La Terapia Psicosintetica include vari stadi, non conseguenti tra loro, ma che spesso durante il corso della cura procedono contemporaneamente.
Una prima fase della psicoterapia psicosintetica è la “conoscenza integrale della personalità del malato”.
Il primo passo è la conoscenza della parte cosciente della personalità, un possibile inventario del cosciente che va fino alle sfere inconsce.
L’indagine dell’inconscio non si limita alla scoperta del inconscio inferiore, ma indaga anche l’inconscio superiore: da cui è possibile scoprire gli elementi superiori dell’animo e le vere vocazioni.
n secondo aspetto della Psicosintesi è il controllo dei vari elementi che compongono la personalità, una possibile via per il dominio di questi aspetti è “l’oggettivare” guardandoli dall’ alto.
Assagioli afferma: “Noi siamo dominati da tutto quello con cui il nostro Io si identifica. Noi possiamo dominare tutto quello da cui ci disidentifichiamo” .
Una terza fase consta nella realizzazione di Sé: scoprendo o creando un centro unificatore.
Formalizzando il proprio modello ideale da attuare, la persona acquisisce chiara coscienza di sé, crea la migliore immagine di se stesso.
La Psicosintesi ha sempre posto in primo piano l’uomo.
Soprattutto nel periodo in cui la Psicosintesi nasceva per opera del Dott. Assagioli, l’attenzione era rivolta agli effetti morbosi e sintomatologici dei disturbi.
Progressivamente l’attenzione fu spostata dalla malattia ai malati, accentuando come gli stessi quadri morbosi abbiano significati e decorsi diversi.
Assagioli affermò che il metodo psicoanalitico non è sempre il più adatto , considerando casi in cui il disaggio, non proviene solo traumi o conflitti inconsci o con l’ambiente circostante, ma da crisi esistenziali che inficiano profondamente il significato e scopo della vita generale e individuale.
Assagioli osservo come spesso non chi vive questi travagli non è consapevole della profondità del suo male, ma solo attraverso il processo di cura la persona ne diviene consapevole, avendo poi possibilità di risoluzione.
La Terapia Psicosintetica include vari stadi, non conseguenti tra loro, ma che spesso durante il corso della cura procedono contemporaneamente.
Una prima fase della psicoterapia psicosintetica è la “conoscenza integrale della personalità del malato”.
Il primo passo è la conoscenza della parte cosciente della personalità, un possibile inventario del cosciente che va fino alle sfere inconsce.
L’indagine dell’inconscio non si limita alla scoperta del inconscio inferiore, ma indaga anche l’inconscio superiore: da cui è possibile scoprire gli elementi superiori dell’animo e le vere vocazioni.
Un secondo aspetto della Psicosintesi è il controllo dei vari elementi che compongono la personalità, una possibile via per il dominio di questi aspetti è “l’oggettivare” guardandoli dall’alto.
Assagioli afferma: “Noi siamo dominati da tutto quello con cui il nostro Io si identifica. Noi possiamo dominare tutto quello da cui ci disidentifichiamo” .
Una terza fase consta nella realizzazione di Sé: scoprendo o creando un centro unificatore.
Formalizzando il proprio modello ideale da attuare, la persona acquisisce chiara coscienza di sé, crea la migliore immagine di se stesso.
Uno stadio successivo è la ricostruzione della personalità, la quale si attua in vari tempi.
Le energie sia fisiche che mentali possono essere incanalate per scopi e nella loro espressione verso scopi utili e fecondi.
Ciò può richiedere la trasmutazione e la sublimazioni di energie sessuali affettive o aggressive.
Una personalità il più possibile integrata ed armonica è uno degli scopi di una terapia psicosintetica, in questa fase è contemplato “lo sviluppo di elementi deficienti” attraverso varie tecniche.
In concomitanza alla formazione di una personalità maggiormente integrata è da sviluppare una coordinazione e subordinazione dei vari elementi fisico psico spirituali in una giusta gerarchia di valori.
L’efficacia della psicoterapia è comprovata; Kandel afferma: “l’esperienza modifica l’espressione genica; l’apprendimento modifica le connessioni neuronali; la psicoterapia modifica l’espressione genica”.
Nella moltitudine di psicoterapie oggi esistenti, ciò che accomuna tutte è la relazione terapeutica e l’importanza datagli nel processo terapeutico.
La relazione terapeutica è un elemento fondamentale per ogni forma di psicoterapia e ciò è stato ampiamente documentato dalle ricerche eseguite per valutare l’efficacia delle psicoterapie e sui diversi approcci.
Siracusano considera uno dei maggiori fattori predittivi per lo svolgimento di una buona psicoterapia è la formazione di un buon campo terapeutico e la qualità della relazione terapeutica.
Alberti considera l’instaurazione di un rapporto terapeutico la prima e principale cura di ogni malessere psichico a prescindere dal metodo usato: “il solo entrare in relazione con l’altro mina il nutrimento da cui tra energia il malessere: la solitudine”.
Moderni studi di neuroscienze confermano l’importanza della relazione nello sviluppo umano, infatti con la scoperta dei neuroni specchio si conferma la stretta interrelazione tra psiche e soma.
Gallese e Migone considerano innata la capacità dell’uomo di imitare ed apprendere gli stati di altre persone, ma affinché questa capacità si sviluppi ed esprima occorre che l’infante sperimenti un soddisfacente rispecchiamento da chi ha il compito del suo accudimento.
Lo sviluppo del sistema specchio prende origine dal continuo e reciproco interagire tra madre e bambino.
Un rispecchiamento adeguato della madre è indispensabile: non solo per lo sviluppo della capacità di imitazione, ma anche per il successivo sviluppo della mentalizzazione.
Le cure che la madre rivolge al suo bambino attivano in lui affetti ed emozioni che saranno sedimentate nella memoria.
La relazione è un elemento essenziale per la maturazione della capacita innata dell’apprendere e dell’imitare, la continuità della relazione madre-bambino è indispensabile per la maturazione celebrale sin dai primi momenti di vita.
Nell’interazione madre bambino, il bambino attraverso la sintonizzazione che si esprime nel legame da spazio alla capacità imitativa e di apprendimento riproducendo il comportamento e le espressioni della madre.
Lo stesso linguaggio è appreso dall’imitazione dei movimenti della bocca e lingua degli adulti, grazie all’attivazione dei neuroni specchio.
Le relazioni interpersonali svolgono un ruolo di primo piano nello sviluppo delle strutture celebrali.
La plasticità neuronale consente lo sviluppo di nuove connessioni sinaptiche per tutto il ciclo di vita, favorendo anche una graduale trasformazione della personalità nel corso della psicoterapia.
La continua attivazione dei neuroni specchio nel corso di una terapia consente al paziente di osservare e vivere anche a livello organico la persona che ha davanti.
La psicoterapia è anche esperienza di apprendimento favorendo cambiamenti nei circuiti sinaptici: consentendo la creazioni di nuovi patter e il conseguente indebolimento di reti associative attivate da anni.
La relazione terapeutica in Psicosintesi
Le ricerche degli ultimi anni sulla psicoterapia hanno indirizzato attenzione sul contesto relazionale e intersoggettivo del processo terapeutico.
L’incontro terapeutico in psicosintesi e l’oggetto del processo psicosintetico è nell’incontro tra Sé.
Assagioli indica che nell’incontro con il paziente e nel relazionarsi ad esso occorre vederlo come un Sé in via di espressione.
L’entrare in contatto con il Sé dell’uomo è l’opportunità di contattare il potenziale sano di ogni individuo stimolando la sua parte migliore come possibile centro di consapevolezza e volontà: ‘cercando la sua essenza: riconoscendolo, salutandolo e affermandolo.
L’entrare in contatto con l’altro come Sé e ciò che contraddistingue la relazione terapeutica in psicosintesi.
Tallerini distingue tra relazione terapeutica e rapporto terapeutico.
Il rapporto terapeutico si sviluppa in orizzontalità, mentre la relazione si sviluppa in verticalità, intendendo ipotizzare una sopra elevazione dal setting e quindi una tridimensionalità del rapporto terapeutico, ossia: ‘l’esperienza di un centro unificatore elevato che possa permettere al terapeuta e al paziente di osservarsi, dominare e dirigere le energie che si sviluppano nella relazione oltre le limitanti maschere’.
Il rapporto terapeutico comprende anche delle regole precise, esplicitate nel contratto terapeutico.
Il chiarire regole e condotte che contraddistinguono il rapporto terapeutico rende il legame oggettivo e lo definisce.
L’adesione e il riconoscimento di ruoli e regole perseguendo scopi aderenti la realtà sono i requisiti necessari per lo svolgimento del lavoro terapeutico.
Il rapporto si sviluppa dell’interazione tra diritto dell’Io-centro di coscienza e le funzioni periferiche della struttura di personalità; la relazione è: “ risultante reale e sintesi parziale fra costante processo di autoformazione del terapeuta e processo dinamico di cambiamento evolutivo o terapeutico del paziente”.
Assagioli specifica che la visone psicosintetica della relazione terapeutica: ‘è cosciente e pianificata ricre-azione della personalità mediante la cooperazione e l’azione comune del paziente e del psicoterapeuta’.
La dinamica psicosintetica della relazione non riguarda solo il paziente: il cambiamento evolutivo del paziente portato avanti dal terapeuta, quale guida e coordinatore del lavoro di analisi e sintesi conduce ad un processo di trasformazione il terapeuta stesso.
Il terapeuta psicosintetista non punta nel suo lavoro a preconcette e rassicuranti risposte, dà rilievo allo sforzo, concentrandosi sulla variabilità dell’essere umano: prende atto della complessità umana.
Assagioli ammonisce che nessuna crescita è reale se limitata all’ambito individuale, sane relazioni interpersonali sono stimolo per l’evoluzione personale.
Non esiste terapia funzionale che non sia frutto di autentica e sincera interazione creativa nella relazione con un soggetto sofferente, capace di cogliere gli aspetti di personalità migliori nella sua espressione e superiori trans personali, dando l’opportunità all’interno della cornice relazionale di prendere consapevolezza degli aspetti negativi, iniziando a considerare l’esperienza di sofferenza momento dello sviluppo evolutivo, un passaggio necessario e un’occasione per sanificare.
La dialettica dello sviluppo non prosegue verso certezze, ma sintesi parziali.
Lo svolgere di una terapia psicosintetica prevede fasi analitiche, come suggerito da Assagioli attraverso analisi frazionate.
Il soggetto analizza la propria vita emotiva e mentale, ciò consente la possibilità di distanziare il soggetto osservante, il Sé, dagli “oggetti osservati”.
Distanziandosi dagli oggetti osservati si crea l’occasione di una sintesi della personalità in un punto più centrato.
Attraverso l’analisi, la presa di conoscenza e superamento, opera la sintesi: ossia auto identificazione.
Il percorso sembra svolgersi in frammentazioni dell’Io individuale per opera delle analisi per poi ri-sintetizzarsi per compiere degli accrescimenti esistenziali.
È un procedere dal centro alla periferia e dalla periferia al centro in un continuo scambio e movimento energetico.
Tale scambio e movimento anima la relazione terapeutica, rendendola spazio vitale da cui trarre influssi : il terapeuta per lo svolgere della propria auto formazione, il paziente per animare l’impulso progressivo evolutivo che conduce ad una maggiore armonizzazione della personalità.
La concezione integrale e dinamica propria della psicosintesi, bio-psico-spirituale, identifica nell’uomo molteplicità, spingendo ad un centro unificatore, che opera azioni di sintesi avvicinando sempre più il soggetto a realizzazioni di Sé più evolute.
La relazione terapeutica, cosi come concepita in Psicosintesi, non va di pari passo con ciò che è chiamato il rapporto terapeutico nella specificità terapeutica.
Il legame terapeutico crea i suoi rapporti interpersonali, creati spontaneamente in ogni interazione e modellati sulla tecnica e il particolare contesto terapeutico.
Ogni momento terapeutico o vissuto propone una determinata immagine del mondo psichico e ciò dispone verso una immagine dell’uomo più o meno ampia dando luogo ad atteggiamenti tecnici e vissuti di rapporti particolari.
Il paziente sottratto ad una visione rigida e stereotipata e predisposto all’incontro tra le parti che lo animano, riscopre nel rapporto terapeutico il pieno valore della propria individualità.
Le fasi del processo terapeutico
Nel 1966 il dottore Assagioli scrive: ‘nella psicosintesi il problema del creare giusti rapporti tra il paziente e il terapeuta è reso più facile – o vogliamo dire, meno difficile – dal fatto che il terapeuta non soltanto indica e propone al malato, come fa Jung, la meta della sua “individuazione”; ma fin da principio lo incita e lo allena ad usare metodi adattivi per l’acquisto di una sempre più chiara auto coscienza, per lo sviluppo di una forte volontà, per il dominio e giusto uso delle sue energie istintive, emotive, immaginative e mentali, e tutto ciò che lo porta alla sua indipendenza dal medico”.
Il dottore Assagioli nella variate e complessità dei rapporti terapeutici, identifica quattro tipi principali: il transfert, la situazione terapeutica, il rapporto umano e la soluzione del rapporto.
Assagioli puntualizza come le fasi del rapporto terapeutico, ad accezione del transfer, si svolgano spontaneamente per l’azione formatrice e sintetizzante dei simboli che emergono dall’inconscio, cosi come identificato da Jung.
Ma oltre alla tendenza di processi spontanei di guarigione e la funzione integratrice dei simboli, azioni di cui Assagioli contempla l’efficacia; nella psicosintesi questi processi possono venire favoriti ed efficacemente aiutati dalla cooperazione della personalità cosciente.
L’azione favorente è svolta dal ciò che costituisce il centro, elemento dinamico, o meglio coscienza di Sé quale soggetto consapevole ed attivo e per la sua volontà.
Le fasi indicate dal dottore Assagioli non si susseguono nel corso di una terapia, ma possono procedere in parallelo.
Assagioli definisce il transfert come la ‘proiezione’ sul terapeuta degli impulsi, attaccamenti, emozioni del bambino verso i genitori.
La visone di Assagioli sul transfer è molto vicina alla concezione di Freud.
Freud considera il transfert il meccanismo che tende a riproporre i conflitti originari ad essere riprodotti nella relazione terapeutica.
I fenomeni transferenziali consento l’osservazione diretta dei modelli relazionali del paziente all’interno della relazione terapeutica.
Esistono due tipi di tranfert: il positivo e il negativo.
Nel transfert positivo sono trasferiti sentimenti positivi sul terapeuta; mentre nel transfert negativo sono proiettati sentimenti negativi.
Assagioli ricorda che tali proiezioni vanno analizzate e dissolte, ciò consente di instaurare una relazione tra paziente e terapeuta maggiormente orientata alla realtà.
Nella relazione terapeutica Alberti include altri processi inconsci che intervengono nella relazione terapeutica.
Oltre il transfer aspetti permeanti della relazione terapeutica sono: il controtransfert, identificazione e contro identificazione proiettiva, identificazione simbiotica e i processi osmotici.
Queste fasi non sono sequenziali possono essere considerate dimensioni relazionali diverse e complementari, possono procedere in parallelo e intrecciarsi le une alle altre.
Il controtransfert è la reazione emotiva del terapeuta verso il paziente, comprende sia i sentimenti suscitati nel terapeuta dal paziente, che gli stati emotivi reattivi e secondari al transfert del paziente.
L’identificazione e la contro identificazione proiettiva consistono: nel disconoscimento e scissione di aspetti della personalità e parti identificate dell’Io del paziente, proiettati all’esterno e attribuiti al terapeuta.
Il terapeuta è identificato dal paziente con gli aspetti proiettati, c’è una identificazione proiettiva.
Il terapeuta in risposta alle proiezioni del paziente può mettere in atto un processo analogo o può reagire, rafforzando i propri confini attraverso il diniego inconscio dei contenuti.
I contenuti proiettati non sono accolti, ma respinti e ri proiettati sul paziente.
Il terapeuta potrebbe, anche risuonare alle proiezioni del paziente identificandosi inconsciamente con esse, dando luogo a contro identificazione proiettiva.
Il convergere dell’identificazione proiettiva del paziente e del terapeuta può condurre all’ identificazione simbiotica.
L’identificazione simbiotica determina confusione delle due identità, fino ad una fusione inconscia simbiotica.
Altro processo che può intercorrere è la diffusione osmotica.
La diffusione osmotica è un processo inconscio di trasmissione di contenuti.
Il paziente fa emergere oltre i propri confini contenuti energetici, relativi alla sua sofferenza o patologia.
I contenuti aleggiano negli spazi psichici dell’inconscio collettivo: giungendo alla psiche del terapeuta, risuonando in esso fino a farglieli esperire direttamente, col fine di comunicare al terapeuta il proprio dolore, sentendosi alleggeriti da tale peso e ottenendo una maggiore comprensione del suo disaggio.
Il rapporto specifico è creato da ciò che si può chiamare la situazione terapeutica.
Il rapporto specifico non è una relazione inconscia e fantasmatica, legata a vissuti del passato, ma rappresenta un vero legame di cooperazione cosciente e volontario: una sorta di alleanza di lavoro o terapeutica.
Il paziente avendo acquisito consapevolezza della propria sofferenza e dell’impossibilità di risolverla da solo, riconosce il bisogno di un aiuto esterno.
Il terapeuta si pone come la figura che può aiutare il paziente nella propria sofferenza, diviene un centro di unificazione esterno, il modello ideale di riferimento, sostegno e guida concreta.
Il terapeuta svolgerà vari ruoli in base ai bisogni reali del paziente.
La presenza del terapeuta farà sentire non più solo il paziente nella sua sofferenza.
La presenza del terapeuta è forte, competente e amorevole; ha pieno rispetto dello spazio psichico del paziente, non dando spazio a manipolazioni coscienti o no.
Al contempo il terapeuta svolge sia funzione materna e paterna per il paziente.
La funzione materna del terapeuta, specie nelle fasi iniziali della terapia, fa risuonare ed evoca nel paziente la capacità di empatia e amore verso di Sé, in riflesso all’accoglienza ed empatia che il terapeuta rivolge ad esso.
L’atteggiamento materno del terapeuta consente al paziente di esperire nel corso delle sedute un attaccamento sicuro; è visto dal terapeuta come unico e degno di amore.
La relazione amorevole del terapeuta fa sperimentare al paziente ciò che spesso non ha sperimentato nel corso del suo sviluppo, facendogli sperimentare quell’attaccamento sicuro indispensabile per una costruzione armonica della personalità.
La funzione paterna spinge il paziente all’autonomia e alla responsabilità.
Il terapeuta funge da vera e propria guida, anche se solo per un periodo transitorio.
Avrà nel proseguo della terapia la funzione di catalizzatore: inspirando nel paziente un processo analogo.
Il ruolo paterno ha il compito di risvegliare la volontà del paziente.
Il paziente interiorizza la funzione del terapeuta costruendo e scoprendo la propria guida interiore.
Il terapeuta dice Assagioli diviene un “ponte fra l’ego del paziente e il suo Sé”, ciò non implica sostituirsi alle manchevolezze del paziente, ma il terapeuta conoscendo meglio gli ostacoli della crescita e i suoi impedimenti, indirizza e incoraggia la persona a conoscere i suoi obbiettivi possibili e a comprendere gli ostacoli per il suo divenire; scegliendo il suo percorso evolutivo.
La specificità della situazione terapeutica avviene non solo a livello cosciente, ma nelle dimensioni inconsce della personalità del paziente e terapeuta e nello spazio interpsichico dell’inconscio collettivo.
Nella relazione terapeutica il paziente inserisce i suoi sentimenti di sofferenza e i suoi elementi di patologia che ricercano l’incontro e l’iterazione ‘alchemica’ con gli elementi curativi immessi nella relazione dal terapeuta.
Nella relazione alchemica che si crea è possibile distinguere vari aspetti: di irradiazione, di proiezione osmotica, di risonanza archetipica, di risonanza intersoggettiva, di assimilazione elaborazione e integrazione, di risonanza universale, di restituzione e di re-introiezione.
L’irradiazione è diffusione di energie positive ed integrative, che si irradia dal terapeuta.
La sola presenza dell’altro centrato innesca una funzione catalizzatrice nel paziente, evocando energie evolutive e di sintesi.
La proiezione osmotica indica la maggiore permeabilità del paziente con conseguente emissione di contenuti patogeni.
La proiezione di contenuti patogeni può risuonare con le strutture archetipiche corrispondenti dell’inconscio collettivo potendo amplificarsi.
I contenuti trasmessi dal paziente risuonano nell’eco del terapeuta, risonanza intersoggettiva, ciò è facilitato della presenza nel terapeuta di analogie e corrispondenze psichiche.
Il terapeuta accoglie e utilizza i contenuti proiettati del paziente, contenendoli e metabolizzandoli e curandoli.
La risonanza universale è l’azione propria del terapeuta di allargare la relazione con il paziente ad un terzo fattore la vita.
Il terapeuta facendo cosi evita di irrigidire la relazione terapeutica in contenuti simbiotici e identificativi, pone se e la sofferenza del paziente in legame con la vita: ‘un canale più grande che trasforma il rapporto terapeutico in un tramite per il passaggio del flusso vitale della vita universale’.
Nella restituzione il terapeuta restituisce i contenuti proiettati dal paziente ma opportunamente modificati.
Con la re-introiezione il paziente ritrova la sua sofferenza; dopo essere ricevuta, assimilata, condivisa con il terapeuta e messa il relazione con la vita stessa; modificata e trasformata in una forma assimilabile.
Il rapporto umano che si crea nel corso di una terapia produce interazioni psicologiche di diversi livelli e tipi.
Compito del terapeuta è mantenere il legame creatosi nei limiti terapeutici, cercando interazioni di alto livello: riconoscendo gli aspetti positivi e dinamici, resistendo agli attaccamenti e pretese.
Assagioli ammonisce che ciò va fatto con fermezza e con grande tatto e benevolenza.
Il passaggio al rapporto umano è promotore dell’autonomia, indebolisce la tendenza all’appoggiarsi ad altri e di venire meno alle proprie responsabilità.
Il rapporto umano è un rapporto alla pari, il ruolo svolto dal terapeuta di guida esterna evoca nel paziente la sua guida interna.
Il passaggio finale indicato da Assagioli è la soluzione del rapporto.
La soluzione del rapporto è un momento critico che va gestito con grande attenzione.
Sarebbe auspicabile che avvenga in modo graduale e insensibile.
La fine della rapporto terapeutico non implica necessariamente la fine della relazione, che può evolvere sotto altre forme.
La relazione terapeutica ha una funzione intermediaria e transitoria, è mezzo per il raggiungimento della metà della psicoterapia.
La fine del rapporto terapeutico non sempre coincide con la fine della terapia.
La fine prematura della terapia può avvenire per vari motivi, grossi cambiamenti nella vita del paziente o del terapeuta, o molto più spesso per ostacoli insorti nel corso della terapia. La risoluzione del rapporto terapeutico, anche se prematuro va analizzato con il paziente: occorre comprendere i motivi per cui si è verificata l’interruzione prematura della terapia, cercando le difficoltà incorse; cosi da restituire al paziente una lettura realistica di ciò che è avvenuto per valutare possibili cure alternative.
L’indirizzare verso altri percorsi terapeutici è consigliabile anche per terapie che non sembrano finire mai.
Alcune terapie ristagnano, nonostante siano stati compiuti buoni passi nel percorso terapeutico non sembra esserci modo per proseguire il percorso, pur avendo compiuto una accurata analisi degli ostacoli al proseguo del percorso terapeutico.
In casi del genere è bene considerare la fine del rapporto terapeutico.
La soluzione del rapporto terapeutico a volte è molto problematico.
Alcuni pazienti sono molto impauriti dalla prospettiva di restare soli a prendersi cura di sé, possono manifestare comportamenti transferali abbandonati da tempo, con il ripristinarsi di vecchi e nuovi sintomi, o il pervenire di difficoltà che il paziente da solo non sa affrontare.
Inoltre la conclusione del rapporto terapeutico può fare riemergere lutti appartenenti al passato, o spingerlo ad interrogarsi sulla sofferenza della vita o il suo senso.
Compito del terapeuta in questa fase è condividere con il paziente la sua paura di crescere, il dispiacere della separazione, i suoi interrogativi esistenziali: promuovendo la fiducia che il paziente ha in sé e nel suo Sé.
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