La volontà di verità e l’intervento educativo

Descrizione del nucleo famigliare destinatario dell’azione educativa

  1. Descrizione del nucleo famigliare destinatario dell’azione educativa

Da tempo il servizio sociale, segue un nucleo familiare composto da mamma single e due figli minorenni. Al momento la signora è disoccupata ed alla ricerca di nuovo impiego lavorativo. Conosciuta da lungo tempo per le modalità conflittuali messe in atto , presenta una  bassa capacità nella mediazione relazionale,  impulsività e reattività marcate.

L’intervento educativo attuale è inerente  l’adempimento scolastico del figlio minore.

La madre del ragazzo presenta infatti difficoltà nella gestione dell’impulsività con l’esterno ma, contemporaneamente, difficoltà ad imporsi all’interno della famiglia, nella relazione coi figli.

Questo fatto salvo quando ha esplosioni di rabbia, momenti in cui la donna,  impone l’attenzione per le proprie emozioni a tutti i membri della famiglia, in questi momenti l’orizzonte relazionale viene saturato dallo stato d’animo della donna.

Ciononostante rimane una figura affettiva e di riferimento. 

Proprio per tale motivo,  il figlio più piccolo  ha sviluppato una modalità relazionale centrata soprattutto sull’informazione e molto meno sugli aspetti emotivi. E’ infatti arduo fargli esprimere le proprie emozioni, sentimenti e stati d’animo.

La sensazione è che , il ragazzo, si muova come in una cristalleria dove un movimento sbagliato potrebbe danneggiare l’ambiente circostante. Detto in altri termini, il ragazzo ha imparato a fare fronte all’imprevedibilità dell’ambiente, delle reazioni dell’ambiente di cura genitoriale, attraverso l’attivazione del pensiero razionale e la conseguente inibizione delle emozioni e stati d’animo.

L’ambiente relazionale del nucleo in esame, presenta infatti come caratteristiche principali :

  • autonomia della gestione delle proprie emozioni quando la madre come scritto sopra, dà priorità al proprio sentire a prescindere dai modi e dalle circostanze. Quindi l’autonomizzazione emotiva, viene attivata in questo specifico ambiente di cura,  attraverso la richiesta implicita di prendersi cura del proprio stato d’animo spiacevole quando l’ambiente di cura non è disponibile ad essere responsivo
  • unitamente all’imprevedibilità delle reazioni materne, il minore  riporta che talvolta del padre (separato da tempo), non ci si possa fidare, non sa se quello che dice sia vero oppure no. Succede infatti che alle volte non lo venga a prendere all’orario pattuito o non rispetti gli impegni presi su come trascorrere il tempo insieme. Quindi con l’altra figura di riferimento, si crea un’altra difficoltà relativa all’affidabilità della cura.
  • scarsa autonomizzazione del ragazzo poiché la signora ha la percezione che il figlio sia più piccolo della propria età, stimolandolo poco a comportamenti autonomi quali pulirsi da solo in bagno o fare tragitti brevi da solo.
  • la mamma ed i figli hanno la consapevolezza di essere ai margini della socialità del quartiere, la signora sa di avere nomea di attaccabrighe e i figli  indicati come “ i figli della casinista “.

La descrizione fatta del nucleo famigliare, indica, dunque  una situazione generale di disagio sociale conclamata dove i punti di riferimento educativi per i figli, sono labili, poco chiari e poco costanti.

Il presente articolo porta alcune riflessioni inerenti gli effetti derivanti dall’intervento del servizio sociale su uno scenario del genere. 

Presupposti teorici di riferimento

2.Presupposti teorici di riferimento

Tre sono i riferimenti teorici individuati :

I )  Foucault descrive bene come all’inizio del 1800, si sia osservato un passaggio dal potere sovrano al potere disciplinare, passaggio in cui viene concepita da un lato una concettualizzazione nuova dell’individuo singolo non più visto solo come massa, insieme di persone e dall’altro una normalizzazione teorica dei comportamenti degli individui con conseguente intervento nel caso si verifichino dei discostamenti da tale linea.

Al pari di altre agenzie quali gli ex manicomi per la psichiatria o le forze dell’ordine, anche il servizio sociale ha questa funzione ossia interviene per normalizzare la devianza.

L’intervento di normalizzazione , veicola  messaggi di controllo e correzione di cui occorre tenere conto aldilà dell’equazione banale – disagio sociale quindi intervento correttivo –, ossia : là dove ci sia una situazione di malessere, ben venga l’intervento riparatore!

Occorre interrogarsi su quello che comportano i presupposti legati alla normalizzazione dei comportamenti devianti , le valenze messe in gioco, per chi riceve tale intervento , la percezione suscitata da tali presupposti. Si deve rendere più complessa l’analisi introducendo un ulteriore livello.

Una volta descritto il “caso sociale”, necessita inserire nell’analisi della situazione, il peso di ciò che implica l’essere richiamati a tornare nell’ordine stabilito da un’agenzia normativa e di controllo. Ripeto quanto scritto sopra : pensare l’intervento in termini puramente “ortopedici” di correzione tout court, quasi fosse il servizio sociale un occhio puro che osserva con meravigliosa nitidezza laddove venga ravvisata una deviazione dalla norma, è un’idea tanto rassicurante quanto falsa.

Occorre quindi pensare al caso sociale con il servizio sociale , poiché è dall’analisi di questa interazione che emerge una dimensione maggiormente esplicativa delle reazioni della famiglia.

Per fare questo, ricorriamo all’ausilio teorico offertoci dal pensiero complesso.

II)  Edgar Morin teorizza il pensiero complesso come modo di pensare alla realtà, lontano, contrario al pensiero mutilante tipico del riduzionismo che con Descartes nei primi decenni del 1600 si è imposto come paradigma guida nel pensiero occidentale.

Tre le caratteristiche del pensiero complesso che  guidano la nostra riflessione  :

  1. la realtà viene definita  contemporaneamente in termini non solo complementari, ma anche  concorrenti ed antagonisti
  2. l’immanenza di  processi ricorsivi in cui gli effetti sono nello stesso tempo causa del processo perché retroagiscono sul sistema
  3. il principio ologrammatico in cui il tutto è in ogni parte che è nel tutto

Il sociologo ci ricorda che la realtà non è ciò che rientra nel discorso logico ma ciò che le resiste. Quindi rendere più complessa la riflessione per esplorare ciò che resiste ossia le resistenze stesse della signora all’azione di correzione dei problemi.

III)  Infine tale riflessione, è resa ancora più urgente da quanto teorizzato, ancora da Foucault, in merito all’ordine del discorso.

Nella sua elaborazione il filosofo francese, va ad indagare le istanze  sottili che regolano la diffusione delle verità ritenute tali da una specifica società.  Come siano veicolate dai discorsi, cioè dai contenuti del linguaggio ritenuti veri. Tra queste ricordo la volontà di verità,  intesa  come l’ordine dissimulato che  regola tutte le altre istanze. Ritengo che tale istanza di controllo della circolazione del discorso sia vasta e distribuita su più livelli. Ogni sistema istituzionale pare che possa annoverare tra le proprie emergenze quello della volontà di verità  come nuova capacità del sistema ( che come ricorda Morin è meno e più della somma delle parti ) di inibire la meta – riflessione, in virtù della tutela della propria verità. La meta-riflessione inibita cioè la volontà di non includere nella riflessione, l’opinione dell’utente,  potenzialmente destrutturante in quanto portatrice di uno sguardo altro dal sistema in questione.                                                                         

 La volontà di verità può essere vista come la volontà di imporre il discorso vero perché pronunciato dal detentore del diritto, che viene reso de facto  detentore del discorso : è vero perché ha il diritto di pronunciarlo.                                                                                                                                                                

E’ la perversione dell’aforisma conclusivo del Trattato di Wittgenstein :

” ciò di cui non si può parlare, si deve  tacere “.

Ideato come limite, quello del Trattato, slegato dalla volontà di verità, ma come condizione di legittimità logica che orientasse al vero.

Nella volontà di verità, invece, si deve tacere  non per orientare al vero ma per legittimare la detenzione del potere dell’istituzione che si declina attraverso le singole personalità che la rendono operativa, su un fondamento gerarchico in cui viene incluso nel livello più basso l’utente stesso reso parte dell’istituzione. Si deve tacere proprio per non dire il vero, diverso dal vero accettabile.

Il servizio sociale, istituzionalmente  incaricato ed autorizzato , è percepito come  fonte del vero che può produrre discorsi che definiscono colui il quale riceve l’azione correttiva. Coincidenza tra detenzione del diritto e verità. Chi detiene il diritto, sa una verità sull’altro a prescindere da questo.

Si ripropone la relazione sapere/ potere indicata da Bauman in merito alle caratteristiche dell’età post moderna.

La volontà di verità, va dunque aggirata perché essa è capace di mascherare il vero.                                     

Terreno tortuoso per il servizio sociale, l’affrontare questo tipo di discorso, che si basa sia sulle condizioni oggettivanti la verità della persona, sancita con la produzione di documenti  da parte dell’istituzione giuridica , sia sulla costruzione di significati inerenti l’essere umano all’interno di vasti contesti normativi in cui vige la logica “ o … o ”.

Questa è una complessità notevole su cui si muove tale istituzione, una linea di demarcazione instabile perché deve integrare il “dentro o fuori” portato dall’ordine oggettivodella leggee  il disordine, l’alea portati dal vissuto personale e dai comportamenti dell’altro molto più vaghi e opachi.  Da un lato viene prodotta una verità sulla persona seguita in quanto individuo in posizione di svantaggio. Questa posizione asimmetrica rende concreta la possibilità di generare la visione di verità.

Tale verità è un presupposto pervasivo nelle percezioni dei professionisti coinvolti nel progetto in quanto permea in modo netto la percezione che ne deriva della persona seguita.

Occorre andare controcorrente, riflettere sul vissuto personale dell’utente, riguardo il disagio generato dall’intervento dell’istituzione.

Termini antagonisti dell’azione correttiva

3. Termini antagonisti dell’azione correttiva

Riprendendo quanto scritto prima sul pensiero complesso, il filosofo indica, per meglio comprendere la realtà, come sia necessario, infatti, interrogarsi non solo sui termini complementari che rinforzano il discorso ma anche su quelli antagonisti che lo indeboliscono. Ossia non focalizzarsi solo su una raccolta di dati ed osservazioni che vadano a corroborare lo status di persona deviante, ma anche quelle osservazioni che disconfermino tale status. Il rischio, altrimenti, è che si rimanga in un’enorme tautologia narrativa che è vera “in quanto detta da noi”.

In altri termini nell’equazione  disagio sociale quindi intervento correttivo dove in maniera tautologica si definisce corretto l’intervento del servizio sociale in quanto giusto ( e il giusto è rappresentato in maniera auto-evidente dal comportamento deviante dell’altro su cui cala l’azione correttiva ), occorre domandarsi quale sia  la quota  di disagio portata dall’intervento correttivo del servizio sociale stesso.

L’intervento si genera a partire da una situazione di difetto, chi lo riceve viene introdotto in un contesto in cui è tenuto a riparare, ad intervenire su una situazione non corretta.

L’incipit è legato alla svalutazione :  questa la quota di disagio che in prima battuta viene data alla persona.  Svalutazione, vissuti di inadeguatezza, disagio, percezione di perdita di una quota di libertà e autodeterminazione nella misura in cui il tribunale impone l’intervento.                               Per la natura  di questo tipo di intervento cioè il macro contesto di gestione dell’ordine in cui è inserito, è inevitabile che si generino tali meccanismi.                                                                              

Tali considerazioni vanno inserite nell’equazione di cui sopra , rendendola maggiormente complessa :

disagio sociale quindi intervento correttivo quindi incremento del disagio

Occorre dunque includere il termine antagonista disagio, come prima caratteristica del pensiero complesso di cui sopra.

Così facendo si evidenzia anche la seconda caratteristica, cioè il carattere ricorsivo in cui l’effetto dell’intervento correttivo è nello stesso tempo causa sui  perché genera anche il disagio che sta cercando di risolvere.

La volontà di verità si snoda su questo piano in cui la complessità del reale viene difficilmente accettata ed osservata.

Viene fatto l’intervento correttivo perché loro sono in difetto aldilà del dubbio.

I presupposti dell’intervento non hanno bisogno di essere rivisti dal momento che si spiegano da sé.

In altre parole, viene inibito nella sua radice il meccanismo in cui l’osservatore viene incluso nell’osservazione : il sistema istituzionale che osserva sé stesso, che depone nel cuore della volontà di verità, sempre uguale a sé stessa, l’indicibile, una quota di verità altra, differente.

L’uso del meccanismo meta-riflessivo compensa la quota di disagio generata dalla messa in atto  dell’intervento stesso.

Il servizio osserva il suo proprio intervento

4.il servizio osserva il suo proprio intervento

Tale meccanismo, impone alla relazione utente – servizio un riconoscimento reciproco su un piano di corresponsabilità del processo.

Se l’osservatore, l’operatore del servizio, si osserva questa riflessione retroagirà sulle sue modalità relazionali con l’utente.

Non è cosa da poco, le forze sottili delle relazioni sono poco percettibili e molto presenti.

Nei cinque assiomi della comunicazione di Paul  Watzlawick, il primo indica come sia impossibile non comunicare.

Quindi se la percezione è che qualunque agito della persona sia perché è ciò che ci si aspetta da individui che necessitano di interventi normativi, ossia che queste persone non possano che produrre comportamenti dissonanti da far diminuire con l’imposizione del modo corretto di azione, allora questo verrà comunicato al di là del piano puramente verbale e, paradossalmente , il comportamento della persona sarà rinforzato invece che estinto.

Occorre che il servizio sociale sia consapevole del disagio generato nella persona oggetto dell’intervento perché lo si trasformi da “caso” a individuo.

In un orizzonte di ordine in cui la via di azione è tracciata, in cui il dubbio introdotto dall’auto analisi del proprio agito è negato e non previsto, in cui , potremmo dire che viene rimosso l’incognita, occorre introdurre l’alea data dalla messa in dubbio del proprio presupposto di correttezza interventistica.

L’alea, il disordine, il caos come spiega Edgar Morin possono essere generativi.

Nello scrivere l’equazione “disagio sociale quindi intervento correttivo quindi incremento del disagio”, si osserva una ricorsività infernale ascrivibile, come dicevamo, alla seconda caratteristica del pensiero complesso su riportata : la coincidenza della causa con l’effetto. L’equazione si potrebbe rendere complessa ulteriormente nel seguente modo : disagio sociale quindi intervento correttivoquindi incremento del disagioquindi intervento correttivo quindi incremento del disagio quindi incremento …

E’ ciò che succede.

La persona in questione viene vista come eternamente correggibile cioè lo sguardo della correzione risulterà continuo fino a nuova indicazione. Magari si osserveranno progressi e saranno riconosciuti alla persona ma ancora non si sarà spezzata la catena disagio – correzione disagio

Lo sguardo che viene esteso sull’individuo

Sospensione dell’intervento

     5. sospensione dell’intervento

E’ necessario sospendere “l’eterno intervento”, ogni incontro è eternamente correttivo, in cui lo spazio relazionale è saturato dalla percezione, dallo sguardo, che il servizio rimanda all’utente.  Occorre introdurre l’osservazione del servizio su di sé  che permetta di individuare la revisione,  la revisione da apportare all’azione del servizio stesso. 

E la revisione coincide con la sospensione dell’azione correttiva. 

Nel caso in questione è stato possibile  creare un’alleanza educativa con la madre nel momento in cui è stato introdotto un messaggio in cui la persona sentisse di poter decidere lei in ultima istanza sulle sorti del proprio intervento.

Una volta chiariti i termini della situazione, è stata lasciata alla signora la decisione se accettare o meno. Questo ha permesso di lanciare un messaggio indispensabile ossia che l’autorità rappresentata dal servizio sociale la riteneva capace di competenza ed autonomia nella propria autodeterminazione, facendo collassare l’aspetto del solo giudizio negativo senza soluzione di continuità.

Questo piccolo snodo nella percezione che gli operatori del servizio possono avere del proprio operato, questa piccola introduzione della sospensione dell’intervento ( sebbene richieda un lungo lavoro di elaborazione …) , dello spazio vuoto non saturato dall’azione correttiva, dell’alea che incide sulla volontà di verità attraverso la libera scelta dell’altro, ha permesso all’azione del servizio sociale di perseguire un obiettivo più profondo di quello già importante della frequenza scolastica.

Sopra si è scritto che la signora ha difficoltà a rimproverare, ad imporsi sul figlio riguardo la frequenza scolastica.

Ripensando alla storia personale della donna, vediamo una normatività che coincide con la coercizione, la svalutazione.

 La norma si usa solo per imporre, il mondo è luogo di conflitti, scarsa fiducia, dubbio continuo sulle intenzioni altrui.

Nei confronti del figlio, questa mamma non osa usare la forza, la norma genitoriale : va letteralmente in cortocircuito perché l’azione educativa che norma non si può fare per amore.

Non è questo ciò che ha esperito.

O si ama o si disciplina.

Questa dicotomia non dà accesso alla donna  di attuare in modo più profondo l’azione materna, un’idiosincrasia che emerge nella percezione del figlio minore : la mamma seguita da un servizio  non è sufficientemente idonea al compito.

Una madre difettosa. Differente dalle altre mamme.

Perché deve essere monitorata nell’azione educativa?

Cosa la rende diversa, fuori dalla norma?

La consapevolezza di essere in una famiglia fallace, squalificata emerge dai colloqui col ragazzo, nel tempo è riuscito a parlare dei propri stati emotivi maggiormente.

Laddove il servizio  rimanda alla donna , testualmente, “ decida lei “,  compie un’operazione in cui permette alla persona in questione di essere meritoria di rientrare nel discorso dell’ordine.

Attraverso la sospensione dello sguardo correttivo, si apre la possibilità di donare un nuovo sguardo con cui la signora possa guardare se stessa, in aggiunta allo sguardo di sempre.

Una piccola apertura che permette l’alleanza con la norma incarnata dal servizio sociale.

La possibilità di avere uno sfondo normativo da cui la signora viene riconosciuta in termini positivi, con cui ha creato un alleanza paritaria e una coerenza di intervento insieme alla scuola, dona all’intero nucleo una percezione migliore di sé attraverso il miglioramento dell’immagine di sè della signora.

Cambiamenti

     6. cambiamenti

Si è osservato che la madre ha cominciato a tollerare di poter essere più autorevole nei confronti del figlio senza paura di essere vissuta come cattiva madre, perché parte del miglioramento della propria autostima, è stata salvata dal servizio sociale stesso nell’atto di sospendere la propria azione.

Anche la disponibilità ad affrontare esami medici molto temuti ricorrendo al sostegno degli operatori,  è stata una conseguenza indiretta dell’intervento tenuto.

Ancora, la signora ha pensato di investire energie per frequentare corsi formativi migliorando le proprie possibilità lavorative.

In effetti nel tempo si è osservato che il focus dell’azione educativa, attraverso l’intervento diretto sul figlio, è stato quello di coinvolgere la madre nell’azione educativa stessa, permettendole tramite un riconoscimento di competenza di condividere timori e difficoltà. 

Al ragazzo è stata restituita una madre più adeguata, maggiormente accettabile, alleata dell’ordine che prevede che i ragazzi vadano a scuola tra altre cose. Una madre meno dissonante e più calata nel ruolo, in altri termini.

Questo ha una profonda retroazione sul ragazzo stesso aldilà dell’azione diretta della donna riguardo la frequenza scolastica cioè la percezione di uno sfondo genitoriale maggiormente di cura che agisca correttamente ,che si incarichi di decidere per il bene del ragazzo a prescindere dai capricci del momento. 

Tramite l’immissione dell’alea, del dato ignoto, portata dalla sospensione della volontà di verità connessa all’intervento correttivo continuo, consentendo alla persona di portare la propria scelta, ha portato ad un’altra verità.

Si badi bene : è possibile, se non certo, che per altre situazioni l’intervento vada attuato in modi differenti. La modalità con cui è stato declinato, non è unica per ogni situazione, va bene per una classe di interventi e non necessariamente per tutte le altre.

Nondimeno  le considerazioni inerenti la valenza di funzione di controllo relativa al servizio sociale, la volontà di verità come ordine del discorso presente e pervasivo, la sospensione dell’intervento correttivo continuo, sono punti di riferimento comuni a tutti gli interventi declinabili a seconda della situazione, in modi diversi.

Questo perché, presumo che gli interventi di cura, educativi, istituzionali non debbano solamente essere espressione di un ordine precostituito in cui la rappresentazione della persona vada unicamente rimandata come sicura e certa, ma possano sdoganare nuove rappresentazioni dell’individuo all’individuo stesso, altre verità inerenti la persona.

Se partiamo dal presupposto che ciò che ognuno di noi è non viene mai stabilito per sempre, ma viene modificato indefinitamente dalle persone e stimoli che incontrerà nella vita  e che quelle persone  e quegli stimoli ci modificheranno come solo loro potrebbero, ne consegue che le nostre evoluzioni future risiedono negli eventi del mondo che incontreremo.

 Ciò che saremo risiede in noi ma anche fuori di noi, al di fuori di qualsivoglia volontà di verità.

BIBLIOGRAFIA

Edgar MORIN,  Introduzione al pensiero complesso – Sperling e Kupfer

Edgar MORIN,  Il Metodo  Vol. I La natura della natura – Raffaello Cortina Editore

Edgar MORIN , Il Metodo Vol. II La vita della vita – Raffaello Cortina Editore

Edgar MORIN , Conoscenza, ignoranza, mistero – Raffaello Cortina Editore

Paul WATZLAWICK, Pragmatica della comunicazione umana – Casa Editrice Astrolabio

Ludwig WITTGENSTEIN, Tractatus logico – philosophicus –    Piccola Biblioteca Einaudi

Michel FOUCAULT , L’ordine del discorso – Giulio Einaudi Editore

Michel FOUCAULT, Il potere psichiatrico – Feltrinelli Editore

RIASSUNTO

Si analizza l’impatto che hanno le funzioni di controllo e normatività, come caratteristiche intrinseche del servizio sociale, sugli utenti.

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