Le Neuroscienze a un bivio

Dalla Teoria Umorale al Modello Connessionista-localizzazionista passando per l’ordine logico della conoscenza scientifica

Claudio Messori

Le neuroscienze (Francis O. Schmitt), la disciplina scientifica multidisciplinare a cui afferiscono la neuroanatomia, la neurofisiologia, la biologia molecolare, la matematica, la medicina, la farmacologia, la fisica, l’ingegneria, la psicologia e la neuropsicologia, studia lo sviluppo, la maturazione ed il mantenimento del Sistema Nervoso, la sua anatomia, il suo funzionamento, le connessioni esistenti tra le diverse aree cerebrali e i comportamenti manifesti.

Una delle sue branche, le neuroscienze cognitive, in particolare, ha come obiettivo lo studio scientifico, supportato dall’esperienza clinica e dall’indagine istologica, anatomica, strumentale (EEG, RMN funzionale, PET, etc.), dei correlati neuro-anatomo-fisiologici implicati nei processi mentali-cognitivi (come la memoria, l’attenzione, la categorizzazione, le funzioni esecutive, etc.) ed esplicati nei processi comportamentali

La visione prevalente nelle neuroscienze cognitive interpreta la mente come un sistema cognitivo assimilabile ad un elaboratore di informazioni, suddiviso in diversi componenti o moduli, associati a specifiche aree cerebrali, funzionalmente interconnessi da circuiti o network neuronali, che possono estendersi in più aree cerebrali. L’obiettivo è associare ad ogni modulo o area cerebrale il circuito neuronale statisticamente più rilevante in rapporto ad una determinata funzione. Il risultato è una mappa di correlati anatomo-funzionali implicati nella connessione causale tra funzioni cognitive e pattern comportamentali. Sono stati così individuati cinque network neuronali, anatomicamente definiti su larga scala, associati ad altrettante macro-aree funzionali fondamentali:

  • il network perisilviano sinistro per la funzione linguistica
  • il network Fronto-Parietale (> dx) per la funzione spaziale
  • il network Occipito-Temporale (bilaterale) per la funzione visiva
  • il network Temporo-Limbico (bilaterale) per la funzione mnesica
  • il network Prefrontale per la funzione attentiva e per la funzione relazionale (comportamento adattivo e sovra-adattivo).

L’ossatura di questa visione è il modello connessionista-localizzazionista delle funzioni cerebrali, il quale, a sua volta, affonda le proprie radici nella rielaborazione scientifica seicentesca e settecentesca della Teoria Umorale galenica, formulata dal medico e filosofo greco Galeno (Galeno di Pergamo, ca. 129-217 d.C., Claudio Galeno nella tradizione latina) e tramandata salvo qualche variazione dalla Galeni traditio della medicina (alchemica) medievale [1].

Condotta in funzione dell’ordine logico della conoscenza scientifica (l’ordine concepito dai padri della scienza moderna a immagine e somiglianza della mente creatrice e ordinatrice di Dio), la rielaborazione illuminista della dottrina galenica ha portato ad individuare i criteri di linearità e di ordine omeostatico come criteri elettivi ed esclusivi nell’indagine e nella descrizione del mondo animato (e inanimato).

La visione riduzionista, determinista e meccanicista che ne è scaturita si regge:

  • (1) sui piedi della meccanica newtoniana (valida solo per la descrizione delle interazioni che avvengono tra corpi a livello macroscopico, osservabili direttamente nella vita quotidiana), basata su cinque assunti errati:
  • che la misura del tempo fra gli eventi sia indipendente dal moto dell’osservatore,
  • che la misura dello spazio fra due punti di un sistema di riferimento sia indipendente dal moto dell’osservatore,
  • che la geometria dello spazio sia euclidea,
  • che lo scambio energetico tra materia e radiazione avvenga in modo continuo,
  • che gli atomi e i loro componenti siano puntiformi (l’elettrone è come un pianeta in orbita intorno al nucleo-Sole)
  • (2) sulla intrinseca impossibilità di fare ricorso al metodo scientifico galileiano (un fenomeno è reale quando risponde a criteri di prevedibilità, reversibilità, riproducibilità) per lo studio della res cogitans, ovvero di fare ricorso agli stessi strumenti metodologici utilizzati per lo studio della res extensa (ai neuroscienziati che si occupano di investigare il fenomeno mentale, sfugge questo semplice sillogismo: sono alla ricerca di una spiegazione della mente utilizzando strumenti che sono stati concepiti per non occuparsi della mente).

Una visione distorta della realtà, che penalizza qualsiasi tentativo di fare luce sui correlati neurologici della mente e sull’identità fisica della mente stessa.

1. Dalla Teoria Umorale galenica alla teoria idraulico-ventricolare tardo medievale

Fino alla metà del XIX secolo il pensiero medico è stato dominato dalla Teoria Umorale (galenico-medievale). Elaborata originariamente da Ippocrate di Kos (460-377 a.C.), ritenuto il padre della medicina, la teoria sostiene che il corpo umano (microcosmo) sia composto da quattro sostanze fluide o “umori” (bile nera, bile gialla, sangue, flemma), corrispondenti ai quattro elementi costitutivi della totalità del mondo (macrocosmo; scuola pitagorica: terra, fuoco, acqua, aria), che devono essere mantenute in equilibrio tra loro, pena l’insorgenza della malattia.

Ripresa, rielaborata e organizzata da Galeno in un vasto corpo dottrinale, corroborata da studi basati sulla dissezione di animali e sulla osservazione di cadaveri morti di morte violenta, la Teoria Umorale divenne costante e imprescindibile punto di riferimento per medici, filosofi e teologi medievali, giungendo sostanzialmente invariata fino al XVII secolo, quando venne ripresa, rielaborata e organizzata secondo i dettami del metodo scientifico galileiano e del dualismo cartesiano (res cogitans vs res extensa).

In base alla dottrina galenica, che enfatizzava il legame tra i processi psichici e quelli fisici, l’essenza della vita è il pneuma (equivalente al prana della dottrina Indù e al Ki della dottrina Taoista), ed è di tre qualità (uno e trino): il pneuma psychicón (spirito animale) ha sede nel cervello, centro delle sensazioni e dei movimenti; il pneuma zooticón (spirito vitale) risiede nel cuore, si manifesta nel polso; il pneuma physicón (spirito naturale) ha il suo centro nel fegato e nelle vene. La vita psichica, quella animale e quella vegetativa hanno differenti funzioni e sono dirette da forze che hanno una propria sfera d’azione.

Galeno aderiva a una teoria “idraulica” del moto volontario umano sorprendentemente simile a quella comunemente attribuita a René Descartes (latinizzato Cartesio, 1596-1650). Stando a questa teoria, il pneuma psychicón veniva spinto attraverso i nervi, che erano immaginati come tubolari, causando il movimento dei muscoli. Si pensava che questo pneuma psychicón fosse contenuto nei ventricoli cerebrali (concepiti come serbatoi, di qui la locuzione cisterne liquorali), e che quello posteriore ne regolasse il flusso all’interno del sistema nervoso.

La teoria idraulica di Galeno era così simile a quella solitamente descritta come cartesiana, da indicare addirittura la ghiandola pineale (epifisi) come “custode e governante” del sistema, deputata al controllo del flusso del pneuma dai tre ventricoli anteriori a quello posteriore (l’aspetto “dinamico” della teoria ventricolare non è nata fino al IX secolo, ma sembra essere stata prefigurata nella teoria dell’anatomia ventricolare di Galeno) [2].

Galeno riteneva che il pneuma psychicón fosse intimamente coinvolto nel funzionamento psicologico, e che gran parte di questo pneuma risiedesse nei ventricoli cerebrali, ma non avanzò mai alcuna ipotesi circa la localizzazione di diverse facoltà mentali in diversi ventricoli. L’unico cenno di localizzazione lo si trova in alcuni passaggi dei suoi scritti, dove sembra adottare la convinzione, formulata dal medico del III secolo a.C. Erofilo, secondo cui il ventricolo posteriore sarebbe più strettamente coinvolto con il movimento volontario rispetto agli altri ventricoli, principalmente perché è più vicino alla colonna vertebrale. Dice anche, Galeno, che “la sensazione degli odori avviene nei ventricoli anteriori” (ma solo perché credeva che i vapori stessi passassero dal naso nei ventricoli anteriori). In entrambi i casi, c’è solo una vaga anticipazione della vera e propria dottrina localizzazionista che verrà formulata nei secoli successivi [3].

1.1 Il corpo come entità meccanica suscettibile di modificazione

La prima organica esposizione della dottrina localizzazionista la si deve a Ibn Sīnā (Avicenna nella tradizione latina, 980-1037 d.C.) e al suo Kitāb Al-Najāt (Il Libro della Liberazione), dove Avicenna traccia uno dei primi e più noti resoconti medievali della teoria ventricolare (gli studiosi medievali credevano che oltre ai cinque sensi “esteriori” o “esterni”, cioè tatto, gusto, olfatto, udito e vista, esistesse anche un insieme di sensi “interiori” o “interni”, anch’essi alloggiati nei ventricoli cerebrali [3]).

Durante il tardo medioevo e il primo Rinascimento, dopo una stasi millenaria dominata dalla Teoria Umorale aderente alla Galeni tratitio, l’Italia settentrionale beneficiò di una progressiva riabilitazione della dissezione dei cadaveri umani (una pratica adottata per la prima volta dalla medicina alessandrina di epoca tolemaica, caduta in disgrazia dal III sec. a.C.), il che permise di ripristinare lo studio dell’anatomia umana.

Questa favorevole congiuntura permise agli studiosi italiani di gettare una nuova luce sulla composizione del corpo umano, al punto che l’anatomia rinascimentale è spesso considerata una scienza italiana. Jacopo Berengario da Carpi (ca. 1460-1530), fu uno dei più importanti anatomisti di quel periodo e va ricordato per il suo ruolo catalizzatore nella trasmutazione del sapere morfologico medievale in una moderna scienza anatomica basata sull’osservazione diretta e sulla dimostrazione sperimentale [4].

Tanto bastò per dare corso ad una nuova rielaborazione della teoria idraulica tramandata dalla Galeni traditio, ed arrivare alla concezione anatomica cartesiana del corpo umano come macchina (una concezione condivisa anche da altri contemporanei di Descartes, tra questi Thomas Willis e Nicolaus Stenoni), risultante dallo smembramento del corpo naturale e dalla sua ri-sintesi, manipolazione e controllo secondo i dettami di un modello razionale riduzionista e meccanicista, che si basa sia sul meccanismo idraulico che sul meccanismo a orologeria (gli unici tipi di macchine esistenti all’epoca). La concezione anatomica cartesiana del corpo umano come macchina segna una svolta decisiva, epocale, nella rappresentazione del corpo umano consegnata ai posteri.

Cartesio si concentra sul corpo non più come soggetto, ma come oggetto di conoscenza, ridefinendolo anatomicamente, tecnologicamente e filosoficamente. Egli procede dalla ridefinizione anatomica del corpo in termini di circolazione del sangue, alla sua ri-sintesi tecnologica come macchina, solo per accertarne la riduzione filosofica a cosa materiale (reificazione).

L’affermazione cartesiana della separazione tra mente e corpo, res cogitans vs res extensa, non riflette solo una posizione metafisica, ma anche tecnologica, poiché implicherà l’oggettivazione e la strumentalizzazione del corpo. L’organizzazione meccanica dell’organismo soppianterà la sua organicità, così che la logica del corpo-automa come simulacro, entità virtuale, possa prendere il posto del corpo vissuto, esperito, reale [5].

Questa convergenza del modello anatomico, tecnologico e metafisico genererà una nuova comprensione del corpo come entità meccanica suscettibile di modificazione, la chiave di volta per innescare una rappresentazione interna della realtà esterna che continua, oggi più che mai, a perseguitare il destino del mondo e a mortificare il paradigma concettuale dominante nelle neuroscienze.

2. L’ordine logico della conoscenza scientifica

Forti dell’idea che l’universo fosse opera di Dio, i padri della scienza moderna[1] pensavano che fare scienza sperimentale significasse ricercare le leggi della Natura messe in atto dalla mente creatrice e ordinatrice di Dio.

La scienza moderna nasce così alla luce della teologia al fine di determinare le regole e i principi dell’ordine divino universale. La necessità dell’ordine divino della Natura si traduce nella necessità dell’ordine logico della conoscenza scientifica (empirismo teologico).

La presenza dell’ordine teologico e teleologico nella struttura e nella dinamica dei fenomeni naturali ha influenzato il pensiero di biologi e medici occidentali per i secoli a venire. Il concetto di omeostasi ne è un esempio. Coniato nel 1929 dal fisiologo americano Walter B. Cannon (1871-1945), il termine “omeostasi” ripropone la regola della “Costanza del milieu intérieur”, ovvero la legge del “costante equilibrio nella materia vivente”, formulata dal fisiologo Claude Bernard (1813-1878), considerato il padre fondatore della medicina sperimentale, ad indicare la necessità del ritorno delle funzioni biologiche allo stato “quo ante” dopo l’applicazione di perturbazioni stimolatorie o inibitorie.

La visione omeostatica della fisiologia biologica ha avuto come conseguenza epistemologica una sistematizzazione, strutturale e topologica, dei sistemi biologici in sistemi assiali ad azione (feed-forward) e a retroazione (feed-back), con una dinamica attiva e responsiva di tipo proporzionato, biunivoco, a variabilità limitata di tipo prevedibile e, quindi, lineare [6]. Infatti, solo in virtù della linearità nel dinamismo e nella variabilità si poteva concepire che ad ogni azione della componente “azione-attore” dovesse corrispondere una proporzionata reazione della componente “reazione-reattore“, che comportasse il ritorno all’equilibrio di partenza.

Tutta la fisiologia della materia vivente è fondata sulla linearità e sull’ordine (periodicità) omeostatici, così che la malattia è considerata un’alterazione fisiopatologica dei sistemi biologici a feed-back, mentre la loro complessità è considerata come un insieme di parti semplici che possono essere esaminate per sé (R. Descartes, Discorso sul metodo, 1637). Per scoprire la verità scientifica ci si può, dunque, avvalere del “metodo analitico” fondato sul “principio di parcellizzazione”, poiché “il tutto è somma delle parti”.

Il “metodo riduzionista”, quindi, è applicabile solo laddove esiste la variabilità semplice lineare. La concezione della variabilità lineare nei fenomeni biologici diviene così radicata da non considerare che “linearità”, sul piano inferenziale, significa “soluzione prevedibile e predicibile in quanto unica”, e, quindi, “soluzione a priori deterministica”, in ragione della quale è lecito supporre che, conosciuto uno stato iniziale, sia possibile calcolare i suoi futuri assetti o stati dinamici nel tempo e/o nello spazio (principio di determinatezza). L’ordine, quindi, sta in ciò che si trova entro certi confini di variabilità attorno al valore più frequente o al valore di localizzazione centrale della distribuzione.

Il grave errore epistemologico della scienza moderna sta nel fatto di non aver tenuto in debita considerazione che in ogni fenomeno variabile, specie se ha una dinamica complessa come quella biologica e neurologica, esiste un certo grado di imprevedibilità intrinseca che possiamo chiamare “disordine o caos“, inteso come quota di variabilità imprevedibile non-lineare che si riscontra nella struttura di tutti i fenomeni dinamici della natura, ovvero un numero di stati del sistema che non sono prevedibili. Di conseguenza: la variabilità non è una variazione dell’equilibrio, bensì l’equilibrio è semmai la perdita della variabilità!

Ordine (periodicità) e disordine (variabilità non-lineare) sono “stati dinamici coesistenti“, sono aspetti co-univoci e simultanei delle complesse dinamiche esistenti nei fenomeni naturali. La struttura del disordine è quella frattale. L’iterazione frattale del disordine è perfettamente periodica. Pertanto, la fine del dualismo tra ordine e disordine avviene nella periodicità. Cronos e Chaos sono due facce della stessa medaglia.

I sistemi biologici in generale e quelli neurologici in particolare possono essere considerati come sistemi dinamici non lineari di tipo caotico, dove la dinamica del non equilibrio garantisce la trasformazione e l’esistenza stessa del sistema. Il caos è inerente alla salute, non alla malattia. La non-linearità dei flussi fisiologici (aria, sangue, impulsi nervosi, ecc.) corrisponde alla natura frattale (frazionaria) delle geometrie dei suoi supporti anatomici (polmoni, vasi sanguigni, reti neurali, ecc.) e garantisce la sua autoregolazione. Viceversa, la malattia è una forma di ordine, che trova nella morte la sua espressione definitiva. La perturbazione risiede nell’equilibrio lineare: l’agente patogeno introduce nell’in-formazione caotica del sistema una in-formazione di ordine, un comportamento condizionato.

3. Conclusioni

La moderna teoria delle localizzazioni cerebrali (ciascuna area cerebrale è associata a una specifica funzione) fu ipotizzata per la prima volta agli inizi del XIX secolo, in perfetto spirito illuminista, dal medico e anatomista tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828), fondatore di una disciplina medica priva di riscontri scientifici nota come teoria organologica o frenologia [7]. Nel corso dell’Ottocento, l’ipotesi frenologica venne quasi del tutto abbandonata ma la teoria delle localizzazioni cerebrali trovò nuove e promettenti conferme, grazie ai lavori di ricerca sulla specializzazione emisferica e corticale condotti da brillanti ricercatori, resi possibili dalla introduzione di nuove tecniche di laboratorio (come la tecnica di impregnazione istologica cromoargentica del Golgi) e di soluzioni tecnologiche innovative (come il microscopio).

Tra gli scienziati che contribuirono a scrivere i fondamenti della neuroscienza moderna vanno ricordati l’antropologo, neurologo e chirurgo francese Paul Pierre Broca (1824-1880), noto per il suo contributo alla localizzazione delle funzioni/facoltà neurologiche superiori nella corteccia cerebrale: l’emisfero sinistro è specializzato per il linguaggio (Nous parlons avec l’hémisphère gauche!); il neurologo inglese John Hughlings-Jackson (1835-1911) – l’emisfero destro è specializzato per le funzioni visuo-spaziali; lo psichiatra e neurologo Carl Wernicke (1848-1905) – la stessa funzione può essere elaborata sia in serie che in parallelo in diverse regioni del cervello, i singoli componenti specifici della funzione vengono analizzati in aree particolari; il neuroscienziato, patologo e istologo Santiago Ramón y Cajal (1852-1934) – Dottrina del neurone e Legge di Polarizzazione Dinamica dei neuroni; il neurofisiologo, istologo e patologo Charles Scott Sherrington (1857-1952) – modello sinaptico di trasmissione dell’informazione e concetto di funzione corticale basato sul riflesso o retroazione.

Nel diciannovesimo secolo, con la scoperta che i nervi rispondono alla stimolazione elettrica, il cervello fu visto prima come una sorta di rete telegrafica e poi, in seguito all’identificazione di neuroni e sinapsi, come una centrale telefonica, che consentiva un’organizzazione e un output flessibili. Dagli anni ’50 le nostre idee sono state dominate da concetti importati in biologia dall’informatica: feedback loops, bit of information, algorithms, code, computation, storage, problem solving, database, hardware, software.

Tuttavia, anche gli scienziati che per primi tracciarono il parallelo tra cervello e computer hanno presto capito che il cervello non è (un dispositivo) digitale. Anche il cervello animale più semplice e meno specializzato non assomiglia neppure lontanamente a un computer come quello che abbiamo costruito, e nemmeno a quello che possiamo immaginare di costruire.

Considerando il cervello come un computer, che risponde passivamente agli input ed elabora i dati, dimentichiamo, in perfetto stile cartesiano, che è un organo attivo, parte del corpo di un individuo che sta intervenendo nel e che interagisce attivamente con il mondo, che prova sensazioni, emozioni, sentimenti, che non è stato costruito assemblando pezzi di materia biologica e che non è stato programmato per svolgere una determinata funzione, che ha un vissuto ontogenetico e un passato filogenetico.  

Oltre al fatto che il cervello non è un computer, le funzioni cerebrali non possono essere implementate sotto forma di reti connessioniste [8]. L’ambiguità semantica è un aspetto fondamentale e distintivo dei processi del mondo reale, della vita e della mente. È inerente a questi processi e non è una condizione patologica che può essere risolta da una sorta di processo di disambiguazione. Gli algoritmi che contraddistinguono il funzionamento di un computer non sono dotati di una semantica intrinseca, non la contemplano e proibiscono specificamente l’ambiguità. Il tentativo di ignorare tale divieto porta ad algoritmi che si bloccano. In altre parole: i vincoli operativi degli algoritmi differiscono dai processi della vita e della mente.

Pertanto, le descrizioni algoritmiche di tali processi sono superficiali, catturano la sintassi incidentale ma escludono la semantica essenziale. Il paradigma riduzionista che porta al connessionismo, soprattutto nel suo moderno formato computazionale, afferma di essere in grado di rappresentare completamente, in linea di principio, qualsiasi processo che si verifica nella realtà fisica. Questa affermazione è chiaramente confutata dalla sua incapacità di descrivere l’ambiguità semantica intrinseca e dalla sua incapacità di spiegare il fatto che la mente si occupa efficacemente di segnali sensoriali ambigui.

L’approccio adottato dalle neuroscienze cognitive non fa che trasferire la falsa idea secondo cui “un sistema fisico si compone di parti macro e microscopiche separate, che interagiscono solo con le parti adiacenti, sviluppando un comportamento che nel tempo è deterministico”, dalla dimensione della materia alla dimensione della psiche. Questo è il principio su cui si basano tutti i modelli computazionali che tentano di spiegare i correlati neurologici della mente: una mente è il prodotto di un cervello, che è un sistema dinamico complesso scomponibile in parti semplici e regolato da leggi meccaniche, il cui ordine risiede entro certi confini di variabilità attorno al valore più frequente o al valore di localizzazione centrale della distribuzione (stabilire e tracciare i confini della variabilità lineare del sistema psiche è uno dei compiti, ad es., dei test in psicologia).

La speranza che la spiegazione dei correlati neurologici della mente possa raggiungere la compiutezza grazie a una comprensione sempre più particolareggiata dei costituenti neurologici e delle loro reti di connessione è totalmente infondata. L’interazione delle componenti a una data scala può provocare su scala più vasta un comportamento globale complesso che in generale non può essere ricavato dalla conoscenza delle singole componenti.

Le neuroscienze cognitive si avviano ad affrontare un cambio di paradigma radicale. Le funzioni cerebrali (locuzione alquanto infelice, una inopportuna semplificazione che coglie solo un aspetto del fenomeno mentale, quello cerebrale), e la mente, non risiedono nella struttura “encefalo” e non derivano dall’incessante attività neuro-elettro-chimica veicolata da una fitta matassa di reti neurali. Né sono una proprietà inerente della materia animata (o inanimata).

Funzioni cerebrali e mente non risiedono e non derivano affatto, non rispondono a criteri ordinari di spazio e di tempo, non appartengono né sono riconducibili ad alcuna categoria nota di “fenomeni energetici”. Funzioni cerebrali e mente rimandano ad una dimensione fisica altra da quella dell’energia, ad un particolare stato fisico privo di energia ma carico di tensione (la condizione ante rem da cui deriva l’energia), implicato nella relazione adattiva che vede da un lato l’ambiente e dall’altro lato un sistema biologico provvisto di un particolare modulo relazionale, quello neurologico, il cui grado di integrazione sistemica contempla la possibilità di implementare l’esperienza sensoriale sotto forma di immagini mentali, di oggetti fisici virtuali, privi di energia e di massa, ma carichi di tensione, filogeneticamente predisposti per auto-organizzarsi in un particolare sistema dinamico di relazioni fisiche, una distribuzione non uniforme di gradienti di tensione che, con riferimento all’essere umano, chiamiamo vita mentale, memoria, attenzione, sensazione, emozione, pensiero, coscienza [9].

RIFERIMENTI:

[1] Linden, SJ (2003) The Alchemy Reader: From Hermes Trismegistus to Isaac Newton, Cambridge University Press

[2] Lokhorst, G. J. C., Kaitaro, T. (2001) The Originality of Descartes Theory about the Pineal Gland, Journal of the History of the Neurosciences, 10(1), 6-18

[3] Green, C. D. (2003) Where Did The Ventricular Localization Of Mental Faculties Come From?, Journal of History of the Behavioral Sciences, 39(2), 131-142

[4] Parent, A. (2019) Berengario da Carpi and the Renaissance of Brain Anatomy, Frontiers in Neuroanatomy, 13, 1-11

[5] Messori, C. (2018) Dall’Uomo-Macchina Illuminista alla Robotizzazione della Società, Il Minotauro, 1(1), Persiani Editore, Bologna

[6] Cugini, P. (2007) Caosbiologia: razionale e metodologia per studiare il disordine, la complessità e la singolarità dei fenomeni bio-medici mediante analisi matematica non-lineare, Clininica Terapeutica, 158 (5), pp. 13-20

[7] Eling, P., Finger, S. (2019) Franz Joseph Gall on the Cerebellum as the Organ for the Reproductive Drive, Frontiers in Neuroanatomy, 13, 1-40

[8] Kercel, S. W. (2004) The endogenous brain, Journal of Integrative Neuroscience, 3(1), 61-84

[9] Messori, C. (2020) Mind-Brain-Body System’s Dynamics, Open Access Library Journal, 7(9), 1-49


[1] Galileo Galilei (1564-1642), Francis Bacone (1561-1626), René Descartes (1596-1650), Johannes Kepler (1571-1630), Isaac Newton (1643-1727), Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716)