Neuroetica, Storia e Personaggi

Dal delirio di onnipotenza della ragione alla società aperta al nuovo disordine mondiale

L’immagine del mondo che emerge dalla ricerca degli scienziati non è particolarmente attraente: l’uomo domina sempre meglio la natura, ma non la propria natura distruttiva e autodistruttiva. Questo saggio ripercorre la diagnosi di una crisi antropologica, sociale, politica ed economica che coinvolge l’individuo e il mondo globale, dal delirio di onnipotenza della ragione alla società […]

Dal delirio di onnipotenza della ragione alla società aperta al nuovo disordine mondiale
L’immagine del mondo che emerge dalla ricerca degli scienziati non è particolarmente attraente: l’uomo domina sempre meglio la natura, ma non la propria natura distruttiva e autodistruttiva. Questo saggio ripercorre la diagnosi di una crisi antropologica, sociale, politica ed economica che coinvolge l’individuo e il mondo globale, dal delirio di onnipotenza della ragione alla società aperta, fino a quello che diversi autori definiscono un “nuovo disordine mondiale”.

Il pericolo maggiore per l’uomo è l’uomo

L’analisi dei problemi sulla condizione umana e sulla ricerca delle cose ultime e del destino dell’umanità appare complessa, difficile e delicata. L’immagine globale del mondo che emerge dalla ricerca degli scienziati non è particolarmente attraente.

L’uomo sta producendo straordinarie innovazioni scientifiche e culturali, sta imparando a controllare la natura. Ma l’uomo non è ancora riuscito a dominare la sua natura malefica e selvaggia. Per l’umanità, il pericolo maggiore sembra essere l’uomo, con il suo istinto distruttivo e autodistruttivo e le sue pulsioni e mete omicide, come mostrano le narrazioni quotidiane.

Lo scenario del mondo contemporaneo appare la proiezione di una terra solitaria, con il suo carico di viventi insensati, privi di emozioni, di sentimenti e di empatia. E l’umanità oggi si rivela inerme.

L’uomo possiede un’aggressività intraspecifica che lo porta a uccidere l’uomo, mentre tra alcune specie di animali la lotta non prevede l’uccisione, ma si arresta quando uno dei due contendenti riesce a prevalere sull’altro. E per questa via, l’umanità sembra aver accumulato una grande capacità distruttiva. Una preoccupazione che è drammaticamente al centro di convergenti riflessioni di scienziati, scrittori e perfino dei nuovi profeti dei giovani degli anni Novanta.

Uno dei primi autori a dimostrare che oltre ad un istinto di vita (eros) noi abbiamo un istinto di morte (thanatos) e di aggressione è stato Freud. A sua volta, Konrad Lorenz ha richiamato l’attenzione di tutti sulla situazione di pericolo in cui l’umanità sta vivendo, esposta alla minaccia delle potenzialità distruttive delle scoperte nucleari, alla distruzione ambientale e ai pericoli legati all’inquinamento.

Il declino dell’uomo e l’anestesia psichica

Attraversata da una situazione di perenne conflittualità, l’umanità è in crisi, con le sue patologie, i drammi della nostra epoca, l’incertezza sul futuro, le ingiustizie del mondo, la violenza.

Il declino dell’uomo, quindi. Questo è il mal sottile, la diagnosi che insidia l’uomo, la caduta delle sue qualità propriamente umane. E allora, ha un rapporto alienato con se stesso, con gli altri e con le cose. E cerca nell’aggressività autodistruttiva e distruttiva la fine delle sue ansie e delle sue angosce. Perché egli vive in un mondo senza anima, che si trascina in una temperie umana e culturale percorsa da elementi disgregativi, da squilibri e insicurezze, dalla perdita dell’Assoluto e dallo smarrimento delle varie dimensioni dell’umano. L’anima del mondo teorizzata da Platone sembra più l’immagine di una figura mitica che l’apparenza di una realtà.

Viviamo bombardati da una marea di immagini che creano in noi una anestesia psichica e morale. Anche con effetti neurologici negativi. Esiste una assuefazione, una specie di droga individuale e collettiva. Attraverso questa attitudine alle pulsioni aggressive e a forme di anestesia mentale ed etica, è difficile promuovere un processo di miglioramento umano, sociale e spirituale, né è possibile potenziare le qualità umane superiori. Il rischio è quello di rafforzare le capacità e gli istinti più bassi dell’uomo. Soprattutto, il suo istinto suicida.

La diagnosi di una crisi antropologica

Viviamo dunque una profonda crisi antropologica, una crisi sociale, politica, economica e morale, che coinvolge l’individuo e il mondo globale. La diagnosi comprende un vasto spettro di segni e sintomi, che esprimono disordini, condizioni patologiche e contesti individuali e sociali critici.

Anzitutto, il disagio, il mal di vivere, l’ansia e l’angoscia, la crisi di identità e di fiducia, l’incertezza e l’insicurezza, il deterioramento dei legami socio-familiari, l’assenza di uno scopo. Di particolare rilievo poi l’emergere della crisi dei principi fondativi della condizione umana, come la solitudine e il senso di disperazione, l’isolamento affettivo, il sistema familiare ed educativo al collasso, l’aggressività e la violenza, lo sgretolarsi di certezze esistenziali, la regressione delle istituzioni e dei valori, il senso di frustrazione, di insoddisfazione, la paura del futuro.

Si tratta di una tendenza che, d’accordo con altri autori, va in direzione di un graduale processo di “dissoluzione” e di “decomposizione” (Ferraresi) della nostra civiltà. Viviamo al tempo dell’elogio “dell’ignoranza” (Cazzullo). Sono stati individuati nuovi fattori di rischio, cioè alcuni cluster di emozioni, come la rabbia, la paura, l’odio, che sono i sentimenti che caratterizzano la nostra epoca (P. Mishra).

Social network, democrazia e postverità

Secondo alcuni lavori, i social network contribuiscono all’intensificazione di relazioni sociali, ma mostrano che essi, piuttosto che farci sentire “connessi”, contribuiscono alla solitudine, all’ansia, alla disperazione, riducendo la percezione del benessere soggettivo e accrescendo invece la percezione negativa della nostra vita e delle nostre interazioni interpersonali.

La crisi antropologica è anche legata alla fragilità e alla decadenza, come afferma Y. Mounk, della democrazia occidentale, che genera sfiducia, disaffezione, movimenti populisti, antisistema e nazionalismi. Il modello occidentale inoltre si sta rivelando impreparato e incapace (Brenner) di “fronteggiare” i nuovi problemi, come le disuguaglianze, l’anonimato del villaggio globale, il disgregarsi della società, la rivoluzione digitale, la crisi economica.

Il passaggio dalla società liberale, alla società aperta, a una nuova società postmoderna presenta forti contraddizioni e incognite in relazione al lento declino di una civiltà e di un mondo cosiddetto libero. Molti autori parlano di un degrado sociale, culturale e morale e dunque di un “nuovo disordine mondiale” (Gaggi), poiché la nostra epoca è segnata dalle minacce alla solidità di un ordine mondiale che ha creato pace e benessere. Affiora una confusa condizione esistenziale globale che risulta frammentata, schizofrenica, patologica, anche per il prevalere della “forza persuasiva irrazionale” sui fatti, sino a confondere verità, finzioni e menzogne (postverità).

L’America come specchio della crisi

È all’America che dobbiamo guardare per capire le patologie, i drammi e le sciagure di questo mondo insicuro e disperato.

La “Terra promessa”, terra di sogni, promesse e speranze, mostra una drammatica sofferenza per i tormenti dovuti a una società ferita dall’enorme abuso di droga, alcol, violenza e suicidi, con i suoi 52 mila morti di overdose, le masse di giovani che entrano ed escono dalle carceri, il declino dell’istruzione, dell’educazione e della cultura.

Il sogno americano che annuncia un nuovo, luminoso, inarrestabile progresso per creare, secondo Fukuyama, la felicità, il paradiso in terra, il regno di Dio e la seconda venuta di Cristo (Rauschenbusch) si dimostra irrealizzabile. Così come non sono “acquisiti e ineluttabili” i progressi della società aperta teorizzata da Karl Popper. Quando questo sogno diventa irrealizzabile subentra la “morte della disperazione”, la ricerca di “inferni artificiali” e di “falsi infiniti” (Benedetto XVI) e, per molti, il fascino per la dissoluzione che attraversa la più potente e fiorente democrazia della storia. Sono dunque tempi bui che coinvolgono non solo gli Usa, ma anche l’Occidente e il mondo intero.

Domande frequenti

Che cosa significa “crisi antropologica”?

Indica una profonda crisi che è insieme sociale, politica, economica e morale e che coinvolge tanto l’individuo quanto il mondo globale. La sua diagnosi comprende un ampio spettro di segni e sintomi: disagio, mal di vivere, crisi di identità, deterioramento dei legami socio-familiari e perdita di uno scopo.

Qual è, secondo il testo, il pericolo maggiore per l’umanità?

Il pericolo maggiore sembra essere l’uomo stesso: pur imparando a controllare la natura, non è ancora riuscito a dominare la propria natura distruttiva e autodistruttiva, con le sue pulsioni e mete omicide.

Che ruolo hanno i social network in questa lettura?

Secondo alcuni lavori citati, i social network, piuttosto che farci sentire connessi, contribuiscono alla solitudine, all’ansia e alla disperazione, riducendo la percezione del benessere soggettivo e accrescendo la percezione negativa della propria vita e delle interazioni interpersonali.

Perché si parla di “nuovo disordine mondiale”?

Perché diversi autori leggono l’epoca attuale come un degrado sociale, culturale e morale, segnato dalle minacce alla solidità di un ordine mondiale che aveva creato pace e benessere, e dal prevalere della “forza persuasiva irrazionale” sui fatti, fino alla postverità.

La diagnosi tracciata è quella di un declino che intreccia crisi antropologica, sociale, politica ed economica: l’uomo controlla la natura ma non la propria aggressività, mentre democrazia in affanno, social network e postverità alimentano un “nuovo disordine mondiale” di cui l’America diventa lo specchio più drammatico.
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