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Parole chiave. Essenza enigmatica. Coscienza come struttura interiore non fisica. Oggetto di indagine scientifica.

 Da sempre, la coscienza è oggetto della ricerca filosofica e scientifica. E’ un’entità sfuggente, enigmatica, ineffabile. Per molti autori, essa rimane al di fuori di “qualunque comprensione” (Rubbia). Apparsa nel corso dell’evoluzione, la coscienza risulta, per Du Bois Reymond, “incomprensibile, inintelligibile”. Non solo non può essere spiegata allo stato odierno delle conoscenze, ma “mai sarà spiegabile”. Altri studiosi, come il premio Nobel Crick e Koh, pensano invece che il mistero della coscienza possa essere indagato scientificamente.

Di questo orientamento è anche il neuro scienziato Michael S.A. Graziano che nel suo nuovo libro “ Ripensare la coscienza” (Codice Edizioni, Torino 2020) formula una teoria rivoluzionaria. L’autore afferma che non c’è alcun enigma. Oggi, abbiamo gli strumenti teorici e tecnologici per risolvere questo mistero. La coscienza, per Graziano, è il risultato di un lungo e complesso processo, che si è venuto perfezionando in milioni di anni. Le nostre idee metafisiche sulla coscienza e sulla mente “scaturiscono” da un modello interiore, il quale ci dice che abbiamo un’essenza interiore non fisica.

Tradizionalmente, gli studiosi hanno sostenuto che la coscienza (ma così la mente) fosse impossibile da comprendere scientificamente. Oggi, molti autori, come Graziano dicono che essa sia “comprensibile, misurabile, replicabile e riproducibile nelle intelligenze artificiali”, e che si possa pervenire a esprimere una teoria condivisa. La coscienza sarà insomma il “download” della mente.

Tempi biblici? No. Siamo “prossimi” a una comprensione così “completa” della coscienza da poterla “costruire”. La tecnologia- osa Graziano- “permetterebbe” alle menti di “vivere per sempre”.

Invero, in questo campo è stato proposto un ampio spettro di teorie. Le definizioni sono molteplici. Il termine coscienza è polisemico, indica diversi significati e descrive una molteplicità di fenomeni mentali. Designa vigilanza, stato di veglia, ma anche consapevolezza di sé e del proprio agire. E’ una esperienza interiore che comprende le percezioni sensoriali (suoni, colori), le sensazioni corporee (piacere, dolore), le emozioni (paura, odio), gli stati d’animo (serenità, tristezza). Finora, non è stata ancora trovato un accordo sulla definizione di questo fenomeno. Rimane, pertanto, sempre la domanda su che cosa sia in realtà la coscienza.

Gli stati di coscienza, che iniziano al risveglio e terminano quando ci addormentiamo, si realizzano nel cervello in prevalenza nel sistema talamo-corticale. Sia la coscienza che la mente non hanno la dimensione dello spazio, perciò sfuggono alle leggi dell’indagine scientifica della verifica e della prova. Non è “dimostrabile” cioè che ciò che io percepisco come rosso corrisponda a ciò che un altro chiama rosso. Pensieri, sentimenti, stati d’animo, intenzionalità sono “presenti” solo in quella coscienza. Questa è “interna” a ciascuno di noi. Io non posso “sperimentare” e “misurare” oggettivamente le vostre sensazioni e voi non potete sperimentare le mie. Perché? Perché esse riguardano la mia soggettività, che è privata, personale, unica.

L’attività della coscienza e della mente può essere studiata solo se “ridotta”. Gli eventi mentali e di coscienza vengono “ridotti” a eventi del cervello. La coscienza e la mente dunque non sono altro che un processo cerebrale, un processo materiale, un evento fisico-chimico della materia del cervello. Il “riduzionismo” (o fisicalismo) implica l’identità fra coscienza, mente e cervello. C’è  per i neuro scienziati “un’esplicita corrispondenza (Koch) fra ogni evento mentale e i suoi correlati neuronali” (NCC, Neural correlates of Consciousness). Ogni esperienza, poi, “modifica” la coscienza e la mente, cioè la nostra identità. L’essere umano è “un divenire in perpetuo cambiamento” (Steiner).

Un altro modo di trattare la questione della coscienza e della mente è quello di ignorarla, come è stato attuato dal “comportamentismo” ( o behaviorismo ), una teoria sorta nel 1913 ad opera di John B. Watson, e dominante negli Stati Uniti sino agli anni ’50-’60, quando si affermano le neuroscienze. Questa scuola di pensiero sostiene che per costruire una scienza del comportamento occorre praticare i metodi della fisica e della biologia, attenersi all’evidenza oggettiva e sperimentale, evitando ogni riferimento alla mente e alla coscienza, in quanto non sono direttamente osservabili e quantificabili, e  si pongono di conseguenza al di fuori dell’indagine scientifica. Esiste solo ciò che è visibile, la materia.

Contro le posizioni del comportamentismo si collocano molti autori, come Donald Hebb, Roger Sperry e tanti altri, i quali affermano che la coscienza è un aspetto dinamico emergente del cervello. Da parte loro, Francis Crick e Christof Koch tentano di elaborare una teoria neurobiologica della coscienza basata sul presupposto che l’individuo non è altro che “un assembramento” di cellule nervose. Occorre dunque costruire una strategia fondata sui neuroni.

 Di questo stesso avviso sono Daniel Dennet e John Searle. Dennet sottolinea che c’è un solo tipo di sostanza, la materia, perciò il dualismo di mente e cervello “cade in disgrazia”, in quanto la sostanza mentale “elude” le misurazioni fisiche. Searle sviluppa una tesi che egli chiama “naturalismo biologico”. I fenomeni mentali- dice- sono “causati” da processi neurofisiologici cerebrali e sono essi stessi proprietà del cervello. La coscienza è un fenomeno biologico naturale, reale.

Avverso a queste teorie è John Eccles, premio Nobel per la Medicina, considerato uno dei principali rappresentanti del dualismo, il quale insieme con Karl Popper, propone un nuovo modello di interazione tra cervello e mente. E’ il dualismo interazionista: cervello e mente sono modi di essere ontologicamente “autonomi e distinti”, ma “interagenti”. La mente cosciente, per Eccles, è “una entità indipendente”, che ha la funzione di “supervisionare” l’attività del cervello. Essa pertanto è “sovraimposta” all’architettura neurale. 

Tra la mente e il cervello hanno luogo forme di interazioni a due sensi. La mente è in relazione con eventi neurali del cervello, ma non si identifica con essi. La mente cosciente- spiega il neuro scienziato- segue dinamiche “differenti” da quelle del cervello. La vita (la mente) non può essere spiegata da “strategie riduzionistiche”, cioè dalle leggi della fisica e della chimica. Di qui, le sue forti critiche rivolte, tra gli altri, a Crick e Koch (“fantascienza delle più sfacciate”), Dennet (“una teoria misera e vuota”), Searle (“richiede un intervento magico”) e Sperry (“rozze argomentazioni analogiche”).

Sulla scia di queste impostazioni e contro il determinismo e il materialismo ancora imperanti nelle neuroscienze che riducono la mente e la coscienza a un prodotto passivo dell’attività cerebrale, sembra porsi anche Roger Penrose, per il quale il pensiero umano va “al di là di queste cose”. Il celebre fisico di Oxford sostiene che non si può pensare di “ridurre” l’uomo a un oggetto puramente fisico. La coscienza umana non ha “un’esistenza fisica”. Essa non è fisicamente “misurabile”, non può essere spiegata in termini fisici, computazionali o di altro tipo scientifico.

Tutte le argomentazioni finora sviluppate mostrano che il tema della coscienza e della mente è un problema difficile, complesso e delicato. Non esistono, come concorda David Chalmers, spiegazioni “a buon mercato” dell’esperienza cosciente, poiché questa non si esaurisce nelle “spiegazioni di strutture e funzioni”. 

Rimane infine da considerare un altro importante tema: gli animali hanno una coscienza? Molti autori sostengono che esiste una coscienza animale, anche se rudimentale, embrionale. Che  differisce da quella umana per livello e linguaggio. Il comportamento dei cani, per Popper, è “sufficientemente simile al nostro comportamento” per poterne dedurre che i cani e gli altri animali hanno stati di coscienza di vario livello. 

I cani- precisa Marshal– “amano, soffrono e sono consapevoli di dover morire”. Gli scimpanzé- aggiunge Goodall- hanno “emozioni” simili a quelle che noi definiamo piacere, gioia, dolore, noia e così via. Essi, insieme con gli elefanti, manifestano- come mostrano le ricerche di de Waal- comportamenti sociali di cooperazione, altruismo, senso morale e senso di giustizia. Le conclusioni di autorevoli scienziati  evidenziano come si debba “riconoscere anche agli animali l’esistenza di fenomeni mentali”.

Concludendo, le teorie finora non hanno  risolto il “problema difficile” della mente e della coscienza, vale a dire come un cervello fisico possa “generare” un’essenza non fisica. La domanda è allora se la ricerca in questo campo abbia in realtà prodotto progressi. E’ un’osservazione che vuole essere un forte incitamento a proseguire gli studi su un campo che rappresenta per i neuro scienziati una delle più affascinanti sfide del XXI secolo.