La Terapia Psicosintetica include vari stadi, non conseguenti tra loro, ma che spesso durante il corso della cura procedono contemporaneamente.
Una prima fase della psicoterapia psicosintetica è la “conoscenza integrale della personalità del malato”.
Il primo passo è la conoscenza della parte cosciente della personalità, un possibile inventario del cosciente che va fino alle sfere inconsce.
L’indagine dell’inconscio non si limita alla scoperta del inconscio inferiore, ma indaga anche l’inconscio superiore: da cui è possibile scoprire gli elementi superiori dell’animo e le vere vocazioni.
n secondo aspetto della Psicosintesi è il controllo dei vari elementi che compongono la personalità, una possibile via per il dominio di questi aspetti è “l’oggettivare” guardandoli dall’ alto.
Assagioli afferma: “Noi siamo dominati da tutto quello con cui il nostro Io si identifica. Noi possiamo dominare tutto quello da cui ci disidentifichiamo” .
Una terza fase consta nella realizzazione di Sé: scoprendo o creando un centro unificatore.
Formalizzando il proprio modello ideale da attuare, la persona acquisisce chiara coscienza di sé, crea la migliore immagine di se stesso.

La  Psicosintesi  ha  sempre  posto in  primo  piano l’uomo.

Soprattutto  nel  periodo  in cui  la  Psicosintesi  nasceva  per  opera del  Dott.  Assagioli,  l’attenzione  era  rivolta  agli effetti  morbosi  e  sintomatologici  dei disturbi.

Progressivamente  l’attenzione  fu spostata  dalla  malattia ai  malati,  accentuando  come  gli stessi  quadri  morbosi  abbiano  significati  e  decorsi  diversi.

Assagioli  affermò  che  il  metodo  psicoanalitico  non  è  sempre  il più adatto ,  considerando  casi in cui il disaggio,  non  proviene  solo  traumi  o conflitti inconsci  o  con l’ambiente  circostante,  ma  da  crisi  esistenziali  che inficiano  profondamente  il  significato  e  scopo  della vita  generale  e  individuale.

Assagioli  osservo  come spesso  non  chi  vive  questi  travagli  non  è consapevole  della  profondità del  suo male,  ma  solo  attraverso  il  processo  di cura  la  persona  ne  diviene  consapevole,  avendo  poi  possibilità  di  risoluzione.

La  Terapia  Psicosintetica   include  vari  stadi,  non conseguenti tra  loro, ma che spesso  durante  il corso  della  cura  procedono  contemporaneamente.

Una  prima  fase della psicoterapia psicosintetica  è  la  “conoscenza  integrale  della  personalità del malato”.

Il primo  passo  è  la  conoscenza  della  parte  cosciente  della  personalità,  un possibile  inventario  del  cosciente  che va  fino  alle  sfere  inconsce.

L’indagine  dell’inconscio  non si  limita  alla  scoperta  del  inconscio inferiore,  ma  indaga  anche  l’inconscio  superiore:  da  cui  è  possibile  scoprire  gli  elementi  superiori  dell’animo  e  le  vere  vocazioni.

Un secondo  aspetto  della  Psicosintesi  è  il  controllo  dei  vari  elementi  che  compongono  la  personalità,  una  possibile  via  per  il  dominio  di  questi  aspetti  è  “l’oggettivare”  guardandoli  dall’alto.

Assagioli  afferma:  “Noi  siamo  dominati  da tutto  quello  con  cui  il nostro  Io  si  identifica.  Noi  possiamo  dominare  tutto  quello  da  cui  ci  disidentifichiamo” .

Una  terza  fase  consta  nella  realizzazione  di  Sé:  scoprendo  o  creando  un  centro  unificatore.

Formalizzando  il  proprio modello  ideale  da  attuare, la  persona  acquisisce chiara  coscienza  di  sé, crea  la  migliore  immagine  di se  stesso.

Uno  stadio   successivo  è  la  ricostruzione  della  personalità,  la  quale  si  attua  in vari  tempi.

Le energie  sia  fisiche che mentali   possono  essere  incanalate  per  scopi e  nella  loro  espressione  verso scopi  utili  e  fecondi.

Ciò  può  richiedere  la  trasmutazione  e  la sublimazioni  di energie  sessuali  affettive  o  aggressive.

Una personalità  il  più  possibile  integrata ed armonica  è  uno degli  scopi  di una  terapia  psicosintetica,  in questa  fase  è  contemplato  “lo sviluppo  di  elementi  deficienti”   attraverso  varie  tecniche.

In  concomitanza  alla  formazione di  una  personalità  maggiormente  integrata  è  da  sviluppare  una  coordinazione  e subordinazione dei vari elementi fisico psico spirituali  in una  giusta  gerarchia  di valori.

L’efficacia  della  psicoterapia  è  comprovata;  Kandel  afferma:  “l’esperienza  modifica  l’espressione  genica;  l’apprendimento  modifica le  connessioni  neuronali;  la  psicoterapia modifica  l’espressione  genica”.

Nella  moltitudine  di  psicoterapie  oggi  esistenti, ciò che  accomuna  tutte  è  la  relazione  terapeutica  e  l’importanza  datagli  nel  processo  terapeutico.

La  relazione  terapeutica  è  un  elemento  fondamentale  per  ogni  forma  di  psicoterapia  e  ciò  è  stato  ampiamente  documentato  dalle  ricerche  eseguite  per  valutare  l’efficacia  delle  psicoterapie  e  sui  diversi  approcci.

Siracusano  considera  uno  dei  maggiori  fattori  predittivi  per  lo  svolgimento  di  una  buona  psicoterapia  è  la  formazione  di  un  buon  campo  terapeutico  e  la  qualità  della  relazione  terapeutica.

Alberti  considera  l’instaurazione  di  un rapporto  terapeutico  la  prima  e  principale  cura  di  ogni malessere  psichico  a  prescindere  dal  metodo usato:  “il solo  entrare in  relazione  con  l’altro  mina  il  nutrimento  da  cui  tra  energia  il  malessere:  la  solitudine”.

Moderni studi  di  neuroscienze  confermano  l’importanza  della  relazione  nello sviluppo  umano,  infatti  con  la  scoperta  dei neuroni  specchio  si  conferma  la  stretta  interrelazione  tra  psiche  e soma.

Gallese  e  Migone  considerano  innata  la  capacità  dell’uomo  di  imitare ed  apprendere  gli stati  di  altre  persone, ma  affinché  questa  capacità  si  sviluppi  ed  esprima  occorre  che  l’infante  sperimenti  un  soddisfacente  rispecchiamento  da  chi  ha  il  compito del  suo  accudimento.

Lo sviluppo  del sistema  specchio  prende  origine  dal  continuo e  reciproco  interagire  tra  madre  e  bambino.

Un rispecchiamento  adeguato  della  madre  è  indispensabile:  non  solo  per  lo sviluppo  della  capacità  di imitazione,  ma  anche  per  il  successivo  sviluppo  della  mentalizzazione.

Le  cure  che la  madre  rivolge  al  suo  bambino  attivano  in  lui  affetti  ed  emozioni  che  saranno  sedimentate  nella  memoria.

La  relazione  è  un elemento  essenziale  per  la  maturazione  della  capacita innata  dell’apprendere  e dell’imitare,  la  continuità  della  relazione  madre-bambino  è  indispensabile  per  la maturazione  celebrale  sin  dai  primi  momenti  di vita.

Nell’interazione  madre  bambino,  il bambino  attraverso  la  sintonizzazione  che  si esprime  nel  legame da  spazio  alla  capacità  imitativa  e  di  apprendimento  riproducendo  il  comportamento  e  le  espressioni  della  madre.

Lo stesso  linguaggio  è  appreso  dall’imitazione  dei  movimenti  della  bocca  e  lingua  degli  adulti,  grazie  all’attivazione  dei  neuroni  specchio.

Le  relazioni  interpersonali  svolgono  un ruolo  di  primo  piano  nello  sviluppo  delle  strutture  celebrali.

La  plasticità  neuronale consente  lo  sviluppo  di  nuove  connessioni  sinaptiche  per  tutto  il ciclo  di  vita,  favorendo  anche  una  graduale  trasformazione  della  personalità  nel  corso  della  psicoterapia.

La  continua  attivazione  dei  neuroni  specchio  nel corso  di una  terapia  consente  al paziente  di  osservare  e  vivere  anche  a  livello organico  la  persona  che  ha davanti.

La  psicoterapia  è  anche  esperienza  di  apprendimento  favorendo  cambiamenti  nei  circuiti  sinaptici:  consentendo  la creazioni  di nuovi  patter  e  il  conseguente  indebolimento  di  reti  associative  attivate  da  anni.

La  relazione  terapeutica  in  Psicosintesi

Le  ricerche  degli ultimi  anni  sulla  psicoterapia  hanno  indirizzato attenzione  sul  contesto  relazionale  e  intersoggettivo  del  processo  terapeutico.

L’incontro terapeutico  in  psicosintesi  e  l’oggetto  del  processo  psicosintetico  è  nell’incontro  tra  Sé.

Assagioli  indica  che  nell’incontro  con  il paziente  e nel  relazionarsi ad  esso occorre  vederlo  come un Sé  in via di espressione.

L’entrare  in contatto  con  il  Sé  dell’uomo  è  l’opportunità  di contattare  il  potenziale  sano  di  ogni  individuo  stimolando  la  sua  parte migliore come  possibile centro  di  consapevolezza  e  volontà:  ‘cercando  la sua  essenza:  riconoscendolo,  salutandolo  e  affermandolo.

L’entrare  in contatto  con    l’altro  come  Sé  e  ciò  che  contraddistingue  la  relazione  terapeutica  in psicosintesi.

Tallerini   distingue  tra  relazione terapeutica  e  rapporto terapeutico.

Il  rapporto  terapeutico  si  sviluppa  in  orizzontalità, mentre  la  relazione si  sviluppa  in  verticalità,  intendendo  ipotizzare  una  sopra elevazione  dal  setting  e  quindi  una  tridimensionalità  del  rapporto terapeutico,  ossia:  ‘l’esperienza  di  un  centro  unificatore  elevato  che  possa  permettere  al  terapeuta  e  al  paziente  di  osservarsi,  dominare  e dirigere  le  energie  che  si  sviluppano  nella  relazione  oltre  le  limitanti  maschere’.

Il  rapporto  terapeutico  comprende  anche delle  regole  precise,  esplicitate  nel  contratto  terapeutico.

Il  chiarire  regole  e  condotte  che  contraddistinguono  il  rapporto  terapeutico  rende  il  legame oggettivo  e  lo definisce.

L’adesione  e  il riconoscimento  di ruoli  e  regole  perseguendo  scopi  aderenti  la realtà  sono  i  requisiti  necessari  per  lo  svolgimento del  lavoro  terapeutico.

Il  rapporto  si  sviluppa dell’interazione  tra  diritto  dell’Io-centro di coscienza  e  le funzioni periferiche della  struttura  di  personalità;  la  relazione è: “ risultante  reale  e  sintesi  parziale  fra  costante  processo  di autoformazione  del terapeuta  e  processo  dinamico  di  cambiamento  evolutivo  o  terapeutico  del  paziente”.

Assagioli  specifica  che la  visone  psicosintetica  della  relazione  terapeutica: ‘è  cosciente  e  pianificata  ricre-azione  della  personalità  mediante  la  cooperazione  e l’azione comune  del paziente  e   del psicoterapeuta’.

La  dinamica  psicosintetica  della  relazione  non riguarda  solo il paziente: il  cambiamento evolutivo  del  paziente portato avanti  dal  terapeuta, quale  guida  e  coordinatore  del lavoro di analisi  e  sintesi  conduce  ad  un processo di  trasformazione  il  terapeuta stesso.

Il terapeuta  psicosintetista  non  punta  nel  suo lavoro  a  preconcette  e  rassicuranti  risposte,  dà  rilievo  allo  sforzo,  concentrandosi  sulla  variabilità  dell’essere  umano:  prende atto  della  complessità  umana.

Assagioli  ammonisce  che  nessuna  crescita  è  reale  se  limitata  all’ambito  individuale,  sane  relazioni  interpersonali  sono  stimolo  per  l’evoluzione  personale.

Non  esiste  terapia  funzionale  che  non  sia  frutto  di  autentica  e  sincera  interazione  creativa  nella  relazione  con  un  soggetto  sofferente,  capace  di  cogliere  gli  aspetti  di  personalità  migliori  nella  sua  espressione  e  superiori  trans personali,  dando  l’opportunità  all’interno  della  cornice  relazionale  di prendere  consapevolezza  degli aspetti  negativi,  iniziando  a  considerare  l’esperienza  di  sofferenza  momento  dello  sviluppo  evolutivo,  un  passaggio  necessario  e  un’occasione  per  sanificare.

La  dialettica  dello sviluppo  non  prosegue  verso  certezze,  ma  sintesi  parziali.

Lo  svolgere  di  una  terapia  psicosintetica  prevede  fasi  analitiche, come  suggerito  da Assagioli  attraverso  analisi  frazionate.

Il  soggetto  analizza  la  propria  vita emotiva  e  mentale,  ciò  consente  la  possibilità  di  distanziare  il  soggetto  osservante,  il  Sé,  dagli  “oggetti  osservati”.

Distanziandosi  dagli  oggetti  osservati  si  crea  l’occasione  di  una  sintesi  della  personalità  in  un  punto  più  centrato.

Attraverso  l’analisi,  la  presa  di  conoscenza  e  superamento,  opera  la  sintesi:  ossia  auto  identificazione.

Il percorso  sembra  svolgersi  in  frammentazioni  dell’Io  individuale  per  opera  delle  analisi  per  poi  ri-sintetizzarsi  per  compiere  degli  accrescimenti  esistenziali.

È  un  procedere  dal  centro  alla  periferia  e  dalla  periferia  al centro  in  un  continuo  scambio  e  movimento  energetico.

Tale  scambio  e  movimento  anima  la  relazione  terapeutica,  rendendola  spazio  vitale  da  cui  trarre  influssi : il terapeuta  per  lo svolgere  della  propria  auto  formazione,  il  paziente per  animare  l’impulso  progressivo  evolutivo  che  conduce ad  una  maggiore  armonizzazione  della  personalità.

La  concezione  integrale  e  dinamica  propria  della  psicosintesi,  bio-psico-spirituale,  identifica  nell’uomo  molteplicità,  spingendo  ad  un  centro  unificatore,  che opera  azioni  di  sintesi  avvicinando  sempre  più  il  soggetto  a  realizzazioni  di  Sé  più   evolute.

La  relazione  terapeutica,  cosi  come  concepita  in  Psicosintesi,  non  va  di pari  passo  con  ciò  che  è  chiamato  il  rapporto  terapeutico  nella  specificità  terapeutica.

Il  legame  terapeutico  crea  i  suoi  rapporti  interpersonali,  creati  spontaneamente  in ogni interazione  e  modellati  sulla  tecnica  e  il  particolare  contesto  terapeutico.

Ogni  momento  terapeutico  o  vissuto  propone  una  determinata  immagine  del mondo  psichico  e  ciò  dispone  verso  una  immagine  dell’uomo  più  o meno  ampia  dando  luogo  ad  atteggiamenti  tecnici  e  vissuti  di  rapporti  particolari.

Il paziente  sottratto  ad  una  visione  rigida   e  stereotipata  e  predisposto  all’incontro  tra  le parti che  lo  animano,  riscopre  nel  rapporto  terapeutico  il  pieno  valore  della  propria  individualità.

Le  fasi  del  processo  terapeutico

Nel  1966  il  dottore  Assagioli  scrive: ‘nella  psicosintesi  il  problema  del  creare  giusti  rapporti  tra  il paziente  e  il terapeuta  è reso  più  facile  –  o  vogliamo  dire,  meno   difficile –  dal fatto  che  il  terapeuta  non  soltanto  indica   e  propone  al malato, come  fa  Jung,  la  meta  della  sua  “individuazione”;  ma  fin  da  principio  lo  incita  e  lo  allena  ad usare  metodi  adattivi  per  l’acquisto  di  una  sempre  più  chiara  auto coscienza,  per  lo  sviluppo  di  una  forte  volontà,  per  il  dominio  e  giusto  uso  delle  sue  energie  istintive,  emotive,  immaginative  e  mentali,  e  tutto  ciò  che  lo porta  alla  sua  indipendenza  dal  medico”.

Il  dottore  Assagioli  nella  variate  e  complessità  dei  rapporti  terapeutici, identifica  quattro  tipi  principali:  il  transfert,  la  situazione  terapeutica,  il  rapporto  umano  e  la  soluzione  del  rapporto.

Assagioli  puntualizza  come  le  fasi  del  rapporto  terapeutico,  ad  accezione  del  transfer, si  svolgano  spontaneamente  per l’azione  formatrice  e  sintetizzante  dei  simboli  che  emergono  dall’inconscio, cosi  come  identificato  da  Jung.

Ma  oltre  alla  tendenza  di  processi  spontanei  di  guarigione  e  la  funzione  integratrice  dei simboli,  azioni  di  cui  Assagioli contempla  l’efficacia;  nella  psicosintesi  questi  processi  possono  venire  favoriti  ed  efficacemente  aiutati  dalla  cooperazione  della  personalità  cosciente.

L’azione  favorente  è svolta  dal  ciò  che  costituisce  il  centro,  elemento  dinamico, o meglio  coscienza  di  Sé  quale  soggetto  consapevole  ed  attivo  e  per  la  sua  volontà.

Le  fasi  indicate  dal  dottore  Assagioli  non  si  susseguono  nel  corso  di   una  terapia,  ma  possono  procedere  in  parallelo.

Assagioli  definisce  il  transfert  come  la  ‘proiezione’  sul  terapeuta  degli  impulsi,  attaccamenti,  emozioni  del  bambino  verso  i  genitori.

La visone  di  Assagioli  sul  transfer  è molto  vicina  alla  concezione  di  Freud.

Freud  considera  il  transfert  il meccanismo  che  tende  a  riproporre  i  conflitti  originari  ad  essere  riprodotti  nella  relazione  terapeutica.

I fenomeni  transferenziali  consento  l’osservazione  diretta  dei  modelli  relazionali  del  paziente  all’interno  della  relazione  terapeutica.

Esistono  due  tipi  di  tranfert:  il  positivo  e  il  negativo.

Nel  transfert  positivo  sono  trasferiti  sentimenti  positivi  sul  terapeuta; mentre  nel  transfert  negativo  sono  proiettati  sentimenti  negativi.

Assagioli  ricorda  che  tali  proiezioni  vanno  analizzate  e  dissolte,  ciò  consente  di  instaurare  una  relazione  tra  paziente  e  terapeuta  maggiormente  orientata  alla  realtà.

Nella  relazione  terapeutica  Alberti  include  altri  processi  inconsci  che  intervengono  nella  relazione  terapeutica.

Oltre  il  transfer  aspetti  permeanti  della   relazione  terapeutica  sono:  il  controtransfert,  identificazione  e  contro identificazione  proiettiva,  identificazione simbiotica  e  i  processi  osmotici.

Queste  fasi  non sono  sequenziali  possono  essere  considerate  dimensioni  relazionali  diverse  e  complementari,  possono  procedere  in  parallelo  e  intrecciarsi  le  une  alle  altre.

Il  controtransfert  è  la  reazione  emotiva  del  terapeuta  verso  il paziente,  comprende  sia  i  sentimenti  suscitati  nel  terapeuta  dal  paziente, che  gli  stati  emotivi  reattivi  e  secondari  al  transfert  del  paziente.

L’identificazione  e  la contro identificazione  proiettiva  consistono:  nel  disconoscimento  e  scissione  di aspetti  della  personalità  e  parti  identificate  dell’Io del  paziente,  proiettati  all’esterno  e  attribuiti  al  terapeuta.

Il  terapeuta  è  identificato  dal  paziente  con  gli  aspetti  proiettati,  c’è   una  identificazione  proiettiva.

Il  terapeuta  in risposta  alle  proiezioni  del  paziente  può  mettere  in  atto  un  processo  analogo  o  può  reagire,  rafforzando  i  propri  confini  attraverso  il  diniego  inconscio  dei  contenuti.

I contenuti  proiettati  non  sono  accolti,  ma  respinti  e  ri  proiettati  sul  paziente.

Il terapeuta  potrebbe, anche  risuonare  alle  proiezioni  del  paziente  identificandosi  inconsciamente  con  esse,  dando  luogo  a  contro  identificazione  proiettiva.

Il  convergere  dell’identificazione  proiettiva  del  paziente  e  del  terapeuta  può  condurre  all’ identificazione  simbiotica.

L’identificazione  simbiotica  determina  confusione  delle  due  identità,  fino  ad  una  fusione  inconscia  simbiotica.

Altro  processo  che  può  intercorrere  è  la  diffusione  osmotica.

La  diffusione  osmotica  è  un  processo  inconscio  di  trasmissione  di  contenuti.

Il  paziente  fa  emergere  oltre  i propri  confini  contenuti  energetici,  relativi  alla  sua  sofferenza  o  patologia.

I contenuti  aleggiano  negli  spazi  psichici dell’inconscio  collettivo:  giungendo  alla  psiche  del  terapeuta,  risuonando  in  esso  fino  a  farglieli  esperire  direttamente,  col  fine  di comunicare  al  terapeuta  il  proprio  dolore,  sentendosi  alleggeriti  da tale  peso  e  ottenendo  una  maggiore  comprensione  del  suo  disaggio.

Il  rapporto   specifico  è  creato  da  ciò  che  si  può  chiamare  la  situazione  terapeutica.

Il rapporto  specifico  non  è  una relazione  inconscia  e  fantasmatica,  legata  a  vissuti  del  passato,  ma  rappresenta  un  vero  legame  di  cooperazione  cosciente  e  volontario:  una  sorta  di  alleanza  di lavoro o  terapeutica.

Il  paziente  avendo  acquisito  consapevolezza  della  propria  sofferenza  e  dell’impossibilità  di risolverla  da  solo,  riconosce  il  bisogno  di  un  aiuto  esterno.

Il  terapeuta  si  pone  come la  figura  che  può  aiutare  il  paziente nella  propria  sofferenza,  diviene  un centro  di unificazione  esterno,  il  modello  ideale  di riferimento,  sostegno  e  guida  concreta.

Il  terapeuta  svolgerà  vari  ruoli  in base  ai  bisogni  reali del  paziente.

La  presenza  del  terapeuta  farà  sentire non  più  solo  il paziente  nella  sua  sofferenza.

La presenza del terapeuta  è  forte,  competente  e  amorevole;  ha  pieno  rispetto  dello  spazio  psichico  del  paziente,  non  dando  spazio  a  manipolazioni  coscienti  o  no.

Al  contempo  il terapeuta  svolge  sia  funzione  materna  e  paterna  per  il  paziente.

La  funzione  materna  del  terapeuta,  specie  nelle  fasi iniziali della  terapia,  fa  risuonare ed  evoca  nel paziente  la  capacità  di  empatia  e  amore  verso  di Sé,  in riflesso  all’accoglienza  ed  empatia  che  il  terapeuta  rivolge  ad esso.

L’atteggiamento  materno  del  terapeuta  consente  al  paziente  di  esperire  nel  corso  delle  sedute  un  attaccamento  sicuro;  è  visto  dal  terapeuta  come  unico  e  degno di  amore.

La relazione  amorevole  del  terapeuta  fa  sperimentare  al  paziente  ciò  che  spesso  non ha  sperimentato  nel  corso  del  suo  sviluppo,   facendogli  sperimentare  quell’attaccamento sicuro  indispensabile  per  una  costruzione  armonica  della  personalità.

La  funzione  paterna  spinge  il paziente  all’autonomia  e  alla  responsabilità.

Il  terapeuta  funge  da  vera  e  propria  guida,  anche  se  solo  per  un  periodo  transitorio.

Avrà  nel  proseguo  della  terapia  la  funzione  di  catalizzatore:  inspirando  nel  paziente  un  processo  analogo.

Il  ruolo  paterno  ha  il  compito  di  risvegliare  la  volontà  del  paziente.

Il paziente  interiorizza  la  funzione  del  terapeuta  costruendo  e  scoprendo  la  propria  guida  interiore.

Il terapeuta  dice  Assagioli diviene  un  “ponte  fra  l’ego  del  paziente  e  il  suo  Sé”, ciò  non  implica  sostituirsi  alle  manchevolezze  del  paziente,  ma  il  terapeuta  conoscendo meglio  gli  ostacoli della  crescita  e  i  suoi  impedimenti,  indirizza  e  incoraggia  la persona  a  conoscere i suoi  obbiettivi  possibili  e  a  comprendere  gli ostacoli  per il suo  divenire;  scegliendo  il suo  percorso  evolutivo.

La  specificità  della situazione  terapeutica avviene  non solo  a  livello  cosciente,  ma  nelle  dimensioni  inconsce  della  personalità  del  paziente  e  terapeuta e  nello  spazio  interpsichico  dell’inconscio  collettivo.

Nella  relazione  terapeutica  il  paziente  inserisce  i suoi  sentimenti  di  sofferenza  e  i suoi  elementi  di  patologia  che  ricercano  l’incontro  e  l’iterazione  ‘alchemica’  con  gli  elementi  curativi  immessi  nella  relazione  dal  terapeuta.

Nella  relazione  alchemica  che  si  crea  è  possibile  distinguere  vari  aspetti:  di  irradiazione,  di  proiezione  osmotica,  di  risonanza  archetipica,  di  risonanza  intersoggettiva,  di  assimilazione elaborazione  e integrazione,  di risonanza  universale,  di  restituzione  e  di  re-introiezione.

L’irradiazione  è  diffusione  di  energie  positive  ed  integrative,  che  si  irradia  dal  terapeuta.

La  sola  presenza  dell’altro  centrato  innesca  una  funzione  catalizzatrice  nel  paziente,  evocando  energie  evolutive  e  di  sintesi.

La  proiezione  osmotica  indica  la  maggiore  permeabilità del  paziente  con conseguente  emissione  di  contenuti  patogeni.

La  proiezione  di  contenuti  patogeni  può  risuonare  con  le  strutture  archetipiche  corrispondenti  dell’inconscio  collettivo  potendo  amplificarsi.

I  contenuti  trasmessi  dal  paziente  risuonano  nell’eco  del  terapeuta, risonanza  intersoggettiva,  ciò  è  facilitato  della  presenza  nel  terapeuta  di  analogie  e  corrispondenze  psichiche.

Il  terapeuta  accoglie  e  utilizza  i  contenuti  proiettati  del  paziente,  contenendoli  e  metabolizzandoli  e  curandoli.

La  risonanza  universale  è  l’azione  propria del  terapeuta  di  allargare  la  relazione  con  il  paziente  ad  un  terzo  fattore  la  vita.

Il  terapeuta  facendo cosi  evita  di  irrigidire  la  relazione  terapeutica  in contenuti  simbiotici  e  identificativi,  pone  se  e  la  sofferenza  del  paziente  in  legame  con  la  vita:  ‘un  canale  più  grande  che  trasforma  il  rapporto  terapeutico  in  un  tramite  per  il  passaggio  del  flusso  vitale  della  vita  universale’.

Nella  restituzione  il  terapeuta  restituisce  i  contenuti  proiettati  dal  paziente  ma  opportunamente  modificati.

Con  la  re-introiezione  il  paziente  ritrova  la  sua  sofferenza;  dopo  essere  ricevuta,  assimilata,  condivisa  con il terapeuta  e  messa  il  relazione  con  la  vita  stessa; modificata  e  trasformata  in  una  forma  assimilabile.

Il  rapporto  umano  che  si crea  nel  corso  di una  terapia  produce  interazioni  psicologiche  di  diversi  livelli  e  tipi.

Compito  del  terapeuta  è  mantenere  il  legame  creatosi  nei  limiti  terapeutici,  cercando  interazioni  di alto  livello:  riconoscendo  gli aspetti  positivi  e  dinamici,  resistendo  agli attaccamenti  e  pretese.

Assagioli  ammonisce che ciò  va fatto con  fermezza  e  con grande  tatto  e  benevolenza.

Il  passaggio  al  rapporto  umano  è  promotore  dell’autonomia,  indebolisce  la  tendenza all’appoggiarsi  ad  altri  e  di venire meno  alle  proprie  responsabilità.

Il  rapporto  umano  è  un rapporto  alla  pari,  il  ruolo  svolto  dal  terapeuta  di  guida  esterna  evoca  nel  paziente  la   sua  guida  interna.

Il  passaggio  finale  indicato  da  Assagioli è  la  soluzione  del  rapporto.

La  soluzione  del  rapporto  è  un momento  critico  che  va  gestito  con  grande  attenzione.

Sarebbe  auspicabile  che  avvenga  in  modo  graduale  e  insensibile.

La  fine  della  rapporto  terapeutico  non  implica  necessariamente  la  fine  della  relazione, che  può  evolvere  sotto  altre  forme.

La  relazione  terapeutica  ha  una  funzione  intermediaria  e  transitoria,  è  mezzo  per  il  raggiungimento  della  metà  della  psicoterapia.

La  fine  del  rapporto  terapeutico  non  sempre  coincide  con  la  fine  della  terapia.

La fine  prematura  della  terapia  può  avvenire  per  vari  motivi,  grossi  cambiamenti  nella  vita  del  paziente  o  del  terapeuta,  o molto  più  spesso  per  ostacoli  insorti  nel  corso  della  terapia. La  risoluzione  del  rapporto  terapeutico,  anche  se  prematuro  va  analizzato  con  il paziente: occorre  comprendere  i  motivi  per  cui  si  è  verificata  l’interruzione  prematura  della  terapia,  cercando  le  difficoltà  incorse;  cosi  da  restituire  al  paziente  una  lettura  realistica  di ciò  che  è  avvenuto  per  valutare  possibili  cure  alternative.

L’indirizzare  verso  altri  percorsi  terapeutici  è  consigliabile  anche  per  terapie  che  non sembrano  finire  mai.

Alcune  terapie  ristagnano,  nonostante  siano  stati  compiuti  buoni  passi  nel  percorso  terapeutico  non  sembra  esserci modo  per  proseguire  il  percorso,  pur  avendo  compiuto  una  accurata  analisi  degli  ostacoli  al proseguo  del  percorso  terapeutico.

In casi  del  genere  è  bene  considerare  la  fine  del  rapporto  terapeutico.

La  soluzione  del  rapporto  terapeutico  a  volte  è  molto  problematico.

Alcuni  pazienti  sono  molto  impauriti  dalla  prospettiva  di  restare  soli  a  prendersi  cura  di  sé,  possono  manifestare  comportamenti  transferali  abbandonati  da  tempo,  con  il  ripristinarsi  di  vecchi  e  nuovi sintomi,  o  il  pervenire  di  difficoltà  che  il paziente  da  solo  non  sa  affrontare.

Inoltre  la  conclusione  del  rapporto  terapeutico  può  fare  riemergere  lutti  appartenenti  al  passato,  o  spingerlo  ad  interrogarsi  sulla  sofferenza  della  vita  o il suo  senso.

Compito  del  terapeuta  in  questa  fase  è  condividere  con  il  paziente  la  sua  paura di crescere,  il  dispiacere  della  separazione, i  suoi  interrogativi  esistenziali:  promuovendo  la  fiducia  che  il  paziente  ha in sé  e  nel suo  Sé.

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