Musica e medicina

Nell’Aula Magna del conservatorio di Lugano ha recentemente avuto luogo un prestigioso simposio sui rapporti fra medicina e musica volto ad approfondire la relazione fra neurobiologia e pratica musicale. In collaborazione con il Neurocentro della Svizzera italiana, la Fondazione Neuroscienze Ticino e la Fondazione Eccles, il Conservatorio della Svizzera italiana ha ospitato alcune fra le personalità internazionali più illuminate in materia di musica e neuroscienze.

Al centro degli argomenti del simposio, intervallati da incantevoli esecuzioni musicali degli allievi del Conservatorio, era il tema della prevenzione per il benessere del musicista – una questione che ha recentemente destato l’interesse della comunità neuroscientifica e dei docenti nei conservatori, in direzione di una didattica musicale che si preoccupi non solo di mettere a frutto il talento dei propri allievi ma che ne promuova il benessere e la salute mentale, nella prevenzione di disturbi importanti come la “distonia focale” ed altre patologie.

locandina neurobiologia e pratica musicale

“Danza della gru” e neuroplasticità cerebrale

Ad aprire i lavori è stato il Direttore medico e scientifico del Neurocentro della Svizzera Italiana EOC, Alain Kaelin (Ordinario Università della Svizzera Italiana USI, Membro del Consiglio di Fondazione John Eccles) che ha introdotto i lavori evidenziando l’importanza della plasticità cerebrale nel musicista e la necessità di affidarsi – nei casi di distonia focale – a cure neurologiche adeguate rispetto a quei disturbi riguardanti il “cervello che suona”. Qualche accenno inoltre, è stato fatto al potere della musica in cui c’è un “cervello che ascolta” rispetto a patologie come il Parkinson e alla funzione terapeutica del ritmo – un esempio è il suo nuovo progetto definito “la danza della gru”, supportato scientificamente dalle più recenti teorie neuromusicologiche inerenti al potere dopaminergico della musica. Ed è intorno ai rapporti fra musica e cervello che il resto dei relatori ha esposto le proprie argomentazioni, ovvero, riguardanti quelle patologie in cui il rapporto fra musica e neuroplasticità cerebrale è oggetto di studi scientifici attraverso la tecnica del neuroimaging.

Uno dei pionieri e massimi esperti nel campo, Lutz Jaencke, era presente al convegno in qualità di Direttore del Dipartimento di Psicologia e neuropsicologia Università di Zurigo intrattenendo la platea con un intervento estremamente denso e articolato sui rapporti fra neuroplasticità  e cervello musicale. La sua dissertazione prende le mosse dalla tesi per cui non esiste un cervello umano che morfologicamente e anatomicamente sia uguale all’altro, nel senso che anche in due cervelli di gemelli monozigoti – e dunque geneticamente similari – la loro morfologia con l’andare del tempo si modifica e risulta comunque diversa. Dunque, sottolinea Jaencke, «non sono solo i geni a influenzare la morfologia ma è soprattutto l’esperienza ad agire  sulla forma e sulla diversità di funzionalità cerebrale». Questa conclusione estremamente importante avvalora il concetto di “individualità neuroanatomica” del cervello umano e comporta che il punto di partenza di una ricerca attuale in tale campo – orientata dunque, verso un progetto di umanizzazione – debba considerare il cervello umano nella sua specificità – sia da un punto di vista neurofisiologico che rispetto a quel bagaglio di esperienze soggettive che rendono un individuo tale nella sua unicità.

Nella prima parte della sua relazione, il neuroscienziato ha evidenziato tale differenza a partire da osservazioni su musicisti e non musicisti rispetto alle caratteristiche morfologiche del cervello e allo sviluppo della connettività cerebrale, laddove per esempio, nei musicisti la parte anteriore del corpo calloso è più sviluppata in coloro che iniziano a studiare musica prima dei sette anni; così come la corteccia uditiva secondaria è quattro volte più grande nei musicisti con l’orecchio assoluto rispetto a coloro con orecchio relativo. Per riferirsi poi, alla parte neuromotoria che nei musicisti è naturalmente più sviluppata – relativamente al controllo delle mani, delle labbra ecc. – rispetto ai non-musicisti. La questione della specificità cerebrale rispetto alla sua singolarità che riguarda ogni individuo diverso dall’altro, chiama poi in causa un altro aspetto riguardante le funzioni “inconsce” della musica.

La questione in oggetto è la seguente: esiste una sorta di trasferimento della competenza musicale (a music expertisetransfert[1]) ad altre funzioni cerebrali come il linguaggio e la memoria di lavoro? La risposta è positiva: in fondo si potrebbe rilevare che già le osservazioni degli effetti sorprendenti della terapia dell’intonazione melodica – su pazienti che avevano perso l’uso del linguaggio dopo una lesione cerebrale – testimoniavano l’esistenza di un nesso funzionale e inconscio fra musica e linguaggio. Ma ovviamente, ne mancava la dimostrazione scientifica e la tecnica che ha decretato la validità di tale nesso è quella della “negatività da discordanza” (missmatch negativity) o MMN.  Si tratta di una componente dell’onda generata da un qualsiasi evento-correlato grazie alla quale è possibile monitorare quei processi inconsapevoli e preattentivi che stanno avvenendo nella corteccia uditiva nel momento in cui un soggetto, sottoposto a uno stimolo uditivo – per es. suoni ripetuti in sequenza rispetto a un suono deviante casuale – ha unarisposta MMN a prescindere dal fatto che il soggetto presti o meno attenzione alla sequenza. Un’esposizione quella di Jaencke, che ha consentito di porre le basi neuroscientifiche del fenomeno musicale rispetto ai suoi aspetti cognitivi e di fondare teoricamente l’aspetto di prevenzione di alcune patologie che possono compromettere la salute del musicista fino a decretarne, in certi casi, la fine della carriera.

Alla fondazione Eccles: filosofia, scienza e musica

Vi è infatti, una lista infinita nella storia di grandi musicisti che hanno sofferto di gravi patologie cerebrali, illustrate in modo illuminante e raffinato Claudio Bassetti (Direttore clinico di Neurologia Inselspital, Vicedecano facoltà di Medicina dell’Università di Berna) che ha focalizzato il suo intervento su alcune fra le patografie più eclatanti di musicisti come Ravel, Smetana e Shostakovich. Prendendo le mosse dal pensiero filosofico di Leibniz che rintraccia un nesso profondo fra la musica e la natura, Bassetti si inserisce nel vivo della tradizione della Fondazione Eccles di cui è presidente, rispetto a un modo di fare ricerca scientifica che non prescinda mai dai fondamenti del pensiero filosofico.

In tal senso, la modalità di esposizione delle sue patografie si apre sempre con un brano musicale, quasi a indicare che oltre all’aspetto oggettivo del fenomeno “musica”, vi è sempre un lato ineffabile dei suoni che non può essere definitivamente imbrigliato in categorie meramente scientifiche. Al centro dell’impostazione teorica del simposio di Lugano è stata infatti, la filosofia della Fondazione Eccles con il coordinamento della splendida giornata a cura di Lara Ambrosetti, dove il focussul rapporto mente-cervello-musica è stato affrontato alla luce del concetto di “umanizzazione”.  In tal senso, la musica è originaria nell’uomo e coinvolge molte reti neurali implicando varie regioni del cervello: essa è più forte del linguaggio perché laddove vi è un danno cerebrale la musica può persistere e consentire al linguaggio di riaffiorare. Ecco che il fenomeno del “fare musica” non è stato solo spiegato dal punto di vista cognitivo e neuroanatomico ma anche rispetto a quella sfera soggettiva ed esistenziale in cui il fenomeno musicale si attua, coinvolgendo il contesto emotivo in cui essa viene ascoltata e prodotta.

Ravel, Smetana e Shostakovich: la musica è oltre le patologie

In tal senso, l’intervento di Bassetti non è stato percepito come “classicamente neurologico”, poiché nelle patografie musicali da lui indagate, era sempre la medicina ad asservire la musica e mai il contrario.

Nei racconti dei tre grandi compositori, accostati sempre a quelli dei pazienti musicisti, – pur supportati dalla precisione di un’analisi neurologica ineccepibile – è emerso il rispetto nei confronti delle loro storie di soggetti di fronte al mistero della musica, soprattutto in quei casi in cui danno cerebrale e attività musicale si trovano addirittura a convivere. Un esempio ne è il grande Ravel che compone il Boleroe il famoso Concerto per mano sinistra in Re Maggiore, nell’ultimo periodo della sua vita, quasi completamente afasico ma mantenendo intatta la capacità di riconoscere con lucida precisione, le note delle sue composizioni. Allo stesso modo, il poema sinfonico La Moldavae il componimento Il muro del diavolo, vennero composti da Smetana nella fase terziaria della neurosifilide. In tutti i casi analizzati da Bassetti è dunque interessante notare l’accostamento fra musica e patologia, laddove comunque, il ruolo della musica è stato sempre l’ultimo superstite nella malattia, sia rispetto alla mancanza di parola (l’afasia di Ravel), che nella più assoluta sordità (Smetana) nonché nei casi di totale mancanza di movimento come per Schostakovich che pur soffrendo di sclerosi laterale amiotrofica, continuò comunque, a comporre nella totale paralisi.

Distonia musicale: un disturbo spesso sottovalutato

Infine, una delle patologie più frequenti nei musicisti ma non ultima in odine di importanza, è la distonia focale o funzionale, un disturbo del controllo motorio che colpisce molti concertisti.  Viene spesso snobbato o sottovalutato perché i suoi sintomi si manifestano inizialmente in maniera subdola. Definita anche come“crampo del musicista”, è una patologia molto frequente di cui soffrono soprattutto i musicisti professionisti e che dovrebbe essere prevenuta in tempo. A parlarne al simposio è Eckard Altenmüller (Professore di fisiologia e di medicina della musica, Direttore Istituto di fisiologia e medicina della musica presso la Hochschule für Musik Hannover) uno dei più grandi studiosi di questo problema a livello internazionale, che oltre ad essere specializzato in neurologia è anche flautista e pianista. Altenmüller si sofferma dapprima sull’eccesso di perfezionismo tipico del musicista e sugli aspetti emotivi che neurologicamente comportano stress psicofisico per il concertista in pubblico, per poi affrontare quegli aspetti del dolore cronico che riguardano il disturbo della distonia focale.

Egli afferma: «Si presenta come un difetto di controllo motorio dei gesti complessi ottenuti da un allenamento e da un perfezionamento molto intensi. I sintomi sono diversi: la perdita sottile del controllo dei passaggi rapidi, l’arrotolamento delle dita, la mancanza di precisione nell’allargamento delle dita negli strumentisti a fiato; irregolarità dei trilli, o le dita incollate sulla tastiera, flessione involontaria del pollice che tiene l’archetto negli strumentisti ad arco; difetti nell’imboccatura nei fiati e negli ottoni». Per i ricercatori la distonia solleva numerose questioni. Non si sa se questa patologia è dovuta ad una disfunzione dei gangli basali o della corteccia sensorio-motrice. Si tratta comunque, di un disturbo sottovalutato perché all’inizioviene scambiato per un problema tecnico e in genere, chi suona è portato a pensare che il difetto di precisione nel movimento sia dovuto a una mancanza di allenamento.

L’effetto “Penelope”

Si innesca così  un circolo vizioso: da un lato il cervello non ha più il controllo sul movimento e dall’altro, la mente si accanisce ossessivamente a ripetere il passaggio, nel vano intento di perfezionarlo ma con un esito peggiorativo. In molti casi, il perfezionismo diventa il baluardo estetico dietro al quale il musicista – ignaro del disturbo – può nascondere il proprio disagio ma si tratta di un espediente mentale che verrà presto smascherato dall’effettiva perdita del controllo motorio. Al proposito, Altenmüller parla di effetto “Penelope” accostando l’eccesso di perfezione del musicista all’arte di Penelope che, di notte, distruggeva la tela tessuta di giorno. Ecco perché, sarebbe importante smettere di praticare al momento giusto, altrimenti ciò che si è costruito faticosamente, può essere distrutto. A certi livelli avanzati della malattia, il controllo neuromotorio viene purtroppo, compromesso e non esiste un vero e proprio trattamento. Ogni caso è a sé poiché ha una propria storia che varia da soggetto a soggetto. Ecco perché oltre alle tecniche Feldenkreis e Alexander, agli interventi neurologici, e agli interventi chirurgici, Altenmüller propone un modellodi prevenzione e di cura che agisca su più fronti.

“Suonare con dolore”…

Durante il suo intervento, Altenmüller insiste molto sulla protezione del talento musicale, proponendo un trattamento di prevenzione del dolore orientato a una pratica dello strumento musicale che sia “consapevole” – nella messa a punto di strategie psico-fisiche per l’abilità motoria e per il comportamento, finalizzate a gestire lo stress nei confronti dello strumento musicale; così come, nei casi più avanzati si rende necessario un modello biopsicosociale di intervento che, nel trattamento del dolore acuto, possa interrompere il circolo vizioso fra dolore e tensione muscolare non solo attraverso una fisioterapia riabilitativa – ormai inefficace a certi livelli di infiammazione muscolare – ma grazie a una rieducazione neuromotoria accostata a una terapia farmacologica e psicologica. Si tratta neurofisiologicamente, «di una violazione del sovrautilizzo motorio. Sempre più il dolore crea paura nel soggetto e ciò porta a creare una memoria del dolore nella corteccia cerebrale».

Si potrebbe anche affermare, in termini psicoanalitici che, nel musicista ancora inconsapevole della gravità del disturbo, la paura di non riuscire a “svolgere quel passaggio perfettamente” viene percepita inconsciamente come una minaccia di fallimento che possa decretare la fine della carriera – molto spesso già compromessa dall’eccesso di esercizio – e l’associazione inconscia che si produce – ovvero, “suonare con dolore” – può diventare per il musicista, il leitmotiv sul quale impostare il proprio stile di studio “severo” dello strumento. Una tentazione estetica per molti artisti, dietro al cui perfezionismo si cela il timore dell’errore, e diverse questioni legate al narcisismo.

Un modello olistico per la “cura”

In tal senso, la proposta di Altenmüller si inserisce in un filone contemporaneo della “cura” che vede, all’interno di un modello olistico, le neuroscienze in dialogo con le discipline umanistiche, laddove la neurofisiologia e l’indagine psicologica possano procedere di pari passo, nell’elaborazione di quel perfezionismo maniacale che vede la soggettività posizionata al centro di un paradosso: dall’eccesso di controllo, alla sua più totale perdita.Sono infatti frequenti e ancora poco noti, i casi di quei musicisti condotti alla disperazione da una patologia le cui cause neurologiche sono spesso camuffate da “problemi tecnici” quando invece, a provocarne i primi disturbi sono – oltre alle cattive impostazioni didattiche – l’atteggiamento fisico e mentale verso il proprio strumento musicale. Ecco perché articolare analiticamente il desiderio di “fare musica” si rivela fondamentale per un musicista che dedica la propria vita ad uno strumento. Il significante “strumento” deve essere allora, in grado di veicolare la gioia di suonare senza che il soggetto-musicista ne sia “strumentalizzato”. Se è vero che attraverso lo “strumento”, il musicista diviene un tramite per la Musica che si esprime attraverso di lui, ciò non significa che chi suona debba asservirsi alla musica al punto da farsi “strumentalizzare” dal proprio “strumento”. Un nodo dell’inconscio che mette in scena questioni appartenenti alla storia del soggetto dove spesso, possono celarsi racconti di vita impostati su un falso sé piuttosto che romanzi familiari inelaborati. L’eccesso di severità nella perfezione dell’esecuzione, alimentato dalle interminabili ore di studio dedicate allo strumento, possono in alcuni casi, diventare motivo di allontanamento dalla vita sociale e compromettere alcuni aspetti esistenziali del soggetto ormai totalmente assorbito dalla pratica musicale quotidiana.

Nel desiderio e nella gioia di “fare musica”…

Fortunatamente, nell’ambito preventivo della distonia musicale e di altri “mali oscuri” del musicista , si sta recentemente inaugurando un filone di formazione per i musicisti che includa la possibilità di vivere la musica in maniera consapevole. Sono state così elaborate alcune strategie psico-didattiche come per esempio, alcuni protocolli psicopatologici della Mindfulness,piuttosto che modelli didattici sul desiderio di “fare musica e star bene” presenti da qualche anno al Conservatorio di Milano, che possano offrire la possibilità di svelare nel racconto del soggetto, i fantasmi inconsci non elaborati e gli aspetti gioiosi del “fare musica”. Altri insegnamenti come la Neuromusicologia – ormai attivata come disciplina in qualche conservatorio e in diverse università italiane – orientano sia il musicista che il musicoterapeuta, verso una formazione che includa le neuroscienze cognitive della musica in relazione alla creatività inconscia e al potenziale ancora inesplorato della musica.

In questa direzione sta andando anche il Conservatorio di Lugano che con un simposio di altissimo livello ha dimostrato estrema apertura al tema della neurobiologia e della pratica musicale. Il direttore Cristoph Brenner insieme ad Anna Modesti – Docente di violino ed esperta di neuroscienze – hanno infine concluso il pomeriggio intrattenendo l’uditorio con una didattica musicale che non possa prescindere da una formazione neuroscientifica. La messa in opera dei loro intenti è stata così testimoniata, nel corso del simposio, dalle performance musicali degli allievi del conservatorio, le cui esecuzioni hanno saputo trasmettere all’ascolto degli uditori, la sensibilità e il talento di un poetico in-canto, nel più vivo desiderio del “fare musica”.

(foto Xilofono)

[1]Riporto qui la terminologia utilizzata da Lutz Jaencke nel suo intervento esposto interamente in lingua inglese.

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