attivando il legame tra vista e udito.

Cosa capisce un bambino piccolo di una frase che non comprende del tutto?

Ne coglie soprattutto la dimensione sonora: il ritmo, gli accenti, la velocità e il tono. Da questi elementi ricava l’umore di chi parla e l’intenzione comunicativa, anche prima di afferrare il significato letterale delle parole.

Il linguaggio non comincia a scuola, ma nel gioco quotidiano dei primi anni di vita. Parlare ai bambini fin dai primi mesi, leggere insieme libri illustrati e dare un nome agli oggetti li aiuta a costruire il legame tra suono e significato. Ancora prima delle parole, i piccoli imparano ad ascoltare il ritmo, il tono e la musica della voce: è da lì che nasce la capacità di comunicare.
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