Neuroscienze Cognitive

Sensazione percepita o percezione sentita?

“Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, nisi ipse intellectus”: nulla è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi, tranne l’intelletto stesso. In questa formula empirismo e razionalismo diventano complementari e si risolvono a vicenda. È la stessa tensione che attraversa il modo in cui il cervello costruisce la nostra esperienza […]

Sensazione percepita o percezione sentita?
“Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, nisi ipse intellectus”: nulla è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi, tranne l’intelletto stesso. In questa formula empirismo e razionalismo diventano complementari e si risolvono a vicenda. È la stessa tensione che attraversa il modo in cui il cervello costruisce la nostra esperienza del mondo: sentiamo prima e comprendiamo poi, oppure percepiamo e sentiamo nello stesso istante?

Uno sguardo dietro le quinte

Il ciclo sensazione-percezione rappresenta la correlazione tra i nostri sensi, cioè i recettori, e i centri nervosi superiori, cioè le aree sensitive di Brodmann 1, 2 e 3 e le aree associative della corteccia cerebrale: dai primi giungono i dati che le seconde elaborano. La domanda di fondo è se la sequenza sensazione-percezione sia davvero rispettata cronologicamente, oppure se nel “sentire” ci sia già una partecipazione attiva tale da rendere i due processi contemporanei.

Siamo esseri senzienti, dotati cioè di strutture cellulari, istologiche e anatomiche diverse, connesse da un circuito neurale capace di fare in modo che, in condizioni fisiologiche, a uno stimolo esterno (o anche interno) corrisponda una risposta. Per semplicità, la sequenza può essere schematizzata così: stimolo, recettore, via sensitiva, sensazione, percezione. Nel viaggio di un’informazione dall’esterno all’interno, però, non siamo spettatori passivi: siamo protagonisti nella decodificazione che rende intellegibile il contesto. Il nostro essere è coinvolto attivamente e percepisce nel senso che crea la propria sensazione.

Il viaggio dello stimolo, dalle aree sensitive alle associative

Immaginiamo di toccare una tazzina. Dalla modifica dello status quo neurologico in seguito al contatto con l’oggetto, tramite i nostri organi di senso (in questo caso il tatto), all’area sensitiva primaria 1 (corteccia telencefalica, lobo parietale) giungono informazioni relative alle caratteristiche più asettiche dello strumento esperito: rugosità, angoli, posizione nello spazio. Sono i dati grezzi, quelli che ancora non “significano” nulla.

Le tre aree sensitive primarie

Le aree sensitive primarie sono tre. Dalla prima le informazioni diventano oggetto della seconda, sede del tatto cognitivo, attraverso la quale i dati si arricchiscono di significato. La terza, distinta citoarchitettonicamente in 3a e 3b, è deputata a raccogliere informazioni propriocettive, cioè quelle relative alla posizione e al movimento del corpo. È qui che il puro dato sensoriale comincia a diventare qualcosa di riconoscibile.

Le aree associative multimodali

Superata l’area sensitiva 2, entrano in gioco le aree confinanti, cioè le associative, dette anche multimodali o sinestesiche: quelle in cui si verifica la “corrispondenza d’amorosi sensi” tra informazioni tattili e visive, fondamentale nella coordinazione visuo-motoria. Dal fenomeno primario di ingresso dei dati, dopo una serie di passaggi sinaptici, si passa all’elaborazione secondaria, cioè all’estrapolazione cognitiva e organizzata che si realizza per categorizzazione da parte delle aree associative. Questa elaborazione dipende da una serie di variabili strettamente soggettive: la storia personale pregressa, lo stato emotivo del momento, la soglia sensoriale individuale. Ecco perché lo stesso stimolo può essere vissuto in modo diverso da persone diverse, o dalla stessa persona in momenti diversi.

Bottom-up e top-down, due direzioni della percezione

La percezione, il nostro stare al mondo, è un’esperienza creativa basata su due meccanismi che agiscono in direzioni opposte. Il primo è il bottom-up, che va dal senso verso l’intelletto: è il flusso di dati che sale dai recettori verso le aree superiori. Il secondo è il top-down, che va dall’intelletto verso il senso: è il modo in cui aspettative, memoria e conoscenze pregresse orientano e filtrano ciò che riceviamo. La percezione nasce dall’incontro, e spesso dallo scontro, tra queste due correnti. Non registriamo il mondo come una fotocamera, ma lo interpretiamo alla luce di ciò che già sappiamo e ci aspettiamo di trovare.

Il cervello bayesiano di Friston

La rivoluzione copernicana in questo settore neuroscientifico porta il nome di Karl J. Friston, che nel 2010 pubblicò l’applicazione del modello matematico bayesiano al funzionamento del cervello. Secondo questa prospettiva, il cervello intuisce la realtà fisica utilizzando le leggi statistiche predittive del teorema della probabilità delle cause. In altre parole, il cervello funziona per predizione: formula continuamente ipotesi su ciò che sta per percepire, controlla l’input sensoriale e lo corregge in funzione di ciò che si aspetta, filtra ciò che è utile e lascia che i due meccanismi senso e intelletto si confrontino, finché non emerge in ultima istanza l’informazione più probabile.

Questa idea, formalizzata da Friston nel principio della “energia libera” (free-energy), ribalta il senso comune: non è il mondo a stampare la sua immagine su una mente passiva, ma è la mente a proporre una previsione che il mondo si limita a confermare o a smentire. Percepire, allora, significa ridurre di continuo lo scarto tra ciò che ci aspettiamo e ciò che arriva dai sensi. La cosiddetta competition-collaboration che regola il rapporto tra geni e ambiente si carica di significato alla luce della perpetuazione della specie: un vincolo evolutivo che è insieme motore e limite del nostro modo di conoscere.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra sensazione e percezione?

La sensazione è l’ingresso del dato grezzo attraverso i recettori e le aree sensitive primarie: rugosità, forma, posizione. La percezione è l’elaborazione successiva, che arricchisce quel dato di significato grazie alle aree associative e alle variabili soggettive come memoria, emozioni e soglia individuale. La tesi dell’articolo è che i due processi non siano nettamente successivi, ma in larga parte contemporanei.

Che cosa significa che il cervello lavora bottom-up e top-down?

Bottom-up indica il flusso che sale dai sensi verso l’intelletto, cioè i dati sensoriali che raggiungono le aree superiori. Top-down indica il percorso inverso, in cui aspettative e conoscenze pregresse guidano e filtrano ciò che percepiamo. La percezione reale nasce dall’interazione costante tra queste due direzioni.

Chi è Karl Friston e perché è importante?

È il neuroscienziato che nel 2010 ha applicato il modello statistico bayesiano al cervello, proponendo il principio dell’energia libera. Secondo questa teoria il cervello è una macchina predittiva: anticipa gli stimoli, confronta le previsioni con i dati in arrivo e corregge l’errore, riducendo lo scarto tra atteso e percepito.

Perché la stessa esperienza sensoriale è vissuta in modo diverso da persone diverse?

Perché l’elaborazione percettiva delle aree associative dipende da variabili soggettive: la storia personale, lo stato emotivo e la soglia sensoriale di ciascuno. Lo stesso stimolo viene quindi categorizzato in modi differenti, ed è per questo che la percezione è un atto creativo e non una semplice registrazione.

Non percepiamo il mondo, lo costruiamo. La sensazione porta il dato grezzo, ma è l’intreccio tra flussi bottom-up e top-down, filtrato da memoria ed emozioni, a generare l’esperienza. Il modello predittivo di Friston chiude il cerchio: il cervello non aspetta la realtà, la anticipa e la corregge. Sentire e comprendere, alla fine, sono due facce dello stesso istante.
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