Il Cervello degli Italiani

Un popolo sospeso tra normalità e follia

 

Il cervello- come mostrano gli splendidi risultati delle neuroscienze- è unico e differente. Usare il termine cervello al di fuori del singolo individuo appare perciò inadeguato. E tuttavia possiamo allargare il termine anche in relazione al popolo italiano, cercando di individuarne le caratteristiche mentali principali positive e negative.

Intanto come appare l’ Italia? Un Paese stressato, stanco, triste e angosciato. Però, è ricco di fascino e di straordinaria suggestione in quanto luogo di poesia, di arte e di creatività. La coscienza di essere italiano è una percezione speciale, gratificante. Che non è somigliante all’essere francese, inglese o tedesco.

Storicamente, ci sono stati scrittori che hanno sofferto l’essere italiano. Nelle opere di Dante, Petrarca o Leopardi, per esempio, è presente un insieme contrastante di sofferenza, conflittualità, malessere, disagio, pathos, orgoglio, gioia, sofferenza, dolore”.

E quali i tratti principali e il suo stato di salute? “E’- d’accordo con Benedetto Croce- la sua storia, tutta la sua storia, nient’altro che la sua storia. E’ l’idea di avere una storia in comune, di avere una memoria condivisa e dunque una coscienza collettiva capace di esprimere un futuro da progettare insieme.

Circa lo stato di salute mentale, autorevoli studiosi parlano di malattia sociale, di popolo malato, di un declino che coinvolge quasi tutti i settori del nostro Paese. Un Paese- ha scritto il professor Vittorino Andreoli, uno dei maggiori psichiatri italiani- ‘sospeso fra normalità e follia’. Una diagnosi, quella formulata nel suo libro “Ma siamo matti”( Rizzoli, 2015), che contiene una severa e indignata analisi sociale, culturale e scientifica dei mali dell’ Italia.

Un altro autore, Franco Cordero, eccellente giurista e scrittore, ha parlato di ‘Morbo italico’, che è poi il titolo del suo libro pubblicato dall’ Editore Laterza. Cinque secoli dopo i morbi ispanico e gallico, descritti da Gerolamo Fracastoro agli inizi del 1500, “una epidemia italiana- dichiara Cordero- corrompe pensiero, sentimento, gusto. Recenti sventure rinfocolano antichi mali italiani. Sudditi congeniti cercano padrone e lo servono con una grossa paura d’essere liberi: pensano poco o niente, moralmente sordi, rifuggono dalla società tragica, né sopportano la cultura e l’ arte, intenti a tristi farse, l’anarcoide ipocrisia conformistica maschera un socievole cannibalismo. L’esito- aggiunge- è una miseria comica.

Una condizione di “marasma”. Una patologia che ha forme senili. Il paziente (il popolo italiano) appare ‘deperito, confuso, inerte, catalettico. Come nelle fiere, s’affollano -prosegue l’autorevole giurista- portaborse, pifferai, sicari, baciapile pronti ai versi della scimmia”.

Invero, sono numerosi i tratti di personalità del popolo italiano, che indicano che qualche cosa non va. I sintomi principali sono, d’accordo con Andreoli, masochismo, individualismo, invidia, maldicenza, sesso, cibo.

Il termine masochismo deriva dal nome dello scrittore Sacher Masoch ed è stato descritto per la prima volta dallo psichiatra Krafft-Ebing per indicare un disturbo della sfera sessuale e il senso di piacere provato nel subire sofferenza, umiliazione o maltrattamenti. Riferito al popolo italiano, questo comportamento rivela storicamente la nostra propensione a compiere ”scelte dannose per la comunità, mostrandoci-sostiene Andreoli- disfattisti e distruttori di noi stessi”.

Il masochismo si esprime soprattutto in politica, dove emerge la filosofia del contrario, del compromesso, del ricatto e del vilipendio. Il grande scienziato e linguista statunitense, Noam Chomsky, ha dichiarato che gli italiani “non fanno politica, litigano e seguono le direttive imposte dall’ Europa”. Di qui, l’incapacità del popolo italiano a “scegliere persone in grado di guidarci con dignità, consegnandoci con le debite differenze a politici e politicanti mediocri, ridicoli e privi di spessore”.

Circa il concetto di individualismo, in questa sede non ci riferiamo alla dottrina filosofica di individualismo, ma alla connotazione dell’ individuo che vuole affermarsi, svalutando e danneggiando gli altri. Il comportamento indica una ipertrofia di sé che porta a vedere solo se stessi. Gli italiani, secondo autorevoli studiosi, sono individualisti e dunque “egoisti e narcisisti”, entrambi sintomi di un’alterazione della personalità. Si ritengono “unici, superiori, con una grandiosa stima di sé, che raggiunge livelli patologici”.

Domina una morale dell’utile per “me” e per il “mio”. L’italiano si ritiene libero di agire “al di fuori delle regole”. L’Italia, per questi autori, è un Paese dove la morale è morta, dove tutto è possibile e dunque niente è proibito, a causa dell’assenza della percezione del bene e del male. Stiamo creando una generazione di ragazzi e una società ‘senza morale’. L’assurdo- rileva Andreoli- è che ‘per primi i politici e gli amministratori della cosa pubblica assumono comportamenti immorali’. Un popolo senza morale muore, rovinando un Paese ricco di bellezza, storia e cultura e mettendo a rischio la stessa civiltà”.

Sulla nozione di invidia e di sesso-cibo, dobbiamo dire che l’invidia è un sentimento penoso, che oscilla dall’ostilità, alla maldicenza sino all’odio violento e distruttivo verso chi possiede ciò che l’invidiato brama e ritiene di non poter mai avere. L’individuo che invidia mostra di avere una pulsione primitiva, distruttiva e autodistruttiva legata a uno stato di frustrazione, insicurezza e angoscia. Un delirio persecutorio. Per Freud, una pulsione di morte.

Il popolo italiano è “invidioso”, è la “disgrazia più grande, per questo studioso, che potesse capitargli. Mentre  altri popoli, come per esempio i francesi, sono abituati ad esaltare le loro qualità e i lori principi, gli italiani sono disfattisti e amano la “maldicenza”. C’è una desiderio inguaribile di dire male, di offendere e di proiettare sull’altro le proprie malvagità e meschinità.

L’italiano poi è ritenuto “un consumatore straordinario di sesso-cibo. Il ristorante è “un luogo sacro”. Il vino è un balsamo, nella depressione e in altri disturbi maniacali e psichiatrici. L’eleganza è un modo di essere. Arte, gusto, raffinatezza, creatività: sono qualità innate del popolo italiano. E’ l’ Italia del bello, del sole, della grazia.

 

E’ possibile a questo punto formulare una diagnosi e indicare una terapia?

La situazione mondiale preoccupa non solo gli studiosi, ma anche la gente comune. L’umanità va smarrendosi. L’ Europa è senz’anima e vive la sindrome dell’ansia-paura. L’Italia è in forte declino e attraversa una condizione di incertezza e impotenza. Il cervello è bloccato con tutto ciò che è umano. Sembrano ferme tutte le funzioni della mente del popolo italiano. Un cervello senza senso, pieno di immagini irreali e di deliri sociali e televisivi, che impediscono di vedere la realtà. Dobbiamo smetterla di attribuire tutti i mali alla crisi economica. La crisi riguarda il senso dell’uomo nel mondo. Si cammina, ma senza un progetto e una meta, senza sapere chi siamo e dove andiamo.

La terapia è possibile. E’ possibile riattivare il funzionamento dei sistemi neuronali del cervello. Punto di partenza, la presa di coscienza della malattia. Quindi, operare per realizzare, come andiamo sottolineando da anni nei nostri scritti e come concordano insigni studiosi, un nuovo umanesimo. Che metta al primo posto la persona e quindi il popolo. E’ dall’umanesimo che derivano principi, valori, norme giuridiche e norme morali. E’ da questo impianto concettuale che nasce la politica, contro una “società liquida”, una società, per Bauman, del ‘non senso’.

Un Paese fragile il nostro, fra vizi (tanti) e virtù (poche). Ma con la capacità di superare il ‘mal di essere’. Una condizione esistenziale originata dal decadimento.

 

Sul mal di vivere e su tanti altri problemi esistenziali, le neuroscienze stanno fornendo le prime risposte e le prime indicazioni risolutive. Sul piano storico, l’uomo ha cercato sempre di superare se stesso come aspirazione al soprannaturale. Dobbiamo porre l’ attenzione sulle qualità dell’ uomo di modificare la realtà, nella feconda prospettiva di abitare nuove frontiere e nuovi mondi. Già Nietzsche affermava che l’uomo è ‘una corda tesa tra l’umano e il post-umano’ e Pascal precisava che l’uomo è un essere tra l’animale e l’angelo. L’uomo precisava Heidegger non è ‘la sentinella del nulla, ma il pastore dell’essere’. Come infine non sottolineare l’illuminante intuizione di Rosmini, il quale poneva a fondamento della persona l’essere nelle sue tre forme: ideale, reale, morale.

L’attuazione di un nuovo umanesimo significa costruire un Paese fondato su solidi sentimenti che si chiamano empatia, altruismo, generosità. Il post-umanesimo deve nascere nell’alveo di queste linee vettoriali non per soppiantare l’uomo, ma per elevarlo.

Una vita senza la ricerca di questi principi e valori non è degna di essere vissuta.

Author: Guido Brunetti

Guido Brunetti vive e lavora a Roma. Ha tenuto lezioni nelle Università di Roma, Lecce e Salerno. Ha esercitato attività sanitaria nella cura delle malattie mentali come libero professionista e presso istituzioni pubbliche e private. Ha svolto altresì attività nel Ministero di Grazia e Giustizia, Tribunale di Roma e Presidenza del Consiglio dei Ministri. E' autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche che spaziano nei più diversi campi delle neuroscieze, della psichiatria e della psicoanalisi. Il professor Raffaello Vizioli, neuroscienziato di fama mondiale, ha definito Brunetti un "umanista- scienziato" e uno "scrittore completo". Un altro scienziato, Edoardo Boncinelli, ha dichiarato che Brunetti "è uno dei pochi autori capaci di scrivere un libro sul cervello, la mente e la coscienza". Collabora alla "Rivista di psichiatria" e a "Formazione psichiatrica".

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