Alla ricerca dell’anima perduta

Viviamo in un’epoca in cui dell’anima, termine ormai definitivamente scomparso dalla ricerca neuroscientifica, del trascendente e del sacro (come concorda uno dei maggiori filosofi di oggi, Sloterdijk) non è rimasto più nulla. La nostra è una società secolare, desacralizzata e sdivinizzata.

L’anima è il logos e dunque importa del senso o del non senso della vita e dell’essere al mondo. L’opera di Dostoevskij, ad esempio, può essere interpretata in questa ottica metafisica. La sua preoccupazione fondamentale- rileva Berdjaev- è “l’uomo e il suo destino”. Nell’uomo è racchiuso “l’enigma”, e risolvere il problema dell’uomo è “risolvere il problema di Dio”.

Avere dunque fede nell’anima e nel trascendente significa credere che “abitare il mondo non sia cosa insensata, ma- scrive Givone- abbia senso”. Un senso “ultimo” (Pareyson). Se l’anima e il sacro non ci fossero, il bene e il male “verrebbero catturati all’interno di un relativismo che li svuota di valore”.

Vita è la vita dello spirito e l’anima è una “realtà spirituale”, luogo dello spirito, “epifania celestiale e infernale”.

Sono riflessioni che nascono da una rilettura di alcuni libri di James Hillman. Allievo di Jung e fondatore di una nuova scuola, la psicanalisi archetipica, Hillman è stato definito il più autorevole esponente delle teorie di matrice junghiana. Nel corso della sua lunga ricerca, egli ha elaborato concezioni originali, distinguendosi come uno dei pensatori più innovativi della seconda metà del secolo scorso.

La psicoanalisi degli archetipi nasce nel 1966 e si rivela come una delle grandi novità della cultura contemporanea, un approccio che esalta, tra l’altro, i miti, la letteratura, le teorie di Platone, l’idea di anima, la creatività.

L’autore afferma che la creatività entra in “alcuni contenitori archetipici”, come la Grande Madre, l’idea del puer, la crescita e la fertilità. Il problema della conoscenza si basa su “fantasie archetipiche”, le quali sono presenti   nei rapporti personali, nella terapia e nel nostro modo di pensare e di ragionare.

Gli archetipi sono “immagini originarie” dell’istinto, del sentimento e del pensiero e sono da intendersi come potenzialità espressive che si trasmettono per eredità genetica. L’attenzione è rivolta alle zone oscure della psiche: al suicidio, al masochismo, agli stati ansioso-depressivi, al fallimento. E’ quando il soggetto soffre, quando irrompe la depressione, quando cade nel buio dell’angoscia e degli eventi che “qualcosa si muove e cominciamo a percepirci come anima. Usiamo il termine anima- scrive nel suo fondamentale libro “Il suicidio e l’anima”(Adelphi Edizioni) per “riferirci a quel fattore umano sconosciuto che rende possibile il significato, che trasforma gli eventi in esperienza e che si comunica nell’amore”.

L’anima fa sentire l’Io a disagio, incerto e smarrito. Lo smarrimento è un segno dell’anima. Un’anima che rappresenta, come sostiene Musil, il “luogo” in cui si costruisce l’uomo.

Occorre puntare non tanto al “rafforzamento” dell’Io che tende a “soffocare” il senso più profondo dell’anima, ma lavorare per il recupero dell’anima per scoprire attraverso la sofferenza, la depressione e lo smarrimento l’interiorità dell’essere, condizione per avviare un processo di guarigione. Dobbiamo costruire e liberare l’anima dall’ involucro in cui la cultura l’ha avvolta, superando la vita maniacale del mondo contemporaneo, l’alienazione della società, il materialismo e l’arido intellettualismo.

L’anima è ovunque. Dobbiamo considerarla pertanto al di là della psicoanalisi, della religione, di Kant o di Cartesio e di tutti i comportamenti stagni in cui è stata “intrappolata”, e restituirla alla realtà come anima mundi di Platone. Ogni cosa ha un proprio daimon, una forma, un’anima, che parla alla nostra immaginazione.

La terapia- precisa Hillman ne “Il linguaggio della vita” (Rizzoli) deve quindi uscire dagli schemi “costrittivi e razionalizzatori” dell’ortodossia freudiana e promuovere il “risveglio” della psiche in termini di catarsi aristotelica, al fine di cogliere l’interiorità del paziente e del suo mondo. Occorre guardare la realtà terapeutica con “altri occhi”, di “leggere” ogni evento come qualcosa di più profondo, di cercare “dentro”.

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